100

Oggi a pagina 12 de “Il Sole24Ore” c’è una lunga e interessante intervista a Salvatore Settis, che ha da poco terminato il proprio mandato di direttore della Normale di Pisa.

Nell’intervista, Settis – alla guida di una delle punte di eccellenza dell’Università italiana – sostiene molte cose sensate sui mali della nostra accademia e sulle possibili soluzioni, ma su questo non mi soffermo, dato che di post critici verso l’università e la baronia ne ho fatti fin troppi…Preferisco parlare di una cosa interessantissima, letta a margine.

Come contorno dell’intervista, infatti, compaiono alcuni dati statistici, spesso deprimenti (ad esempio quello sull’età media dei docenti) ma uno che mi sorprende e mi fa molto piacere…è un 100. Infatti, secondo l’autorevolissimo quotidiano finanziario, ci sarebbero ben 100 atenei italiani tra i primi 500 al mondo…

Sulle prime gongolo, poi ci rifletto un attimo e il numero mi pare una enormità: 1 università su 5 tra le migliori al mondo è italiana? ma va la? e allora, dove metti USA, Giappone, Germania, Francia, Olanda, Svizzera, Uk, Israele…Quindi controllo, cerco e ricerco su internet disperatamente il fatidico numero “100” – che da solo metterebbe a tacere qualsivoglia chiacchiera sulla necessità di riforma dell’Università. Ma inutilmente, trovo si dei ranking, ma nessuno che pone in vetta assoluta l’Università italiana…

Alla fine mi soffermo su quello che mi pare il più serio ed autorevole (pur con qualche obiezione metodologica…). Le Università italiane al “top” sono 23 (4,6%), come quelle del Canada, ma vale a dire molte meno di quelle della Germania (43, 8,6%) e Regno Unito (42), nonchè una in più di quelle francesi (22) e quasi il triplo delle spagnole (9). Per non parlare della situazione miserrima della Russia (2), dell’India (3) e della Cina (8).

Insomma, per fare una statistica riassuntiva e considerando solo i paesi del G8 e quelli economicamente più emergenti e vitali:

  1. USA 170
  2. Germania 43
  3. Regno Unito 42
  4. Giappone 36
  5. Canada e Italia 23
  6. Francia 22
  7. Spagna 9
  8. Svizzera e Cina 8
  9. Brasile e Sudafrica 4
  10. India 3
  11. Russia 2

Positivo o negativo come risultato? beh…l’aspetto negativo è dato dal fatto che solo una delle università italiane (la Sapienza) figura tra le prime 100 e questo conferma come a livello d’eccellenza, il nostro sistema universitario sia piuttosto arretrato. Ma un primo elemento positivo risiede nel fatto che le 23 università presenti nella classifica sono disposte in modo equilibrato sul territorio nazionale e sono quasi tutte pubbliche (il che consente a studenti di tutto il Paese di avere accesso ad una istruzione di qualità medio-alta ad un prezzo contenuto, se confrontato con il costo dell’Università in molti altri Paesi, soprattutto del mondo anglosassone).

Un secondo aspetto assolutamente positivo è la nostra condizione di maggiore forza rispetto a grandi, enormi paesi emergenti come Russia, Cina e India, verso i quali abbiamo ancora un considerevole vantaggio in termini di patrimonio di conoscenze e di alta formazione diffusa e accessibile, assolutamente necessario per non perdere ulteriore terreno…

Alla fine di tutti questi giri e tutti questi conti, però, una sola domanda continua a ronzarmi in testa: l’autorevolissimo “Sole24ore” da dove ha tirato fuori quel “100 su 500”? E se l’autorevolissimo “Sole” non fosse poi così autorevole?

