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Si dibatte – tanto per cambiare – di riforma elettorale e aleggia nell’aria la sensazione che non accadrà nulla perché un altro giro di “porcellum” forse può convenire ai partiti, che sono sempre più evidentemente privi di capacità di rinnovamento e decisione.

Non mi importa più di tanto discutere su questa o quella bozza presentata da questo o quel Saggio, ma voglio partire da quello che servirebbe (a mio parere, ovvio), per proporre un meccanismo realistico, semplice e razionale.

Sono convinto che il sistema elettorale utile all’Italia debba avere le seguenti caratteristiche:

  • Mettere fine allo sconcio delle liste bloccate e favorire un riavvicinamento tra eletti ed elettori, in una chiave di responsabilizzazione e controllo;
  • Favorire la semplificazione del quadro politico senza comprimere artificialmente la rappresentanza ma consentendo processi riaggregativi di sensibilità politiche tra loro compatibili;
  • Mantenere una competizione di tipo bipolare.

Molte sono le vie per ottenere uno o due dei punti sopra indicati, ma è difficile riuscire a realizzare contemporaneamente l’insieme delle finalità che ho indicato e certo tale risultato non può venire conseguito dal sistema elettorale vigente, con il suo premio di maggioranza che genera instabilità, le sue ridicole 6 diverse clausole di sbarramento che non sbarrano e la rigidità castale delle liste bloccate, che ha totalmente snaturato il principio democratico di rappresentanza.

Riflettendo sui sistemi elettorali vigenti, l’attenzione mi è caduta su un modello solo in apparenza minore: il Voto Alternativo e su questo ho lavorato per adattarne le regole al contesto italiano.

Il Voto Alternativo è usato – con varianti leggere – in alcuni significativi contesti: la Camera dei Rappresentati australiana, la presidenza indiana, la presidenza irlandese, il leader del partito laburista britannico, nonché in talune rilevanti competizioni locali degli Stati Uniti, tra le quali quelle per eleggere i governi cittadini di San Francisco e Minneapolis. E’ inoltre il sistema proposto per la riforma elettorale della Camera dei Comuni britannica (dal partito liberale) e per la Camera dei Lords, una volta terminato l’iter di riforma delle sue funzioni e della sua composizione. Pertanto, si tratta di un sistema poco noto, ma non irrilevante.

Il meccanismo del Voto Alternativo è semplice nella sua filosofia: ottenere i benefici di una competizione maggioritaria a doppio turno in un turno unico (e infatti è noto anche con il nome di “instant runoff”, cioè “ballottaggio istantaneo). Nella sua variante più rilevante – quella australiana – il sistema funziona nel modo seguente:

a) La competizione avviene per collegi uninominali

b) L’elettore indica sulla scheda il grado di preferenza nei confronti di ciascuno dei diversi candidati in competizione, numerandoli da 1 (preferenza massima) a x (dove x sta per il numero dei candidati in lizza e quindi, qualora questi siano 5, il meno gradito tra tutti sarà indicato con il numero 5)

c) Qualora un candidato ottenga il 50% delle prime preferenze viene proclamato eletto

d) Qualora nessun candidato ottenga il 50% delle prime preferenze, il candidato che ha ottenuto il minor numero di prime preferenze viene escluso dalla competizione e le sue seconde preferenze vengono redistribuite tra i candidati rimasti in lizza. Se neppure in questo modo un candidato ottiene il 50% allora si redistribuiscono le preferenze del penultimo e via a escludere fino a quando il quorum non viene raggiunto.

Nell’esperienza australiana (la più rilevante, visto che questo sistema è adottato dal 1917) questo meccanismo ha prodotto un pluripartitismo limitato e una collaborazione tra partiti politici contigui finalizzata all’attribuzione delle seconde preferenze, favorendo i candidati più capaci di essere attrattivi anche oltre il proprio elettorato identitario, con un positivo impatto sulla stabilità complessiva del sistema.

Nella variante italiana, il sistema potrebbe essere adottato con alcuni aggiustamenti:

