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Venezia

Verso Venezia ho un sordo rancore,non perdonando a quella città di scaltri mercanti l’idea balzana e disastrosa della IV Crociata, che tanti danni causò al mio amato Impero Bizantino nel lontano (ma pur sempre presente…) 1204.

Eppure Venezia è stata una delle città della mia infanzia. Quando ero bimbo, infatti, ogni primavera si faceva la gita con i genitori, qualche cugino e la nonna adorata… Il menù della giornata era sempre quello: parcheggio al Tronchetto, passeggiata tra le calli fino in piazza San Marco e pranzo “da Montin”, nel giardino pergolato (almeno fino a quando l’apparizione di detto pergolato nel film “Anonimo Veneziano” rese economicamente non più sostenibile questa parte del programma…), quindi rientro a casa, stanchi ma felici.

Passata l’infanzia, la consuetudine con Venezia venne meno… la città mi appariva caotica, sporca, ingolfata di turisti gonzi e cara fino al parossismo e per vari anni non ci sono più andato, anche se il suo fascino alle volte mi colpiva all’improvviso, come quando – per un periodo della mia vita – fui costretto a fare avanti e indrè tra Udine e Firenze.

Allora prendevo abitualmente un treno che imponeva il cambio a Mestre (una delle più scomode e orrende stazioni ferroviarie d’Europa), ma in un bel pomeriggio di aprile fui costretto a cambiare orari e quindi a salire su un treno che non prevedeva intoppi mestrini, ma solo la sosta a Venezia città, stazione di Santa Lucia.

Il treno era semipieno, con molti turisti tedeschi, americani e giapponesi che – lasciata Firenze – si recavano in laguna a visitare la perla dell’Adriatico. Ciascuno faceva i fatti suoi negli stretti scompartimenti e io – stranamente solo – stavo leggiucchiando non ricordo più cosa, quando improvvisamente un folle trambusto nei corridoi… Eravamo entrati in laguna e il treno si stava avvicinando a Venezia mentre il Sole illuminava le cupole delle chiese e il campanile di San Marco che si ergevano indolenti e arroganti davanti a noi.

Giapponesi, americani e tedeschi si precipitarono nel corridoio per fotografare il “magico” panorama e il nome “Venezia” veniva ripetuto in lingue diverse, ma con uguale emozione e senso di stupore e confesso che anche io, per un attimo, ho smesso di leggere e mi sono messo a osservare quel decadente oggetto del desiderio per milioni di persone che ogni anno, felici e speranzose, mettono piede nella città delle fiabe per farsi spellare vivi dagli esercenti, scagazzare dai piccioni, pressare dagli altri turisti, imbrogliare dai venditori di souvenir e – ciò nonostante – tornare a casa incantati per i tenui bagliori degli Ori e dei Fasti che furono, che ancora Venezia riesce a trasmettere…

A Venezia ci sono andato per lavoro la settimana scorsa. Ed è stato un incubo. Mai il mio astio per questa città così evidentemente implausibile e acronotopica è stato più forte: mi sono perso in macchina nei meandri di Marghera, non ho saputo orientarmi a Mestre, ho imprecato forte nei confronti del Sindaco Cacciari, tronfio e verboso filosofo che forse avrebbe fatto meglio a dedicare più tempo a migliorare viabilità e segnaletica della città, magari occupandosi di meno delle beghe del PD o dell’Ulivo…

Finalmente giunto in laguna, ho dovuto girare tre parcheggi per riuscire a piazzare l’auto, prendere il costoso vaporetto per raggiungere la sede del palazzo Regionale, meta ultima e agognata del mio viaggio, farmi largo tra le maschere festose di un Carnevale malinconico come nei giorni della peste barocca del ‘600, tollerare di vedere, ovunque e in ogni angolo, la faccia supponente e irritante del mini-ministro Brunetta, candidato Sindaco, autoproclamatosi “uomo della provvidenza” per dare il colpo di grazia alla città… tutto questo per riuscire a entrare correndo nel palazzo alle 12.54, con ben 6 minuti di margine sull’orario di chiusura degli uffici.

Uscendo con i miei faldoni sotto il braccio ero scocciato. Scocciato per tutti i giri che avevo fatto. Scocciato per il costo di ogni cosa (dal parcheggio al vaporetto). Scocciato per il caos attorno a me. Scocciato per i rifiuti lungo la strada. Scocciato per l’odore di pesce marcio che provveniva dai canali. Insomma, scocciato perchè Venezia era la solita Venezia dei miei giorni negativi…

Ma poi, ho alzato gli occhi verso il Canal Grande e – tra la fiumana di gente – ho scorto le cupole bronzee della Basilica della Salute. E ho perdonato a questa città folle, bugiarda e bizzarra tutte le sue colpe: quando vuole sa essere non solo bella, ma veramente bellissima!

