E così, eccoci alla seconda parte del post dedicato ai film ambientati in contesti “anglocountry“, per i quali sono pure giunti suggerimenti da parte di lettrici & lettori particolarmente attenti. Allora, le regole sono semplici: parlare solo di film ambientati nella campagna inglese, dentro una grande casa patrizia e che ho rivisto in questi giorni di festa e riposo. E il criterio di elencazione? assolutamente casuale, tanto elenco solo film belli o molto belli, almeno per me, ovvio…
1. Il piccolo Visconti. Non sono sicuro di avere una grande opinione di James Ivory. Ho visto molti film da lui diretti e alcuni pregi comuni sono fuori discussione: la raffinatezza nei costumi, la cura scenografica, il garbo della sceneggiatura, la scelta degli attori eppure, eppure… c’è qualcosa che non mi convince mai del tutto. Ivory è un po’ come il buon Baricco, pregevole prof. di scrittura creativa, maestro nella scelta dell’aggettivo o della costruzione stilistica della frase eppure, così frigido, così incapace di trasmettermi emozioni vere. Però ci sono delle eccezioni, una di queste è Casa Howard, vicenda un po’ malinconica raccontata da Forster e messa in scena dalla ditta Ivory nel 1992. La “casa” del titolo non è una country house nobiliare, ma un sobrio e piacevole cottage attorno al quale si scatena, all’inizio del ’900, una lotta per l’eredità che porta sullo sfondo gli spietati, eterni conflitti di classe della società britannica. E’ un film piaciuto non solo al pubblico, ma anche alla critica, che è stata molto generosa di complimenti e premi con Ivory e con i due protagonisti, Anthony Hopkins e Emma Thompson. Voto 9.
E per la serie, squadra che vince non si cambia, i due succitati sono stati reclutati per il film successivo, il celebrato Quel che resta del giorno, di solo un paio d’anni dopo. Questo titolo mi è stato segnalato e risegnalato dopo la pubblicazione del post precedente, e quindi ci tengo a tranquilizzare tutti: è un film che conosco e che mi piace. Mi piace molto, veramente… Un film di non detti, di delicate tensioni emotive, di eleganza formale e sostanziale, fedelissimo a un libro di piacevole lettura. Siamo spesso – però – tutti presi nella vicenda di amore silenzioso tra mr. Stevens e miss Kenton e trascuriamo l’ottimo Lord Darlington/James Fox che incarna alla perfezione il dramma di una classe sociale, in trapasso dalla preminenza alla marginalità, convinto ancora che rapporti personali e argenteria splendente possano incidere sul corso della Storia e che in fondo la politica non sia un fenomeno “di massa”, ma qualcosa che si può continuare a gestire e tenere sotto controllo se solo 4-5 gentiluomini di ogni paese decidono di ritrovarsi attorno a un grande tavolo, in white tie e parlarne con franchezza. E’ l’eterno fascino della decadenza, della lenta e impercettibile discesa verso il baratro, un baratro dorato e gonfio di privilegi, ma pur sempre baratro… Voto 9.
2. Disegni e delitti. Fine del XVII° secolo, sullo sfondo della “guerra civile fredda” tra giacobiti e sostenitori del nuovo re, Guglielmo d’Orange, chiamato al trono dopo i colpi di scena che portarono alla Gloriosa Rivoluzione del 1688, un giovane pittore talentuoso e presuntosetto viene incaricato di disegnare 12 diverse vedute del giardino della tenuta di un gentiluomo in viaggio per affari. Poiché il pittore non ha particolare necessità di denaro, si conviene – con tanto di contratto formalmente stipulato – che il pagamento sarà erogato “in natura”, approfittando delle grazie (un po’ sfiorite) della Signora Herbert, moglie del gentiluomo. I 12 disegni vengono regolarmente consegnati alla committente, ma da diversi piccoli particolari si evince che un delitto è avvenuto e l’assassino (o gli assassini) vagano impuniti, cosa che l’imprudente artista non esita implicitamente a far notare. E’ questa la storia raccontata ne I Misteri del Giardino di Compton House, di Peter Greenaway (1982). Si tratta di un film strano e visionario, decisamente complicato, che non consente di distrarre lo sguardo neppure per un minuto, perché perdersi un fotogramma o una battuta impedirebbe la comprensione, già di per se un po’ difficile (tra l’altro, compare di continuo un uomo nudo, mimetizzato tra foglie, rovi o statue, ma giuro che dopo aver visto il film N volte, ancora non capisco a cosa serva la sua presenza). I Misteri si svolgono in un’epoca storica che non mi piace troppo, caratterizzata da costumi pomposi e un po’ ridicoli e i personaggi non sono particolarmente simpatici. Ma la casa è magnifica, la sceneggiatura elegante e il film ha comunque un che di magnetico. E’ da vedersi per la cura dell’ambientazione, per l’intelligenza della storia e per il sottile erotismo che pervade tutto il film. Che è anche un film cupo, in fondo pessimista, dal quale nessuno esce a testa alta, reso ancor più efficace da una bella la colonna sonora di Michael Nyman, che pur nella sua modernità evoca in modo efficace l’atmosfera tardobarocca. Notevoli i disegni, opera dello stesso Greenaway. La bella Groombridge House che fa da ambientazione al film sarà Longbourn nell’Orgoglio e Pregiudizio del 2005.Voto 8.