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12 risposte a 100

  1. Andy ha detto:

    Boh, non solito a quali classifiche facesse riferimento il sole o quali hai guardato tu, ma normalmento il concetto di ‘migliore universita” lascia il tempo che trova: infatti e’ difficile che nello stesso ateneo il livello delle facolta’ sia omogeneo. Quindi secondo me ha piu’senso parlare di ranking per una determinata facolta’… altra cosa: spesso non vengono specificati i parametri secondo cui vengono stilate le classifiche: rapporto docenti/allievi, numero di pubblicazioni, qualita’delle stesse, numero dei laureati….??? Infatti, di queste classifiche ce ne sono in giro tantissime, tutte che presentano un profilo diverso. Bottom line, per quello che vale. Ho bazzicato in universita’, italiane e svizzere e brevemente negli US. Se si parla di infrastrutture ed attualita’ dei programmi, lÍtalia e’enormemente indietro. Se si parla del livello richiesto (e mi riferisco rigidamente all amia personale esperienza, sia in termini di tempo che di facolta’frequentata), allora l’Italia e’veramente meglio di tanti altri posti.
    Se poi il discorso si sposta a livello di dottorati, ricerca etc, allora l’Italia e’semplicemente disastrosa. Ad un qualunque congresso scientifico di un certo livello il numero di italiani e’ esiguo, anche rispetto a paesi come la Russia. E, purtroppo, la qualita’ dei lavori proposti (e taciamo sulle (in)capacita’ espositive, per cui siamo famosi assieme ai francesi in tutto il globo) e’ spesso imbarazzante…

  2. marckuck ha detto:

    Hai colto l’obiezione centrale che avrei fatto anche io: non ha senso dire che “il politecnico di torino è meglio dell’università di firenze”…lo sarà per ingegneria, ma non per scienze politiche, ad esempio…

    Ma è la rankingmania degli americani, con il loro spasmodico bisogno di creare classifiche su tutto e tutti…

    il tuo criterio di analisi – poi – è assolutamente centrato per quanto riguarda l’eccellenza universitaria (phd e ricerca), infatti io credo che il servizio sia assolutamente decoroso per un livello “medio”, cioè per formare – lo dico nelle cose che conosco – decorosi vincitori di concorsi pubblici, decorosi commercialisti, decorosi professori di lettere, decorosi…

    credo inoltre che parlare di “università italiana” sia anche antico. Preferirei si iniziasse a parlare di “Università europea” con regole, fondi e funzionamento di rango comunitario…ma questa è altra questione.

    Mandi

    M.

  3. marckuck ha detto:

    Per inciso, 170 università americane mi pare troppo…una media di oltre 3 università d’eccellenza a Stato (compresi i minuscoli New Hampshire, Vermont o Iowa).

    Non vorrei che come al solito gli yankee se la cantassero e se la suonassero da soli

  4. ma.ni. ha detto:

    Se non ho sbagliato i conti nella classifica che hai stilato compaiono 397 universitá, forse nelle 103 che completano il fatidico numero di 500 ben 77 sono italiane. Troppe? Sí peró é l’unica difesa possibile all’autorevolezza del sole 24 ore.

  5. Andy ha detto:

    Marc, per come la vedo io se non si hanno delle aree di eccellenza in cui si progredisce, diventa difficile poi dare strumenti anche per i medi: infatti, se dopo un po’ non ci si rinnova, non si va avanti, succede (guarda unp po’) che i programmi stagnano e i cosiddetti “studenti medi” diventano obsoleti già durante la loro formazione.

    PS: noticina polemica. interessante che tra gli scopi della formazione universitaria metti “vincitori di concorsi pubblici”. Italico more. Notai e commercialisti non esistono nella maggior parte delle altre nazioni del globo. Vedi tu :p

  6. marckuck ha detto:

    Andy, il primo punto lo sottoscrivo in pieno…il discorso dei “valori medi”, dando troppo per scontanto, come talvolta mi capita, era un implicito giudizio positivo sulle strategie di sviluppo universitario che – tra gli anni 60 e 70 (e pur con mille storture) hanno portato ad una moltiplicazione delle sedi universitarie e quindi delle possibilità di accesso all’alta formazione decisamente più semplificato.