E allora ho capito cos’è l’amore acritico. E’ quel sentimento irrazionale e un po’ demente che ti fa accettare tutto da chi ami, qualsiasi mancanza, colpa o peccato, purchè ogni tanto, l’oggetto di questo nostro amore così malriposto guardi verso di noi e ci faccia un sorriso.

La settimana scorsa, Venezia ha sorriso a me.

Processo Breve

Il Marchettone

Sono tre giorni che il sito di “Repubblica” (non solo quello, ma il giornalone di piazza Indipendenza supera chiunque) pubblica articoli, opinioni, commenti, foto, videogallery e quant’altro sull’ultimo nato di casa Apple: l’I-Pad.

Si tratta di un gioiellino molto caruccio e molto carino, una via di mezzo tra il supercellulare e il minipc, che per chi vuole sarà in commercio tra qualche settimana, sfizio che con 6-700 euro ci si potrà togliere. Ma – esattamente – dove sta la notizia di pubblico interesse? quella capace di mettere in secondo piano il primo discorso sullo Stato dell’Unione di Obama o le dimissioni del Sindaco di Bologna?

Eppure, frasi come “cambierà la nostra vita!” o “ecco il linguaggio del nuovo Millennio” (tutta roba letta in questi giorni) non solo sono ridicole oltre il lecito, ma mi sanno troppo di megaspottone pubblicitario. E – per dirla tutta – il continuo “brubru” sul nuovo nato di Cupertino mi sembra una enorme Marchettona, una finta notizia spacciata per vera, con finalità a me ignote.

Ok, la Apple ha lanciato sul mercato un lastrone che toccandolo si illumina, galoppa su internet e trasmette video. Abbastanza carino, lo riconosco. Un lastrone che fa tanto (ma non tutto, ad esempio non fa foto o filmati) e tanto costa (come nelle migliori tradizioni della Mela…) e può anche essere che qualcuno ne trovi una oggettiva utilità.

Ma il signor Jobs, con un patrimonio personale di svariati miliardi di euro, non può comperarsi una paginetta di pubblicità su “Repubblica“, così come fa il signor Rana? O dobbiamo aspettarci da un momento all’altro una breaking news sul nuovo raviolo, farcito con non si sa cosa, che magari verrà definito come la pasta ripiena che “cambierà il nostro palato per sempre” segnando “il gusto del nuovo millennio” da qualche giornalista un po’ esaltato e magari a corto di idee?

Ambizioni

Oggi ho solo voglia di correre a casa e tagliarmi i capelli a zero con la macchinetta Braun da 54 € e 90.

L’egoismo del fan

Ognuno uccide la creatura che ama” sosteneva pessimisticamente Oscar Wilde ne “La Ballata del Carcere di Reading“, scritta dopo l’esperienza della galera, durante la quale ebbe modo di conoscere un uomo condannato per l’omicidio della moglie, che pure tanto amava.

Amore e odio si collegano così spesso, soprattutto quando hanno un contorno di tipo irrazionale, pensiamo ad esempio all’odio furibondo che noi fans dei Beatles abbiamo avuto a lungo nei confronti di Yoko Ono, perchè in lei non abbiamo visto la donna che ha reso felice John Lennon, bensì (sbagliando) la strega venuta dall’Oriente che ha infranto il magico caleidoscopio. E questo senza scomodare la folle Kathy Bates che nell’angosciante “Misery non deve morire” ci mostra la figura della fan psicopatica pronta a torturare e progettare di uccidere l’autore di un ciclo di libri da lei tanto amato, pur di impedirgli di porre fine alla figura letteraria da lui creata…

Il rapporto tra ammirazione artistica ed egoismo mi è tornato in mente ieri pomeriggio, mentre guardavo in tv una partita dell’Australian Open (Roddick – Gonzales, per essere precisi) e di colpo, mi sono sentito malinconico perchè per il primo anno non potevo tifare o infuriarmi per le glorie e i molti disastri di Marat Safin, che ha appeso la racchetta al chiodo alla fine della stagione scorsa.

Dal punto di vista anagrafico e fisico Marat potrebbe essere ancora in campo, ancora vincente, ancora a far mangiare la polvere a tutti o quasi tutti e invece niente.

