Le ragioni del NO: a che serve la riforma?

Consumato dal caldo, senza un refolo d’aria in tutta la casa, malgrado ogni finestra sia aperta, mi accingo al 5° e ultimo post sul tema del referendum confermativo del 25 e 26 giugno.

Nei quattro post precedenti, ho cercato di inquadrare dal punto di vista “tecnico” (o presunto tecnico) la mia forte contrarietà a questa riforma, per tre ordini di motivi: istituzionali, di opportunità, culturali.

1. Un “NO” istituzionale.

Il complesso della riforma sembra concepito per blindare il presidente del Consiglio tra gli arazzi di Palazzo Chigi, rafforzandone i poteri nei confronti della compagine di governo e nei confronti del Parlamento. Si tratta di un tema vecchio: con le riforme degli anni ’80, il presidente del Consiglio italiano dispone degli strumenti necessari per controllare l’agenda delle Camere e per esercitare una effettiva funzione di coordinamento e indirizzo dell’operato dell’intero governo.

Inoltre, la trasformazione in senso maggioritario bipolare delle competizioni elettorali ha consentito una indicazione “de facto” del presidente del Consiglio e rafforzato la sua premiership anche politica. La stessa esperienza della legislatura 2001-2006 sta li a dimostrarcelo.

Il governo Berlusconi è riuscito a rimanere a galla per 5 anni, portando avanti nei tempi e nei modi voluti tutte le leggi che ha ritenuto necessario far approvare. Anche senza un formale potere di revoca, quando il presidente del Consiglio ha voluto disfarsi di un ministro (da Ruggero a Tremonti, da Scajola a Siniscalco, da Sirchia a Calderoli) lo ha potuto fare. Questo perchè sorretto da una maggioranza parlamentare fedele e coesa, che lo ha coperto e tutelato ogni qualvolta è stato necessario.

Dunque, con le attuali regole (e senza cambiare la Costituzione) il presidente del Consiglio fa già quello che vuole e il tema, semmai, non è più quello di rafforzare il premier, quanto rafforzare le Opposizioni, troppo deboli di strumenti istituzionali. NO, quindi, perchè la “priorità” della riforma è assolutamente sbagliata.

2. Un “NO” per opportunità.

Il tema delle Grandi Riforme è vecchio, disperatamente vecchio: l’immagine di una classe politica che non è più in grado di definire le proprie priorità politiche. La II parte della Costituzione va bene così com’è, mentre forse sarebbero da ridefinire proprio i diritti, elencati nella I parte.

Diritto alla riservatezza, diritto ad un ambiente salubre, diritto a disporre del proprio corpo, diritto alla propria identità culturale, diritto di ricorso diretto per il cittadino alla Corte Costituzionale…tutti temi assenti – per ovvie ragioni – nella mente dei Costituenti del 1948, ma presenti oggi. Dunque una riforma va bene, purchè non tocchi il quadro politico e ampli la sfera delle libertà dei cittadini.

3. Un “NO” culturale.

La nostra Costituzione è il prodotto di un incontro fecondo tra tre diverse culture politiche: laica-risorgimentale; socialcomunista e cattolico-popolare, unite dal collante dell’Antifascismo e dello spirito repubblicano.

Si propone di gettare a mare questo assetto politico e questa coerenza culturale per sostituirla con un grumo di norme slegate tra loro, che hanno come solo e unico elemento di unione il malcelato desiderio di gettare nel cestino la tradizione repubblicana per soppiantarla con qualcosa che certo non è il legame con l’Antifascismo, la Resistenza e la visione costituzionale del 1946.

NO quindi, anche per difendere le radici liberali, democratiche e antifasciste della nostra Carta Costituzionale.

Ecco, basta, ho finito. Sul “NO” ho fatto due lezioni all’Università, una trasmissione televisiva, 7 incontri pubblici, 5 post sul blog. Per lo meno posso dire di avere la coscienza pulita, speriamo basti.

Marckuck

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2 risposte a Le ragioni del NO: a che serve la riforma?

  1. Fabioletterario ha detto:

    Sbaglio o la campagna è CHIUSA?

  2. teresa ha detto:

    grazie.

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