  1. I 508 seggi della Camera dei Deputati (se la riforma costituzionale approvata in prima lettura al Senato andrà in porto) verranno attribuiti sulla base di 475 collegi uninominali (già disegnati dal vecchio “mattarellum”) e 33 seggi sulla base di liste nazionali concorrenti e riparto proporzionale quale “quota di tribuna” in favore dei soggetti politici minori (con sbarramento del 3%);
  2. In ciascuno dei 475 collegi l’elettore potrà indicare una prima preferenza e una seconda preferenza. Il candidato che risulta vincente con il 50% di prime preferenze viene eletto. Il sistema in questo caso funziona quindi come un classico “first past the post” all’inglese;
  3. Nel caso in cui nessuno dei candidati abbia ottenuto il 50% di prime preferenze, allora vengono esclusi tutti gli altri candidati eccetto i primi due e le seconde preferenze dei candidati esclusi sono ripartite, come in un ballottaggio;
  4. Il candidato risulta eletto qualora a seguito di tale conteggio ottenga almeno il 40% dei voti, questo per favorire candidature “aggreganti” a scapito di quelle nettamente identitarie;
  5. I collegi nei quali nessun candidato raggiunga almeno il 40% delle preferenze (in prima o seconda battuta) vengono riassegnate con riparto proporzionale su base circoscrizionale e previo scorporo dei voti utilizzati per eleggere i deputati nei collegi uninominali che hanno prodotto un eletto. Questo meccanismo favorisce l’accesso alla rappresentanza ai partiti territoriali e a quelli di media dimensione;
  6. I 33 seggi residui (5% dell’assemblea) verranno attribuiti su liste nazionali, previo scorporo dei seggi ottenuti dai partiti a livello circoscrizionale. La lista nazionale consente di dare un “diritto di tribuna” alle forze più piccole, che hanno conseguito un risultato minimo del 3% sul territorio.

Al Senato della Repubblica il sistema potrebbe funzionare allo stesso modo, con la sola esclusione di una lista nazionale in coerenza con quanto stabilito dall’art. 57 Costituzione che prevede una elezione “su base regionale”.

Volendo riassumere, quindi, il sistema riesce a rispondere alle 3 esigenze ricordate in apertura perché il meccanismo del collegio uninominale favorisce la responsabilizzazione dell’eletto verso l’elettore (e la prevalenza di candidature trasversali su quelle strettamente castali); la modalità di riparto delle preferenze e il recupero proporzionale (eventuale) su base circoscrizionale favorisce la rappresentanza delle forze politiche più significative sul territorio. Infine il gioco delle doppie preferenze, incentiva un “voto utile” che rafforza la dinamica politica bipolare.

Si potrebbe chiedersi: perché non un semplice doppio turno alla francese? Risposta semplice: innanzitutto per contenere i costi (motivo meschino ma fondato) e poi – ragione principale – perché la ricerca fin da subito di una “doppia preferenza” (che è cosa diversa dall’accedere al ballottaggio) impone ai partiti una crescita qualitativa nella scelta delle candidature per la necessità di andare oltre il proprio steccato.

Insomma, si tratta di un sistema semplice e di buon senso. Dunque non ha speranza di esser mai preso in considerazione da qualcuno…

Lo zainetto

Dopo una mattinata intera passata a guardare in televisione le news sul dramma di Brindisi, con un fastidioso senso di dolore e oppressione alla gola (il classico groppo), non sono state le ambulanze, non sono state le lacrime, non sono state le frasi retoriche o di circostanza a farmi inumidire gli occhi.

E’ stato il fermo immagine su un libro, finito a terra, sporco e rovinato, un po’ bruciacchiato. Un libro con la copertina arancione, non so di quale materia. E guardandolo, mi sono immaginato la ragazza o il ragazzo che stamattina lo ha riposto nello zainetto. Magari sospirando un “che due palle” prima di iniziare una giornata come tutte le altre. Mi sono commosso perché so come sono queste giornate, dato che qualche anno fa ho insegnato in una scuola superiore e i 16enni che qualche mostro senza cuore si diverte a far saltare in aria un po’ li ho conosciuti e ho cercato di capirli, facendo del mio meglio per essere accettato da loro, pur rimanendo “dall’altra parte” della barricata. E credo di non aver mai dovuto svolgere un mestiere più difficile…

Mi capitava di entrare in classe e vedere una ragazza in lacrime, circondata da amiche affrante quasi quanto lei e solidali. La prima volta ho pensato “oh cazzo, è morta sua madre… ora che le dico“. Per poi scoprire che in realtà, di solito era accaduto che la sventurata aveva sorpreso con un’altra il solito orrendo truzzetto spaccacuori con il quale si era messa per una “storia importante” di ben 3 settimane. E tu devi capire che quel giorno lì non è aria, la ragazzina va lasciata in pace, non va interrogata, non va scocciata. Va lasciata nel suo dolore, ben sapendo che dopo un paio di giorni la rivedrai garrula e serena come sempre… E questo va ricordato: il presente dei ragazzi di 16 anni è fatto sempre da un alternarsi di noia e colpi di scena epocali… facili entusiasmi, cruciali disillusioni, autostima di cristallo e la difficile ricerca di un equilibrio con se e con gli altri. La ricerca di un senso.