    Per quanto riguarda la “noticina polemica” in coda, beh…la trovo un pochino “populista”. L’università non serve solo per sfornare vincitori di concorsi pubblici (e non pensi che io lo creda, vero?) ma in tutto il mondo civil servant, manager, professionisti e funzionari pubblici escono dalle università, non dalle gelaterie.

    Anche il discorso sul notariato e sui commercialisti mi lascia perplesso, dato che le funzioni che essi svolgono nel nostro sistema sono comunque svolte in gran parte da altri superpagati professionisti (siano essi avvocati o tecnici della finanza). E’ una questione nominalistica. Se poi il tema è “liberalizzare le professioni” beh, su questo hai pienamente ragione.

    Infine, mi piaceva un’opinione sull’ipotesi di “europeizzare” i sistemi universitari…Il Ministro Mussi (decoroso, a parer mio) ha preparato una bozza di riforma dell’accesso alla professione universitaria che prevede – come avviene anche all’estero, in molti contesti – il coinvolgimento nelle commissioni valutative di docenti stranieri, aspetto che ovviamente ha già fatto incazzare gli italiani.

    Spero Mussi tenga duro.

    Ma.Ni hai fatto un conto fallace, infatti…la mia graduatoria non tiene conto di tutte e 500 le università, ma solo di quelle – in tale elenco – afferenti a paesi del g8 o di particolare rilevanza economica. Mancano quindi un sacco di paesi con grandi università, come belgio, olanda, paesi scandinavi, israele, australia…

  7. Rob ha detto:

    Dunque. Intanto anch’io (una volta superata la sorpresa di sentire Sole 24ore parlare bene dell’università italiana) resto perplesso sulla oggettività di qualunque criterio di ranking, specialmente se svincolato dai settori. I criteri sfoderati dalla graduatoria in questione sono intanto tutti criteri assoluti, quindi in un certo senso tendono comunque a premiare università grandi e molto finanziate. Poi, ad esempio, mi sembra molto riduttivo misurare la “quality of education” e la “quality of Faculty” con il numero di Nobel e medaglie Fields, per non parlare del Science Citation Index…

    Sono molto d’accordo con il concetto di “europeizzare” maggiormente l’università italiana, molto meno con l’approvazione dell’operato di Mussi (che mi sembra abbia ahimè dedicato molte più energie alle vicissitudini del suo partito che non all’università ed alla ricerca). Per quanto riguarda la nuova ipotesi di reclutamento dei ricercatori, mi spiace di deluderti, ma dalle parti mie non si è incazzato nessuno. Invece, sono state poste molte obiezioni pertinenti, tra le quali il fatto che la procedura diventerebbe di una macchinosità tale da bloccare (qualora mai ce ne fosse bisogno) il meccanismo dei concorsi per anni. E, di fatto, con il solo scopo di effettuare una minima scrematura dei candidati, prima di lasciare di nuovo la decisione in mano al membro interno.

    Infine, concordo sul fatto che in quella graduatoria le università americane sono decisamente sovrastimate…

  8. marckuck ha detto:

    Grazie per il commentone, Rob

  9. Pollon ha detto:

    quanto piace a questa gente della carta stampata pubblicare numeroni da scoop. e poi a vedere con la lente e vedi che facciamo sempre e solo la solita figura da peracottari…

  10. Andy ha detto:

    Marc, non posso darti un’opinione sulla europeizzaione delle universita’ come ipotizzata da Mussi, semplicemente perche’ non so assolutamente ne’ cosa abbia detto ne’ cosa abbia proposto. Sorry. Sul resto, c’e’, credo, molto di vero (e anche di “buono”) riguardo la strategia di facilita’ di accesso (per lo meno da un punto di vista geografico) all’educazione universitaria. Gli anni 60 e 70 erano pero’ un po’ gli anni d’oro dell’universita’ italiana. L’errore e’ stato ed e’ stagnare su quel periodo, ed anche, se mi e’ permesso, identificare il diritto ad un’educazione universitaria per tutti con un abbassamente delle pretese e della qualita’ dei programmi proposti.

