Senza casa

I Democratici di Sinistra che si stanno sciogliendo in questi giorni a Firenze sono stati la "casa" politica della mia famiglia per 80 anni.

Mio nonno si iscrisse al Partito Comunista d’Italia (allora si chiamava così) nel 1921, immediatamente dopo la scissione di Livorno, che sancì la nascita di quella forza politica massimalista e rivoluzionaria. Aveva 18 anni e vi rimase per tutti i 66 anni che gli restavano da vivere, rinnovando la tessera (una delle prime tessere udinesi) anche negli anni della dittatura fascista e dell’occupazione nazista. Tanta devozione venne premiata, dato che nel 1981 – 60° della fondazione – ricevette una medaglia celebrativa d’argento disegnata da Giacomo Manzù e accompagnata da una lettera firmata dal segretario del partito, l’amato "compagno" Berlinguer.

Papà aderì a 15 anni, nel 1953 e rinnovò la tessera fino al 1990, quando il PCI decise di trasformarsi in PDS. Papà capiva le ragioni di quel cambiamento, ma non prese mai la tessera del partito nuovo (che pure votava) e neppure quella di RC (che pure rispetta).

Io votai PCI dal 1985 al 1991, ma non presi mai la tessera. Non ero, non sono e non sarò un comunista: non credo che lo Stato possa dare la felicità alle persone (che devono cercarsela nella vita quotidiana), non credo che lo Stato possa eliminare le disuguaglianze, che non sono solo dovute alla dimensione economica, ma sono più profonde e più individuali, non credo che lo Stato debba controllare tutto quanto facciamo, imponendo la propria etica, la propria visione ideologica della realtà.

Però sono stato un militante partecipe del PDS. Sono rimasto nel partito dal 1994 al 2001 – da una vittoria berlusconiana all’altra – ricoprendo una serie di incarichi anche di un certo peso locale, fino a componente della Direzione Regionale e responsabile regionale per le politiche universitarie. E facendo tutto il contorno, compreso l’oste o l’addetto alla salsicce nella festa dell’Unità. Poi me ne sono andato, senza una polemica, senza un comunicato stampa, senza una rottura traumatica. Senza dire nulla e senza che nessuno mi chiedesse “perché” o mi dicesse “ripensaci".

Nel 1998 il PDS divenne DS. Ma la nuova forza politica si presentava ai miei occhi chiusa, oligarchica, autoreferenziale, aperta solo ad apparati e “poteri forti”, tecnocratica, insensibile all’evoluzione della società. E come me la pensarono in tanti: quando mi iscrissi (1994) i militanti del partito erano 3200 in tutta la provincia di Udine, quando me ne andai (2001) erano 1800. Dove sono finiti i 1400 che mancano? Non si sa, nessuno se lo è chiesto, nessuno li è andati a cercare, a nessuno interessa…

Non ho più preso tessere perché non sono bravo a cantare in tutti i teatri. E dal 2001 ho sempre sperato che presto o tardi qualcuno alzasse il telefono e mi dicesse “Marco, perché non ne parliamo? Sei una persona perbene e al partito le persone perbene servono”. Invece no. Hanno (abbiamo?) cercato di reclutare di tutto: imprenditori renitenti al dovere fiscale, bigotti delle Acli, centristi in cerca di ricollocazione, ex democristiani, sindaci-padroncini inquisiti e discussi, che però portano in dote 3-400 voti… E a furia di allargare, ridefinire, tagliare e cucire i DS hanno perso l’anima, il cuore e lo stomaco. E’ rimasto solo il cervello freddo e spietato di Massimo D’Alema, suggeritore dietro alle tende di un processo politico gestito dai “gemelli dell’autogol”: il grigio, sovietico Piero Fassino e l’ipocrita, cinico e calcolatore Francesco Rutelli.

E’ il trionfo dell’immagine, dei partiti di carta, dei lustrini, dei nani e delle ballerine. E’ il trionfo del “berlusconismo” come malattia terminale della politica e non è un caso che i commenti più entusiasti all’insulsa relazione di Fassino siano usciti proprio da lui. E mentre Silvio applaudiva, un pezzo di partito se ne andava, senza che nessuno tentasse di fare qualcosa, con un disprezzo e un’assenza di capacità di ascolto che è più umana che politica.