Oppure bisognava capire che non è facile relazionarsi con il singolo. L’adolescente si sente forte se si percepisce integrato in un gruppo, pertanto tutti si vestono allo stesso modo, sentono la stessa musica, condividono le stesse passioni e hanno il terrore di apparire “diversi” in qualche cosa… E nell’essere diversi c’è anche la paura di essere troppo bravi, con interessi troppo alti. Ho insegnato in un Ipsia e ricordo una ragazza che mi ha chiesto l’opinione su un libro in privato, a fine lezione… Non lo ha ammesso, ma non le sarebbe piaciuto passare per “secchiona” con gli altri del “branco”…

E poi accettare che non ti fosse consentito sbagliare. Il giudizio su una materia passa attraverso il giudizio su un professore (professore simpatico = materia bella… professore difficile o noioso = materia di merda) e quindi non riesci a far passare il tuo lavoro se prima non sei in qualche maniera entrato dentro di loro. E così conta l’importanza dell’esempio, del rigore personale, del fatto che a te non perdonano nulla perché si percepiscono perennemente sotto esame, vittime di un mondo costruito attorno agli adulti, un po’ paternalistico e un po’ brutale. E così se una volta, una sola in un quadrimestre ti dovesse suonare il cellulare durante la lezione, tu saprai che non potrai più essere rispettato quando imponi il silenzio delle suonerie altrui.

Infine, devi accettare il fatto che i ragazzi non sono birilli o pedine su una scacchiera. Sono persone con opinioni (di solito estreme e poco meditate) da rispettare e stanno cercando la loro personale strada. Ricordo una collega imbecille (e presuntuosissima) che mentre spiegava in aula Giovanni Verga si intestardì a questionare con un ragazzo distratto, mettendogli una nota sul registro di classe e un “1″ sul libretto. Il giovane “criminale” non si stava drogando, non molestava le compagne, non giocava con la playstation. Stava leggendo Sung Tzu, l’Arte della Guerra. Cioè stava diventando adulto e colto a modo suo…

E’ questo mondo misterioso e complicato che oggi è stato violato. E quel libro gettato in terra mi ha improvvisamente fatto ricordare fatti e aneddoti che erano ormai riposti nel profondo della mia memoria e sono rimasto ferito, choccato, affranto e impotente. E continuo ad esserlo.

Marckuck

Questo post è dedicato alla signorina Melissa Bassi, morta a 16 uccisa dalla ferocia degli adulti.

Dopo aver aperto il sito di Repubblica e aver visto l’ennesima news fotografica con Belen avvinghiata allo stallone di turno e dopo aver cambiato immediatamente sito ed essere finito su Corriere.it solo per imbattermi in Belen che passeggia mano nella mano con il succitato stallone lungo le vie che videro sfilare Ottaviano Augusto, Carlo Magno o Michelangelo ho deciso di prendere questi solenni impegni:

  1. questo blog ignorerà ora e in eterno le vicende della virginale signorina Rodriguez;
  2. all’autore di questo blog non interessa sapere dove siano tatuate le farfalle e non intende avere aggiornamenti sugli spostamenti di altri lepidotteri veri o figurati a vario titolo connessi con la succitata signorina e non ne darà notizia ai visitatori del blog medesimo;
  3. all’autore di questo blog non interessa ricevere sul cellulare o via mail aggiornamenti in tempo reale sullo scivolamento di spalline, scucitura di minigonne, smagliatura di calze, cerette brasiliane, sfilacciamento di perizomi o altre vicende a vario titolo connesse con il look della signorina succitata e non intende farne pubblico commento;
  4. verranno ignorati i seguenti fatti accessori riguardanti tal Fabrizio Corona, già in tenera intimità con la succitata signorina: pestaggi, risse, Bentley parcheggiate sopra i disabili (non sui parcheggi disabili, quello è scontato), nuovi tatuaggi, crimini veri o presunti, massaggi di piede a Lele Mora, condanne, assoluzioni, interviste, intemerate, intemperanze o simili;
  5. l’autore di questo blog non sa chi sia Stefano (la funzione ludica nei confronti della signorina succitata è nota), non sa cosa faccia per vivere e soprattutto non intende informarsi di tutto questo.

Ecco. E con questo non tornerò più sull’argomento…

Bene, un’altra campagna elettorale si è chiusa e il mio l’ho fatto però desidero condividere con chi passa da queste parti una cosa che ho costantemente osservato negli anni: dal punto di vista psicologico non esiste una campagna elettorale, ma ne esistono tre, ciascuna della durata di 10 giorni.

1. I giorni della Creazione (- 30 dal giorno del voto…)

Sono i giorni della grande decisione. Il candidato accetta la candidatura (spesso ci aveva già lavorato da tempo, in modo sotterraneo), comincia a mettere in fila i nomi delle persone che dovranno sostenerlo, se è candidato di una lista civica si diverte a inventarne il nome o il simbolo e inizia ad abbozzare il programma.