Niente perchè questo ragazzotto russo di origine tartara, baciato da tutti i doni che la fortuna possa elargire (famiglia amorevole e attenta, intelligenza, bellezza, sconfinato talento) ha messo nel tennis solo i propri ritagli di tempo, collocando in cima alla lista delle proprie priorità l’inesausta ricerca del piacere, la ricerca di vie di fuga dalla noia incontenibile delle giornate passate ad allenarsi o chiuso in solitarie camere d’albergo e il tentativo di riempirsi il quotidiano di qualsiasi cosa potesse risvegliare una curiosità e una vitalità a stento domate.

E così le cronache delle vicende di Marat si sono caratterizzate sempre meno per i successi sportivi e sempre più per le bizzarrie. Quindi, un giorno si parlava di scalate sull’Hymalaya, un altro di interminabili notti in discoteca, un altro ancora di inesauribili prodezze d’alcova (“io non pago le donne per entrare nel mio letto, ma per uscirne” affermava con grazia stilnovista il nostro Eroe) e ci fu una volta in cui saltò un prestigioso torneo per andare nello Yorkshire a pesca di trote.

E molti tra noi ricordano ancora il trittico biondo di gentildonne (le “Safinette“) intente ad applaudire e squittire durante gli Australian Open del 2002, umoristicamente definite da Marat le sue “allenatrici” o – in altra circostanza – semplicemente “the Family“. E noi tifosi diamo colpa a loro e solo a loro se quell’infausto torneo finì a catafascio, perchè approfittarono della sua generosità e pazienza costringendo il nostro idolo a snervanti “allenamenti” singoli e di gruppo, che si rivelarono anche per lui insostenibili, malgrado fosse solo ventiduenne e avesse i polmoni ben allenati.

Tutto questo perchè noi poveri tifosi non eravamo assieme a lui sulle vette dell’Hymalaya, non ci venne dato l’incarico di ordinargli i cocktayl in discoteca e neppure di preparargli i sandwich durante le giornate di pesca nello Yorkshire. E tantomeno ci fu chiesto di portare assieme a lui il peso del lavoro imposto dalle Safinette. E quindi lo avremmo voluto sempre sul campo, ad allenarsi, a sudare, a concentrarsi, a proiettare ogni singolo minuto sulla sua carriera tennistica, per vincere ancora di più e rendere noi fanatici ancora più felici e più orgogliosi per averlo scelto tra i molti campioni dei molti sport.

Non ci basta che abbia vinto due titoli del Grande Slam, non ci basta che sia stato numero 1 al Mondo e che di soli premi abbia incassato circa 15.000.000 di $. Non ci basta che ci abbia regalato emozioni per 12 anni consecutivi. Volevamo di più, volevamo ancora, lo volevamo schiavo del tennis, ad ogni costo. Anche dopo averlo visto commosso per la cerimonia d’addio organizzata in suo onore dopo l’ultima sua partita ufficiale, a Parigi-Bercy lo scorso novembre.

Ma – e sta qui il paradosso – se fosse stato diverso, non sarebbe stato lui e non ci sarebbe piaciuto così tanto, in fondo il suo talento e il suo carattere sono inseparabili, non si può prendere uno e lasciare da parte l’altro. Un Safin con la testa a posto non sarebbe più stato Safin, sarebbe diventato Davydenko, russo pure lui, biondo pure lui, che certo gioca bene ma non se lo fila nessuno.

Dopodomani Marat compie 30 anni e per la prima volta da 25 anni a questa parte è libero da obblighi tennistici. Non posso certo augurargli di divertirsi (questo lo sa fare fin troppo bene), ma posso augurargli di essere felice e – in questa felicità – c’è la speranza di un egoistico ripensamento e di un ritorno sui campi.

E’ così, Marat… noi soli sappiamo cosa è bene per te ed è per questo che ti vogliamo ancora in campo, magari una volta sola, per una partita e non di più. Ancora una, ti prego.

Fallo per noi.

Ho copiato da Laura questo giochino: si sceglie una band o un cantante e si cerca di descrivere la propria esistenza attraverso la risposta a 17 domande, ciascuna delle quali deve contenere il titolo di una canzone della band/cantante medesima.

