Nella mia ignoranza sconfinata, non avevo mai sentito nominare Evelyn Waugh fino a quando – circa 15 anni fa – Simonetta non ne regalò una raccolta di romanzi a Piero, per un suo compleanno… Il quale Piero, incontenibilmente snob, disse di conoscere e amare quest’autore in modo particolare e aprendo il libro a caso lesse la frase “eccoci su questa veranda, io, te e le aragoste!” (o qualcosa di simile).
E mentre nella mia mente iniziava a farsi largo l’inquietante immagine di Simonetta in lungo, Piero in tight, una veranda con le colonnine di marmo e tante simpatiche e allegre aragoste intente a zampettare ovunque ho deciso di non essere da meno, fingere di amare pure io Evelyn Waugh e fare il fioretto di colmare rapidamente la mancanza. E quindi, in breve la mia biblioteca si è arricchita di Una Manciata di Polvere, Il Caro Estinto e – infine – dei taccuini di viaggio di When The Going Was Good. Il giudizio finale basato sui tre testi letti fu: “piacevole quanto basta per concludere i libri, ma non abbastanza da farne incetta”. E così, Evelyn Waugh venne accantonato. Per rispuntare fuori dal teleschermo ieri sera.
Mi sono imbattuto, infatti, in un film tratto da quello che viene considerato il suo capolavoro: Brideshead Revisited. La storia riassunta in poche righe è molto semplice: un giovane della piccola borghesia londinese con ambizioni da pittore inizia a frequentare Oxford, nei ruggenti anni ’20. E’ un ragazzo perbene, semplice, cresciuto in un contesto drammaticamente anafettivo e con la mente imbevuta di storia dell’arte. Giunto a Oxford lega con il più giovane rampollo di una ricca famiglia aristocratica, spendone, guadente, chiassoso, sbevazzone, piacente e ostentatamente gay con il quale intreccia un relazione più attratto dal personaggio che per vera inclinazione omosessuale. In breve però, si accorge di preferire la di lui sorella verso la quale nutre un amore non concretizzato per i successivi 10 anni, quando rincontrandola, lui ormai pittore affermato, lei sposa scontenta e annoiata, intrecciano una relazione troncata quando la giovane si trova a dover scegliere tra tradizione familiare (opulenta, patrizia e bigotta) e abbandono amoroso. Niente Happy Ending.

Messa così il film prometteva di avere quasi tutto quello che piace a Marckuck per riempire visivamente una serata. Un’ambientazione anacronistica, una grande dimora patrizia dove la pompa e lo sfarzo nascondono dietro l’angolo la rovina imminente (Brideshead nel romanzo, lo splendido Castle Howard nel film), la confusione dei ruoli, i vestiti da passeggio bianchi con eleganti panama e le storme di domestici silenziosi e discreti, Venezia galeotta e ovunque una certa ipocrisia sociale che presto o tardi viene portata a galla… ma man mano che la vicenda si svolge non mi trovo sotto il naso una nuova versione di “Quel che resta del giorno” o magari di “Matrimonio all’Inglese” ma un crescendo di soffocante, claustrofobico e ansiogeno di vite rovinate dal rigore, dalla freddezza dei sentimenti, dalla falsità e – sopra ogni cosa – dall’opprimente invadenza della religione Cattolica, che lungi dal dare gioia e luce, rende oscura e infelice l’esistenza di chiunque ne sia sfiorato.
Contrariamente alle abitudini della upper class britannica, la grande, potente e ricca famiglia aristocratica è di fede cattolica e non anglicana, soprattutto per ispirazione della first lady di casa, la Marchesa di Marchmain, bigotta e rigida come un un Filippo II di Spagna in gonnella. Il suo rigore, la sua fede così pressante e cupa manda in rovina la famiglia: il marito fugge a Venezia, il figlio maggiore (futuro erede del titolo di Marchese e della splendida Brideshead) è un cretino superstizioso e codino, il figlio minore (Sebastian, amico/amante del protagonista) un giovane infelice che brucia un’esistenza solitaria sprecando denaro con compagnie di infimo rango e finendo anzitempo povero, solo e alcoolizzato, la figlia Julia (il vero grande amore di Charles, il protagonista del film) è una donna capricciosa, infelice, che fa un matrimonio sbagliato con un uomo che si spaccia per cattolico e finisce anch’essa in solitudine dentro quella grande casa patrizia piena di angoli bui, crocefissi, madonne piangenti e anziane balie con il rosario tra le mani.