Mi spiace, perché ho creduto nel Partito Democratico. Ma non in questo Partito Democratico. Non mi basta un po’ di retorica sulla “terza via”, sulla modernità, su quei principi buoni per tutti – da Diliberto a Fini – ricordati nello squallido manifesto programmatico. Tutto questo non fa per me. Io sto con un partito di massa, dove gli iscritti contano, dove gli apparati accettano di rimettersi in discussione, dove esiste un cuore e una Ideologia, intesa come una visione organizzata, coerente e formalizzata di principi che devono guidare l’attività politica del partito.

Nella sua lunga e insignificante relazione, Piero Fassino – tra gli applausi di Berlusconi e degli altri rappresentanti della CdL – ha parlato di tutto. Ma non ha mai nominato la fabbrica, gli operai, i poveri, i morti sul lavoro che stanno diventando la nostra quotidiana Baghdad. E io – che non sono operaio, non sono povero e non ho mai lavorato in fabbrica – mi sento a disagio.

Per me definirsi “di sinistra” ha ancora un senso. Per Piero Fassino si tratta di un guscio vuoto e ingombrante. Nulla più.

Da oggi io sono senza casa, la mia vecchia casa non è stata riformata, ma demolita e al suo posto costruito un centro commerciale, dove si trova un po’ di tutto ma dove nessuno si sente mai veramente a proprio agio.

Marckuck

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11 risposte a Senza casa

  1. I Care ha detto:

    Che dirti? Non ho mai militato in un partito perchè ho sempre cercato di restare libera nel criticare, qualora non ne condividessi le scelte, anche quel sentire politico vicino al mio sentire, ma inquadrato in uno schema partitico. Se guardo indietro ricordo una grande figura di uomo, quella di mio nonno, che durante i primi anni della dittatura fascista aveva “visto” ammazzare il dirigente di partito nel quale credeva, Matteotti. Il mio papà soffriva perchè non riusciva a capire come fosse possibile che gli italiani cambiassero padrone, da Mussolini, italiano, ad altri, stranieri, che godevano di quel biglietto da visita in seguito alla sconfitta del nostro paese. Dunque, diversa la mia storia dalla tua, identico il senso d’amarezza. Forse hanno ragione loro: questo non è un nuovo partito, ma un partito nuovo. Ma a me sembra che la novità di questo partito nuovo sia da ricercare nella sua capacità di inchinarsi ai nuovi vincitori: multinazionali e padroni senza scrupoli.
    Ai lavatori, probabilmente, si preparano a gridare la stessa espressione urlata dal corteo reale in fuga da Roma lasciata senza alcuna difesa, “Arrangiatevi”.

  2. navide ha detto:

    Mai presa una tessera di partito. Mi piace ancora pensare che voto quello che una persona rappresenta e come lo rappresenta. Cerco di giudicare da situazione a situazione, ma adesso sembra impossibile. Mi sembra che siano tutti uguali. Non vedo piu’ figure che si possano davvero rispettare. E rispettare anche quando non si e’ d’accordo con loro. Dove sono finiti i Berlinguer e i Pertini? Chi ne ha raccolto l’eredita’?
    Credo che la parola chiave di tutto il tuo post, sia “persona per bene”. Non hanno piu’ bisogno e non vogliono persone per bene, come dimostrato dalla tua esperienza. Ma, piuttosto vogliono chi possa ancora aiutare a tenerli incollati a qualche poltrona. E alla fine quella della poltrona mi sembra molto triste come “ideologia”. Peccato che costi anche cara, agli italiani.

  3. magx ha detto:

    Mai stato iscritto a nulla, se non la scuola, vomito con te su questo cialtronesco show.
    Ad aprile dell’anno scorso, in un rigurgito sempre più frequente, e necessario, di radicalità ho votato Diliberto. Io voglio essere di sinistra, e del PD non sò cosa farmene. Non voglio un altro centro di affari.