Sono giorni di entusiasmo e di voglia di fare: “abbiamo in lista Tizio che era assessore nella scorsa giunta”… “Sempronio ci sta! con quello sono altri 200 voti sicuri!!” … e poi il programma. Il nostro è invariabilmente il più cool, il più completo, il più ricco, il più adatto a parlare all’intero paese.

Siamo felici. La “squadra” è ottima. Ci sono tanti giovani. Ci sono i marpioni esperti. C’è chi lavora per noi. Non ci possono fermare.

2. I giorni del “Desencanto (- 20 dal giorno del voto)

La fase del “Desencanto” è quella nella quale il candidato scopre che non c’è solo lui in corsa e che forse anche gli altri stanno in qualche modo cercando di vincere le elezioni. E ciò significa che lavorano per far perdere lui…

E allora inizia a perdere le staffe. A deprimersi. Ad agitarsi. Inizia a prendere corpo la vecchia frase di Lyndon Johnson: “il problema della campagna elettorale è che si parla troppo, si fuma troppo, ci si agita troppo e si dorme troppo poco” e i risultati si vedono: iniziano le conflittualità interne, le recriminazioni, i rimpianti: “perché quella cosa non l’abbiamo scritta anche noi?” oppure “perché quello stronzo ha detto che non voleva candidarsi e poi è in lista con loro?” e via elencando…

E quindi questo porta a scoramento, a pessimismo, rassegnazione. E quindi liti, tensione nel gruppo, emergere di piccole ambizioni individuali. Insomma, l’aria si fa pesante.

3. I giorni dell’Illusione (-10 dal voto)

Ormai quello che è fatto è fatto e quindi c’è un’alternarsi di improvvise eccitazioni e molta filosofia… “quello che è fatto, è fatto…” oppure “abbiamo comunque costruito qualcosa di buono”… e il classico “se non passa forse è meglio così, in fondo ho comunque tante cose da fare”.

E quindi, il candidato tende a rinchiudersi nel suo recinto, inizia sempre più spesso a frequentare solo i propri sostenitori e così giorno dopo giorno viene preso da un incauto ottimismo… “forse non tutto è perduto, forse stavolta ce la possiamo fare… Anzi si, certo, vedrai che andrà bene”.

E’ per queste ragioni che i consulenti sono utili in una campagna elettorale. Non perché azzeccano il colore della cravatta o lo slogan carino, ma perché hanno i nervi saldi, sanno quello che sta accadere e cercano di non perdere di vista l’obiettivo finale, quando i “dilettanti di talento” inseriti nelle liste si fanno prendere dall’eccessivo panico o dall’eccessivo entusiasmo e rischiano di mandare tutto a rotoli.

Insomma, serviamo anche se a volte non sembra. Anzi, se non sembra forse vuol dire che ci siamo stati e abbiamo lavorato bene…

Ok, lo so, lo ammetto e in fondo credo sia cosa nota: sono moralista, bigotto, retrogrado e un po’ intollerante. E quindi tanto vale che ogni tanto mi lasci andare a un post borbottoso, di quelli che fanno pensare al rumore dei fagioli che ribollono nel pignattone.

Lo spunto mi è venuto stamane, durante una passeggiata oziosa con Nalisa, stranamente a corto di marmocchi e – ancor più strano – priva di sensi di colpa del tipo “ommioddio comestaranno, cosafaranno, conchisaranno?“. Deambulando in centro, sotto i portici, ci imbattiamo in un negozio con in vetrina una maglietta con l’immagine di Elisabetta II con l’occhio pesto e l’aria di chi è stata fermata dalla polizia.

Posso dire che non mi piace e trovo idiota chi l’ha prodotta e cafone chi l’ha esposta? Non capisco per quale ragione si debba insolentire una signora ultraottantenne, dignitosissima, che in un’epoca di politici ignoranti, cafoni e impresentabili non ha mai fatto una gaffe o detto una frase fuori posto, ricoprendo con dignità un ruolo che non si è scelta ma ha dovuto accettare per nascita.

Magari si può dire “non è la persona, ma il simbolo“. Simbolo di che? di agi e privilegi? forse, ma la maglietta in questione non viene venduta in un centro sociale, bensì in uno dei negozi più cari di Udine, come si può cogliere dal prezzo dei jeans ad essa abbinati (395 €). Chi pensiamo entri a far compere la dentro? Mondine in mobilità? ospiti della Caritas? persone che vivono di puro spirito? ma va la! Poche signore di charme e molte mogli annoiate dei cafonazzi della provincia friulana, chi altri sennò?