    Sulla noticina polemica, hai in parte ragione: e’ vero che, ad esempio, la funzione notarile esiste anche in UK. Pero’li’ e’ svolta spesso dal solicitor, ovvero l’avvocato che si sbatte anche ad avere altre funzioni. Divero il caso dello stivale in cui lo studio notarile svolge SOLO la funzione notarile (schiaffare un timbro su un foglio di carta, alla fine) e farla pagare profumatamente. In UK lávvocato diciamo ti segue nellácquisto della casa, si occupa di TUTTE le carte ed anche dei famosi timbri. Paghi caro, ma paghi una volta. Qualcosa di simile succede per i commercialista. Quando chiedevo come facessero per le tasse e quali commercialisti mi consigliassero, mi guardavano come venissi da marte. La contabilita’ aziendale e’ tenuta dagli accountants (ragionieri). In caso di problemi ci si rivolge ad un avvocato fiscalista. I laureati in economia sono di solito utilizzati per funzioni tipo sviluppo, strategie e analisi di mercato, borsa. NOn per spillare soldi con la scusa della burocrazia (e bada che l’UK, cosi’ come la svizzera, ad esempio, sono moooolto burocratiche).
    Questo per dire che secondo me parte del problema italico e’ anche legato alla fioritura di corsi di laurea che portano a figure professionali sterili o quanto meno superflue, o addirittura a corsi di laurea che non sono sufficientemente formativi (nota bene: non parlo di corsi non sufficientemente professionalizzanti), pur se sulla carta molto interessanti. In ottica europea, a volte un laureato italiano fa fatica a fare capire in che cosa si sia laureato esattamente. Vai a spiegare a chi ha il corso di “economia” tout court le sottili differenze che ci sono tra “economia”,”economia e commercio”,”economia politica”,”economia dei mercati finanziari”,”economia aziendale”,etc etc.

  11. marckuck ha detto:

    tutto giustissimo e tutto da condividere.

    Il Ministro Mussi ha formalmente chiesto al CUN (è quella la Camera dei Lord dei professori, vero?) “perchè in Italia ci sono 390 ambiti scientifici specifici e in Francia solo 60?”

    Senza avere risposta.

    Hai ragionissima sui corsi di laurea inventati per i gonzi (e se punti sulla stupidità umana ti va sempre dritta)…da noi c’era tempo fa un master in “Wine Management” ma giuro che non che facessero, se non bere qualche buon bicchiere ogni tanto.

    ciao

    M.

  12. Rob ha detto:

    Direi che il proliferare di figure “quasi” equivalenti si è sicuramente molto aggravato con i nuovi ordinamenti. Purtroppo, però, è difficile mettere uno stop ai corsi di laurea iper-settoriali se continuano a raccogliere studenti (infatti la legge prescrive che si debba chiudere un corso al di sotto di una certa soglia, ma se loro si iscrivono…). Del resto, anche se truffaldino quanto si vuole, per le Facoltà questo è un modo di sopravvivere.

    Sui settori disciplinari è in corso una revisione, il che in linea di principio sarebbe una buona cosa. Però siamo in Italia. E allora, tanto per dirne una, non è affatto chiaro che nel momento in cui una certa area scientifica diviene minoritaria nel raggruppamento disciplinare, continueranno ad essere mai più dati posti a persone di quell’area… e così via.

    La vera Camera dei Lord è la CRUI. Il CUN è elettivo, e i suoi membri sono in posizioni accademiche diverse. Non per niente il ministo Moratti aveva individuato nella CRUI il suo (possibilmente, unico) interlocutore.

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