  4. Marte ha detto:

    Il mestiere del Politico, come fu quello di Berlinguer o De Gasperi, non esiste più.
    Esiste quello del politicante.
    E’ degradante per la massa, che li deve sostenere.
    E’ demoralizzante per tutti.
    Ma del resto siamo in un Paese in cui gli la difese degli interessi dei cittadini è lasciata ai comici (vedi l’ultimo episodio di Grillo al CDA di Telecom) e in cui le inchieste sulle cose pubbliche sono affidate a giornalisti, però free lance (vedi report).
    E nessuno ci parlerà mai di fabbriche e di operai (tranne forse il Ministro del Lavoro) perchè in fondo di fabbriche in Italia quante ne saranno rimaste tra quelle fallite e quelle bruciate?
    Nessuno ci parlerà di morti sul lavoro, perchè fa triste e poco glamour (vuoi mettere invece i morti lontani? fanno notizia ma non sembrano così insopportabili).
    Nessuno, nessuno, nessuno di loro ci parlerà di pensioni, precariato, scuola, occupazione, formazione…perchè se ne parlassero dovrebbero cominciare a fare qualcosa di più delle loro riunioni inutili su come chiamare il prossimo stupido partito che faranno nascere.

  5. ma.ni. ha detto:

    Qualche giorno fa ho scritto in un post ció che penso sulla nascita di questo partito, ma in generale non vedo in tutto il panorama politico italiano una sola figura interessata a fare politica, per e con la gente. La descrizione che fai di Rutelli potrebbe adattarsi ad almeno una decina di parlamentari, il calcolo che li accomuna é quello sulla stabilitá delle loro poltrone, case accoglienti non ce ne sono piú per nessuno, tranne che per loro.

  6. Andy ha detto:

    Per una volta non ho nulla di dire. Uno dei tuoi post meglio riusciti: chiaro, impietoso e garbato (come io non riesco ad essere :P). Mi dispiace leggerci la nota di tristezza e -correggimi se sbaglio- di rabbia, anche se controllata. Però è ovviamente comprensibile. Risparmio ogni ulteriore commento sulla vicenda, perchè non aggiungerebbe nulla di costruttivo a quanto hai scritto.

  7. marckuck ha detto:

    Naturalmente rispetto chi non ha mai avuto una tessera di partito (ICare, Navide e Magx), io invece ho sempre creduto nella dimensione organizzata e collettiva dell’azione politica e quindi ci soffro per l’assenza di una realtà che mi “rappresenti”.

    Ma.ni e Marte, ovviamente concordo con voi (ahimè)

    Andy, grazie per i complimenti. C’è molta rabbia in effetti e tra una garberia e l’altra avrei una gran voglia di menar le mani

  8. aless ha detto:

    “berlusconismo” come malattia terminale della politica. Sono d’accordo con te, su tutta la linea. Ti pensavo stasera guardando i vari servizi tv, ascoltando Rosi Bindi, che forse avrai apprezzato, e sentendo i commenti compiaciuti di Berlusconi. Non so che dire. Io non sono mai stata tesserata ma sono molto stata vicina ai DS della mia città. Ora, pur scontenta, continuerò a credere in questo “partito nuovo”. Cercando, comunque, di resistere, resistere, resistere…

  9. non dico nulla marc, ho scritto qualcosa sul mio blog… ma ormai la mia scelta l’ho fatta.
    ammetto che mi ha colpito al cuore sentire il compagno mussi che lasciava il partito, come anche mi è parso di intravedere una commozione sincera in piero fassino.
    gli occhi si sono un po’ bagnati nel veder spegnere le luci su quel simbolo che – seppur per soli sei anni e a livello di manovalanza da sezione – è stato casa mia.
    fabri

  10. Matteo ha detto:

    Bellissimi post, che mi riporta alla tristezza e al senso di impotenza che credo ci accomuni.

    Io ho 21 anni, sono iscritto ai DS dallo scorso anno e ora credo seguirò la nascita di Sinistra Democratica, senza troppa convinzione.

    Ci stanno rubando i sogni dal cassetto!

    “Dove stiamo andando? Cosa stiamo facendo? MA QUANDO VEDREMO IL SOLE?”

  11. marckuck ha detto:

    grazie matteo! anche io sto flirtando con SD…basta che non facciano il terzo partito comunista!

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