Insomma, il messaggio è: insultiamo una persona perbene e le istituzioni rispettabili di un Paese democratico, basta che questo riesca a farci piazzare il nostro straccetto di cotone bianco tra le signore-bene, che indossandola fingeranno di essere “eversive” e “alternative”. E questo è il primo borbottamento…

Dopo di che, la passeggiata continua e finisco con il naso davanti alla libreria Feltrinelli, dove in vetrina troneggia l’ennesimo trionfo letterario di Erri De Luca, strombazzatissimo autore “colto e sensibile” tanto amato nei salotti televisivi della sinistra “giusta”: sguardo severo, sempre un po’ triste, con quell’aria malinconica di chi forse si sta annoiando e si sente sprecato a dover parlare con la Dandini o la Guzzanti, lui che era nato per correggere la grammatica a Manzoni e la struttura etica a Kant… Quello lì, ci siamo capiti, insomma.

Ora, io non ho nessun astio preconcetto sui libri di De Luca. Mi ci sono avventurato un paio di volte, ho avuto la sensazione di aver tra le mani poco più di una serie di scaltri pensierini e quindi, essendo la vita breve e le cose da leggere molte, sono passato ad altro. Ma certo non punto il dito verso chi la sera, prima di addormentarsi, si balocca con le cosine di De Luca, i libri sui gatti, “Tutto il cucito illustrato” o con la “Storia della Grande Inter”.

Però De Luca non è solo un abilissimo promoter di sé stesso. E’ anche un ex militante di Lotta Continua, della quale era il leader del servizio d’ordine. Un uomo che ha detto e scritto cose violente (non so se fatte, questo lo sa lui) e che è arrivato pericolosamente contiguo con la clandestinità terrorista. Pertanto, se posso tollerare che pubblichi libretti inutili, non posso accettare quando in televisione deride gli “anni di piombo”, mettendo in discussione addirittura che siano esistiti sul serio.

Non entro nel merito di questo giudizio sciocco, che per quanto mi riguarda dà la cifra esatta dell’uomo che l’ha pronunciato. Su questo rinvio al post scritto da Nando Dalla Chiesa che mi pare chiuda abbastanza la questione, almeno per me. Però voglio anche dire che ne ho piene le tasche del “reducismo” terrorista o pseudoterrorista. Di tutta questa gente coccolata e blandita dal potere politico, culturale o mediatico e del conseguente disprezzo per le vittime, per le persone semplici che hanno avuto la vita distrutta da questi tizi, come la persona oggi quasi ottantenne della quale parla Dalla Chiesa, giunta al 34° intervento chirurgico perché gambizzata 32 anni fa, colpevole solo di fare militanza di base nella Democrazia Cristiana.

Erri De Luca pubblica libri a tonnellate, gira per i salotti televisivi dove irride agli anni di piombo e pontifica di religione (diventano tutti religiosi, dopo un po’… come il ridicolo Aldo Brandirali, leader maoista negli anni ’70, famoso per celebrare matrimoni proletari e poi diventato vicino a CL e oggi consigliere comunale del PDL, per non parlare di Giuliano Ferrara, già capo spirituale degli “atei devoti”) . Cesare Battisti, quattro volte assassino, condannato all’ergastolo, oggi si diverte in Brasile ma per anni è stato protetto dalla giustizia francese, anche per la mobilitazione in suo favore del mondo intellettuale sia al di qua che al di là delle Alpi. E tutto questo per non citare Adriano Sofri, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio Calabresi, costantemente coccolato e difeso dall’establishment culturale e politico della sinistra italiana. Questo perdonismo non è solo di sinistra, sia ben chiaro: è solo di pochi giorni fa la notizia che la giunta Alemanno aveva concesso patrocinio e invito a Franco Freda (che la Cassazione ritiene autore “non processabile” della strage di piazza Fontana) per presentare un suo libraccio. Invito revocato dopo le polemiche, ma intanto l’idea iniziale c’era tutta…

E’ questo che mi è venuto in mente guardando la vetrina della Feltrinelli. Non ricordo uno di questi “reduci” che abbia mai detto “ero un uomo orrendo, ho fatto delle cazzate paurose, spero che la società mi riaccolga nel suo seno”. No. Sempre pieni di distinguo. Di spocchia. Di scherno. Di autoperdonismo. E spesso la scusa accettata è “erano anni così, oggi è un intellettuale sensibile”.

E a me la cosa non sta bene. Anche io sono un intellettuale (anche se non così sensibile), anche io sono di sinistra. Eppure non dico (e non faccio) crimini, sono una persona mite, educata e rispettosa e non utilizzo l’aver letto qualche libro come arma per dire o fare ciò che voglio.

Gli intellettuali dovrebbero essere i migliori, una guida, un esempio. Altrimenti a che servono, egregio De Luca?