3. Ancora un delitto. L’ho visto e rivisto e ogni volta mi incanta. Mi riferisco a Gosford Park, uno dei capolavori di Robert Altman, del 2002. Presumibilmente negli anni ’20 del XX secolo, un gruppo di gentiluomini e gentildonne si riunisce nella tenuta di Sir William McCordle e il film ne segue le ambizioni, le mediocrità, le speranze e le piccinerie. Con tanto di delitto nella biblioteca, come si conviene nei gialli d’altri tempi. Chi sarà stato? magari il maggiordomo. Grande sceneggiatura (di Julian Fellowes, premiato con l’Oscar), come sempre in Altman una pletora di personaggi spumeggianti, sottili tensioni tra upstairs e downstairs. E sorpresa finale. Adorabile, non da raccontare, ma da vedere. Voto 10.
4. Chiusura con Genio. Per anni l’ho considerato il mio film preferito e forse lo è ancora. Come descrivere le emozioni visive che si presentano guardando le vicende di Redmond Barry, signore di Barryville, raccontate nell’indescrivibile Barry Lyndon, uno dei tanti capolavori del genio assoluto di Stanley Kubrick, del 1975, con Ryan O’Neal nei panni del protagonista scaltro ma sfortunato, dotato “di quel genere di talento che porta a ottenere una grande fortuna, ma rende poi impossibile conservarla”. Redmond Barry, orgoglioso e squattrinato seminobilastro irlandese a caccia di fortuna e gloria nell’Inghilterra della metà del ’700 fugge in seguito a un duello, finisce nel mezzo dell’assurda e interminabile Guerra dei 7 Anni, combattendo prima per gli inglesi e dopo per i prussiani. Quindi diserta, sposa una ricca e triste nobildonna e quasi ne prosciuga le risorse nel suo desiderio di vivere da gran signore, fino a quando si ritrova povero e solo. Uno dei film storici più belli che abbia mai visto, con una fotografia straordinaria che rende ogni fotogramma un quadro di Gainsborough o di Canaletto, ovviamente nel suo periodo inglese, con una colonna sonora raffinatissima, pochissimi dialoghi e molto da guardare, incantati. Un film di mediocre successo di pubblico e contrastato giudizio di critica (ancorché sorretto da qualche Oscar minore) ma nel corso degli anni decisamente rivalutato. Un voto? difficile, forse 10, magari 11…
C’era spazio per qualcos’altro. Il bizzarro Pranzo Reale del 1984 (che non si svolge in una Manor House, ma che comunque è divertentissimo e assolutamente british), il Maurice citato da un commento (ma due Ivory sono sufficienti) e magari L’Importanza di chiamarsi Ernesto, nella sua versione 2002, di Oliver Parker, assolutamente godibilissimo (ma è ovvio, parliamo di una commedia di Oscar Wilde, come potrebbe non esserlo?) e divertente. Ma mi fermo qua, perché questo interminabile post dovrà pure aver fine presto o tardi…

Su Gosford Park mi trovi pienamente d’accordo. Ricordo che lo vidi al cinema con alcuni amici, che lo trovarono lento e noioso. Io invece me ne innamorai.