Il paradosso di questo cattolicesimo così tetro e ostentato è che rimane non solo la causa dell’infelicità di un’intera famiglia, ma anche la sola forma di salvezza e conforto. Un padre-patrigno da cui si cerca di scappare e nel quale alla fine si è costretti a cercare rifugio… E così il marchese morente vuole tornare a Brideshead e ricevervi l’estrema unzione e dopo una vita di peccatore, Sebastian come punto di arrivo della propria disperazione finisce per cercare asilo in un convento di monaci cattolici in Marocco e lady Julia non osa seguire l’istinto e il cuore e cedere al suo amore di sempre, preferendo il conforto della casa, della cappella di famiglia, del rosario e delle pratiche di fede quotidiane, che tanto aveva detestato in gioventù.
Insomma, una vicenda ambigua e irrisolta, come in fondo lo era sotto certi aspetti anche Evelyn Waugh. Critico dell’aristocrazia britannica ma tanto ansioso dall’esserne accolto e – in cuor suo – dispiaciuto dal non farne parte… critico verso la fede ma convertitosi al Cattolicesimo del quale ha sposato le prese di posizione più conservatrici (tipico dei neofiti, in fondo). Morale della questione, Ritorno a Brideshead è un film che si può guardare anche con un certo piacere, apprezzando in particolare Emma Thompson marchesa bigotta e Ben Wishaw rampollo infelice e irrisolto e godendosi degli scorci di Castle Howard, come il buon Charles alla sua prima visita in quel luogo perfetto, quando ne visita le sale incantato, seguito da uno scocciato Sebastian che gli dice “non metterti a fare il turista o dovrò chiederti i due scellini per la visita“.
Però ci vuole l’umore giusto, non è fatto per essere visto ogni giorno, con leggerezza e buonumore.

ah Brideshead…
sul film non mi esprimo (non l’ho visto), il libro (in lingua originale) e’ delizioso, ma la versione definitiva della storia e’ un serial televisivo di Granada del ’81 (anch’esso filmato a Castle Howard) che lancio’ il giovane Jeremy Irons. Musica, costumi, ambientazione, recitazione, sceneggiatura, tutto impeccabile e di prim’ordine, una lezione su come gli adattamenti televisivi dovrebbero essere fatti.
Il significato e l’atmosfera del libro li hai spigati a pennello. Anche se, forse, sei un po’ duro sul Cattolicesimo. Waugh ha spiegato che il libro, oltre ad essere un affresco della vita della buona società inglese degli anni 20 (che non cessa di affascinare, visto che, a distanza di quasi un secolo, a Oxford ancora si cerca di ricreare quell’Arcadia della prima parte del libro), voleva illustrare la natura della Grazia divina. Charles, che parte agnostico, trova pace e consolazione con la sua tumultuosa vita solo alla fine del libro, quando l’autore suggerisce, si e’ convertito.
Comunque, mai nella vita mi sarei immaginata che il catechismo un giorno mi sarebbe stato utile a qualcosa. Poi sono approdata a Oxford. Brideshead Rivisited, Oxford Movement, John Newman, RC: persino il dogma dell’Immacolata Concezione mi e’ tornato utile.
@ Nodders. Io non posso entrare nel merito della serie (che ho visto essere stata molto apprezzata all’epoca) e neppure nel merito del libro, che non ho letto… ma il film a me non è dispiaciuto e se – come dici tu – “il significato e l’atmosfera del libro li ho spiegati a pennello” questo non è certo merito mio, ma del film che evidentemente non è del tutto da buttare
[...] Tutt’altra atmosfera in “Ritorno a Brideshead“, del quale ho parlato in un altro post, non troppo tempo fa. Di nuovo Emma Thompson (un po’ meno ragazzina stavolta, gli anni [...]