Quando ero bambino in televisione si guardavano le udienze del processo di Catanzaro. Francamente la cosa era assai noiosa, ma ricordo bene che mi fu spiegato che si cercava di punire della gente molto cattiva che aveva ucciso persone inermi. E i più cattivi tra tutti erano un bel giovanotto dai capelli bianchi (Franco Freda) e un tizio con una barba arruffata (Giovanni Ventura). Erano loro i colpevoli – così mi veniva insegnato – ma non si riusciva a dimostrarlo e il processo sarebbe servito proprio a questo. Non fu così.

Tutto questo mi è tornato alla mente dopo aver visto Romanzo di una strage, il (bel) film di Marco Tullio Giordana dedicato al terribile triennio, quello che inizia con la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e termina con l’omicidio del commissario Calabresi (17 maggio 1972). E’ un film che non risolve il dilemma sul chi, come e perché e quindi ciascuno continuerà a tenersi la propria verità anche se su alcune cose possiamo mettere dei punti fermi: una sentenza della corte di Cassazione del 2005 che attribuisce la responsabilità a neofascisti veneti per il botto e a servizi segreti deviati per l’insabbiamento successivo e – su Calabresi – tre gradi di giudizio che riconoscono la responsabilità di Adriano Sofri come mandante dell’omicidio del commissario, con buona pace per tutti i soloni in cashmere e pantaloni di fustagno che non riescono a digerire questo supremo affronto al Grande Intellettuale.

Il film, dicevo, mi è piaciuto, ma ovviamente dovendo toccare 1000 temi in due ore, rimane un po’ sulla superficie, ma con due figure che giganteggiano: Giuseppe Pinelli magnifico e tenerissimo e Aldo Moro, che appare come il solo tra i bonzi del Potere ad avere un minimo di senso delle istituzioni e di pietas cristiana verso la comunità ferita. Calabresi ne esce male, incerto, un po’ ambiguo. E non si capisce chi lo abbia ucciso (anzi, a uno digiuno potrebbe sembrare che le pallottole siano state fasciste e non di Lotta Continua).

Dopo “Romanzo di una strage” ho rivisto “Buongiorno, Notte“, meravigliosa rilettura di Bellocchio del sequestro Moro e ripassato il libro di Mimmo Franzinelli sul “Piano Solo” e “Segreto di Stato, la verità da Gladio al Caso Moro“, libro-intervista a Giovanni Pellegrino, già presidente della commissione stragi nella legislatura 1996-2001. E a forza di leggere ho scoperto la figura di Paolo Emilio Taviani, al quale voglio dedicare il post del 25 aprile.

Taviani non mi piaceva. Lo consideravo – chissà mai perché – un democristiano opaco e reazionario. Ma leggendo Pellegrino mi sono imbattuto in una frase che mi è ronzata in testa per un bel po’, con la quale lo statista genovese descrisse il proprio operato come ministro degli Interni negli anni ’60 e ’70: “forse non sono sempre stato coerente con la lettera della legge, ma sono sempre stato fedele allo spirito della Costituzione“.

In questa frase c’è il meglio della visione della classe dirigente (soprattutto democristiana e comunista) che ha dato vita alla Repubblica: la consapevolezza che nel Paese esistesse una “guerra civile fredda” ma che – nonostante tutto – il patto di convivenza civile stipulato nel 1945 e poi nel 1948 dovesse rimanere valido, resistendo alle pressioni fortissime provenienti da Mosca (sempre più preoccupata per la deriva borghese del PCI) e da USA e Vaticano, che proprio non capivano come mai la DC non mettesse fuori legge i comunisti, cioè 1 italiano ogni 4.

E così Taviani, il dotto professore (4 lauree!) che ruppe con il fascismo in occasione delle leggi razziali, diede vita al CLN ligure e tanto fece da meritarsi la medaglia d’oro al valor militare per meriti legati alla Lotta di Liberazione, unitamente al medesimo onore concesso da USA e URSS e al titolo di Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Paolo Emilio Taviani era cattolico, profondamente. Ma strenuo sostenitore dello Stato laico. Era atlantista e anticomunista, ma difensore dei diritti del PCI e dei suoi militanti. Era un democratico, di quelli veri. E uno statista, che univa visione, passione e alta cultura, immagine di una classe politica di una raffinatezza e di una complessità intellettuale che oggi ci sognamo.

Taviani fu parlamentare a partire dall’Assemblea Costituente e fino al 2001, quando morì 90enne da senatore a vita e in oltre 50 anni di impegno instituzionale non venne mai colpito da scandali e non fu mai destinatario di avvisi di garanzia o simili. Non gli regalarono case e non gli offrirono vezzose vacanze tropicali a bordo di yacht compiacenti.