Sarebbe da girarlo ad altri 25 amici, ma io non amo le catene di Sant’Antonio e quindi lo scrivo per me e lo spiazzo lì, per chi lo vuole…

01. Sei un uomo o una donna?: Nowhere Man
02. Descriviti: Help!
03. Come ti senti?: I’m So Tired
04. Descrivi dove vivi al momento: Glass Onion
05. Se potessi andare ovunque, dove andresti?: I’ll follow the Sun
06. Il tuo mezzo di trasporto preferito: Lucy In The Sky with Diamonds
07. Il tuo migliore amico?: Paperback Writer
08. Tu e il/la tuo/a miglior amico/a siete..?: Two of Us
09. Com’è il tempo?: Here comes the Sun (and it’s Alright!)
10. Momento preferito della giornata: Golden Slumbers
11. Se la tua vita fosse uno show televisivo, come si chiamerebbe?: For the Benefith of Mr. Kite
12. Che cos’è la vita per te?: The Long & Winding Road
13. La tua relazione : Don’t Let me Down
14. Hai paura di?: The End
15. Qual è il miglior consiglio che tu possa dare?: Carry That Weight
16. Pensiero della giornata: Let It Be
17. Il mio motto: Tomorrow Never Knows

All’origine di tutto c’è il goloso salutismo di Marckuck, che nelle mattine d’inverno ama farsi la spremuta, un po’ per le vitamine, un po’ perchè è tanto buona…

Così oggi sono andato a fare la spesa della settimana e come sempre ho preso anche un sacchettone di arance rosse. E qui è sorto il problema: quali arance è giusto comperare?

Ricordiamo tutti – penso – la “Notte dei Cristalli” di Rosarno, con le indicibili violenze sugli immigrati, la caccia al negro, la tensione palpabile in una zona d’Italia già molto complicata di suo.

Dietro a questo ci sta – ovviamente – la spietata mafia calabrese, che controlla la tratta degli schiavi e i commerci della zona e va ad aggiungersi agli imbrogli degli agricoltori e ai perversi meccanismi che rendono più “redditizio” buttare le arance che venderle, come illustra molto bene “la Stampa” in un recente articolo.

E alla fine della contorta filiera di meschinerie, lacrime, sofferenze, violenze, imbrogli e raggiri, le arance finiscono sui banconi dei nostri supermercati, compreso il Carrefour, dove di regola Marckuck va a fare le sue spese. Il quale si è trovato di fronte a un dilemma etico:

“E’ più politicamente ed eticamente giusto comperare le arance calabresi, per rafforzare il piccolo mercato degli sfruttati, sapendo che il grosso di tutto questo va alla mafia, oppure è meglio prendere arance di altre zone del Mediterraneo, sperando di rovinare i commerci illegali ma avendo la certezza di peggiorare le condizioni di vita di chi sulle arance vive?”

Ho esitato un po’, guardando le diverse offerte di arance sui banconi e ponendomi questa questione. E alla fine ho deciso, anche se non so se ho fatto bene: da domani la spremuta della colazione sarà fatta con arance zapatere, provenienti dritte dritte dalla Spagna.

Stampella

Dovrei aggiornare il blog, lo so… ma per capirci, questa è l’immagine della mia giornata media di questa settimana!

Stamane, approfittando che fuori piove, sono rimasto a letto più a lungo del solito (in realtà lo sono ancora…), con il minipc sul petto, intento a navigare avanti e indrè su internet.

Da qualche giorno, sono nella mia fase britannica… ho sentito il discorso di Natale della Regina su YouTube, ho leggiucchiato una biografia di Edoardo VII lo “zio d’Europa” e rivisto “Elizabeth”, la minifiction su Elisabetta I, con protagonista Helen Mirren, successo di pubblico e critica di 3-4 anni fa.

Oggi mi sono messo a leggere la lista di successione al Trono di San Giacomo, prontamente fornitami non dall’Earl Marshall, il Duca di Norfolk ma – molto più prosaicamente – da Wikipedia. E che musica per le mie orecchie amanti della Storia: ricorrono nomi che evocano Shakespeare (il 20° in linea di successione è Richard, Duca di Glouchester, come nel Riccardo III, chissà se è un po’ gobbo pure lui…), Wimbledon (il Duca di Kent, che premia i vincitori, al numero 24), le tradizioni secolari, le tragedie della II Guerra Mondiale, la Magna Charta, il passato medievale (Carlo, Duca di Cornovaglia)…

Che civiltà! che sobrietà! che compostezza! che senso dello Stato!

E poi, sono arrivato al n. 438 e ho letto “Principe Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta”. Un brivido è corso lungo la schiena… dunque solo 437 nomi separano il Regno Unito (e il resto del Commonwealth), con le sue consuetudini, i suoi riti e le sue certezze dall’Italico Casino? E quindi, sottovoce, ho intonato non tanto il classico “God Save the Queen” ma una nuova, inedita versione adatta al momento: God Save all 437!

PS. Questo post è assolutamente inutile, ma serve a rompere il silenzio e fare a tutti i miei amici e lettori i miei più sentiti auguri per un lieto VentiDieci. Marckuck

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