Paolo Emilio Taviani, assieme ad altri grandi leader degli anni ’40 (ricordo in modo del tutto arbitrario Umberto Terracini, Ugo La Malfa e – per ragioni diverse – Sandro Pertini) rappresentò un’Italia di persone capaci di progettare uno Stato nuovo, di avere uno sguardo lungo, grande cultura e profondo senso delle istituzioni e dei principi democratici.

Ed è proprio questo quello che manca oggi. Il senso della direzione. Il senso del futuro. La voglia di costruire. Quando ci va bene, siamo governati da freddi tecnocrati, quando ci va male lo siamo da impresentabili cialtroni. E il valore dei principi e delle scelte di fondo si è totalmente perso, tutto diventa negoziabile, modificabile, incerto e indefinito: basti vedere con quale leggerezza si è modificato l’art. 81 della Costituzione per “vietare” Keynes e le sue politiche una volta e per sempre, al fine di esaudire le pretese di qualche ufficio di Bruxelles.

Oggi è il 25 aprile e come quasi ogni anno sfilerò nella mia Udine. Sfilerò a fianco di persone grate al ricordo dei Grandi che – pur con visioni politiche e ideologiche diversissime – ricostruirono la Democrazia. Sfileremo sapendo esattamente dove andare: da piazza Libertà a piazzale XVI luglio.

Ma alle 12.00 tutto sarà finito e ci troveremo nuovamente a brancolare nel buio.

Anna al Louvre

Ho visitato più volte il Museo del Louvre. Ricordo la prima, alcuni anni fa, in compagnia di Fabiusso, che prese 30 e lode in tempi remoti, quando ancora l’Università era una cosa seria… Una galoppata di 9 (nove!) ore tra sale, sculture, dipinti, gioielli. E ricordo come stavo dopo averne trascorse circa 5 o 6  in quel luogo così pieno di ricchezze e splendori: esausto, irritabile, infastidito.

Non possiamo fermarci davanti a tutte le croste!” ho brontolato mentre Fabio squadrava un quadretto luminoso, piccino picciò. Era la “Merlettaia” di Vermeer, Iddio mi perdoni! Ma il peggio doveva ancora venire. Essendo il mio compagno di sventura laureato in Archeologia, mi volle a tutti i costi trascinare a vedere una statua di donna scolpita una Bibbia fà, da non ricordo chi (potrebbero essere dei cretesi, ma vallo a sapere), particolarmente importante perché blablabla… E io remissivo e docile, come un condannato a morte che rifiuta di firmare la richiesta di grazia perché tanto sa che non serve a nulla, l’ho seguito giù per le scale e lungo i corridoi.

Questa statua sembrava vicinissima sulla Lonely Planet, meno se dovevi scarpinare dopo aver galoppato per ore. E nella stanza dei Fenici, proprio vicino a una vetrinetta piena di ciotole sbrecciate e tegole infrante di incerta origine mi sono ribellato: “No, io non faccio un altro passo! non verrò obbligato a guardare l’ennesimo posacenere sbeccato e reincollato di un qualche misterioso Satrapo della Mezzaluna Fertile!” Fabio senza dimostrare sconcerto alcuno mi guarda e dice “va bene, resta qua, vado io” e si incammina lesto verso l’antro dei Cretesi. E io lo seguo mogio. Rivolta stroncata.

Queste vicende mi sono ritornate in mente nel corso del weekend. Venerdì sera avevo rivisto “Un uomo per tutte le stagioni“, il filmone di Fred Zimmermann (1966) dedicato alla figura di Thomas More, che affrontò il patibolo per non riconoscere il matrimonio di re Enrico VIII con Anna Bolena. La sera a letto, per rivivere quei tempi sanguinosi e lunatici, ho letto qualche pagina di “Le sei mogli di Enrico VIII” di Antonia Fraser.

Leggiucchiando a casaccio, sono capitato nel capitolo dedicato a Anna di Cleves, forse la meno importante tra le 6 gran dame che finirono nel talamo di quel grande re capriccioso, vitale e scostante, ma per certi versi la più fortunata, dato che non andò incontro al disonore (come Caterina d’Aragona), al boia (come Anna Bolena e Caterina Howard), a una morte precoce e tormentosa (come Jane Seymour) e non dovette neppure fare la badante di un uomo intrattabile e malato come l’ultima moglie, Caterina Parr.

Anna ed Enrico si sposarono all’inizio del 1540, il giorno dell’Epifania e divorziarono 6 mesi dopo, giorno più giorno meno: un matrimonio lampo, degno di Las Vegas. Curiosamente però, tutto questo avvenne in modo indolore. Nel gestire la delicata vicenda Anna – con il buonsenso tipico della Germania protestante – fu particolarmente accorta, non contrariò il re e accettò di buon grado di farsi da parte, ottenendo in cambio da Enrico amicizia, un paio di castelli dove vivere agiatamente e il bizzarro titolo di “Sorella del Re“, che indicava implicitamente che il matrimonio non era stato consumato.

Perché sposare una sconosciuta per divorziare subito dopo? Perché al re la nuova moglie, molto semplicemente, non piaceva ed era stato “imbrogliato” dalla fazione di corte che premeva per un matrimonio con una potenza protestante.

La morte di Jane Seymour aveva lasciato Enrico vedovo inconsolabile, anche se finalmente con l’agognato figlio maschio (il futuro Edoardo VI). Aveva superato i 45 anni (un carampano, per l’epoca), di mogli ne aveva avute a sufficienza e non era quindi strettamente necessario un nuovo matrimonio. Ma perché non rafforzare i legami con il mondo protestante e sposare una principessa tedesca? magari di una potenza di secondo piano, come il ducato di Cleves, così ricco di nobildonne nubili?

Insomma, alla fine Enrico si lascia convincere. Però è importante che la futura regina sia carina, molto carina, perché il re comincia a sentire il peso degli anni e – per dirla tutta – il suo vigore sessuale iniziava a essere in declino e i giorni no superavano i giorni si, la gotta si faceva sentire, la voglia era più debole e non c’erano gare di burlesque o altri ritrovati moderni in grado di risvegliare il leone addormentato.

Enrico non si fida dei cortigiani e del loro giudizio e chiede un ritratto, ma per essere sicuro che questo ritratto sia credibile si rivolge al suo pittore di fiducia: Hans Holbein il Giovane, tanto talentuoso e abile nel rendere lo spirito dei volti e delle espressioni.

Hans Holbein parte, incontra Anna e la ritrae. Ma Holbein non è un fotografo, bensì uno straordinario pittore di corte. Quindi riesce molto abilmente a disegnare un ritratto che – pur essendo assai simile al vero – ne minimizza i difetti e ne enfatizza i pregi, unendo insieme il talento dell’artista allo spirito di sopravvivenza del cortigiano che non vuole certo offendere la sua futura regina.

E così il re, stringendo il ritratto tra le mani, soppesandolo, guardandolo da varie inclinazioni decide che si, Anna è di suo gusto, si celebrino le nozze! E trepida mentre attende che la promessa sposa giunga in Inghilterra e appena lei sbarca, incurante delle buone maniere, fa irruzione nel suo palazzo e qua cade il palco. La promessa sposa non gli piace, non lo “attizza”… pelle troppo scura, occhi troppo distanti, naso troppo grande… Così, si lamenta con i suoi cortigiani, protesta perché le informazioni fornite non sono perfette e chi lo sa, magari se la prende pure con Holbein reo di aver troppo abbellito l’insipida contadinotta della Vestfalia capitata chissà come nel suo letto.

Il matrimonio non viene consumato, dopo pochi mesi la sposa viene ripudiata e la caccia del capriccioso sovrano riprende, questa volta orientandosi verso l’adolescente Caterina Howard, che sarà la sfortunata sposa n. 5 di questo Barbablù in veste di seta. E il quadro? il quadro lascia la corte dei Tudor per finire attraverso vari giri al Museo del Louvre, dove io l’ho visto due o tre volte. Forse.

Dico forse perché è questo che mi lascia perplesso nel turismo di massa, del quale anche io sono stato e sono vittima e beneficiario assieme. I prezzi sono bassi, le opere d’arte sono accessibili, si vedono tante cose ma, onestamente, quanto rimane? Alcuni viaggi ci piacciono, altri ci deludono, ma troppo spesso il nostro giudizio si ferma alla superficie, alle sensazioni. Ma quanto si ritorna effettivamente più colti? più profondi e umanamente ricchi?

Io non ricordo il quadro di Anna. Probabilmente le ho dedicato si e no un pugnetto di secondi. E non sapevo nulla di quanto c’era dietro: intrighi di corte, aspettative, delusioni, tensioni di Stato… Tutto un mondo nascosto dietro allo sguardo severo e un po’ bovino di Anna, così mirabilmente ritratta da Holbein e così scioccamente ignorata da me. Perché il Louvre non si visita in 9 ore, ma forse ci vogliono 9 settimane. E prima di visitarlo bisognerebbe studiare le opere, sapere quello che si va a vedere, prepararsi culturalmente e non solo preoccuparsi di cosa mettere in valigia.

Insomma, bisognerebbe riuscire ad essere viaggiatori, non turisti con un biglietto aereo low cost in tasca. Perché in fondo atterrare a Parigi e poi prendere un bel taxi per andare in albergo è facile, ma dare un senso vero a tutto questo è molto, ma molto più complicato.

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