Cyberflop

Si parla tanto (probabilmente troppo) di cyberdemocrazia, con riferimento alle nuove possibilità che si presentano al confronto politico democratico grazie all’irrompere tumultuoso di modalità di comunicazione diverse da quelle più tradizionali…Internet che ci fa raggiungere le informazioni che vogliamo quando vogliamo, Wikipedia che ci spiega tutto e di tutto il suo contrario, milioni di mail che si possono inviare senza spesa alcuna, i sistemi di filesharing, che non riguardano più solamente lo scambio di canzoni e canzonette, ma anche di applicazioni, testi, video…e poi, ovviamente i blog, come nuova piazza (o nuovo bar-sport) telematico, dove uno la spara grossa e i passanti lo commentano. 

La politica non è più la stessa da quando esiste internet…il vecchio sistema non esiste più e chi non lo capisce è tagliato fuori dalla Storia. Questa è un po’ la retorica che vagola attorno a questi temi. Poi – alla prova dei fatti – al momento della costruzione del consenso, prevalgono ancora (direi per fortuna) i vecchi sistemi, sia quelli nobili (riunioni, incontri con i candidati, dialogo a due, passaparola tra amici, attivismo di base), che quelli ignobili (pratiche clientelari, piccoli e grandi ricatti, rendite di posizione) e il mondo della Nuova Democrazia incorre in flop micidiali.

Lo si è visto al tempo delle primarie per il Partito Democratico (quello vero), nel 2004. Il favoritissimo alla vigilia era Howard Dean, governatore del Vermont, idolo dei giovani e del “popolo di internet” (realtà metafisica alternativa a quella reale). Una campagna elettorale costruita per la prima volta attraverso un massiccio investimento comunicativo nelle nuove tecnologie, la convinzione che questo consentisse di intercettare il voto di chi voleva “un cambiamento” anche di stile e approccio alla politica e fosse il miglior segnale possibile per una diverso approccio alla Casa Bianca. Peccato che Dean inciampò subito, proprio alla partenza della corsa: le terribili, spietate e fredde primarie dell’Iowa, dove giunse solo terzo (“eppure nei sondaggi ero primo!”) e la prese male, molto male.

Di quella vicenda elettorale resta soprattutto il “concession speech” fatto da Dean ai suoi supporter subito dopo il voto e lanciato immediatamente (dalle perfide tv e dalla perfidissima rete internet) in tutte le case. Un pessimo discorso, fatto con faccia paonazza e denti digrignati (come i carlini) in un crescendo di sudore, agitazione e urla, passato alla storia con “I have a Scream” (“ho un’urlo”), ironica rilettura del ben più coinvolgente “I have a Dream” di Martin Luther King.

Non diversa la vicenda italiana dell’anno seguente, quando si tennero delle primarie (novità assoluta per noi) per scegliere il candidato premier alle imminenti elezioni politiche. Non c’erano dubbi sulla vittoria di Romano Prodi, ma esisteva interesse attorno al risultato del Dean italiano: Ivan Scalfarotto, un giovanotto con un prestigiosissimo lavoro londinese e tutte le carte in regola per piacere all’intellighenzia politically-correct della sinistra italiana: giovane, cosmopolita, indubbiamente intelligente, con priorità politiche innovative e assolutamente condivisibili, serenamente gay, colto quanto basta e coccolatissimo dall’opinionismo liberal di area Ulivo (da Sandra Bonsanti a Michele Serra, passando per Marckuck). “Arriverà 2° dopo Prodi…no, non esageriamo, arriverà 3°, dopo Romanone e Bertinotti…” prenderà almeno il 5-6% dei voti, sarà la vera, grande sorpresa della giornata”. E così è stato, la sorpresa ci fu: solo lo 0,56% dei voti, poco più di 25.000 cittadini misero la loro crocetta su Scalfarotto, che offeso a morte se ne tornò a Londra.

Quest’anno ci ha provato Mario Adinolfi, di professione “blogger”. Ipertecnologico, con una chiacchiera retorica e un po’ tignosa sulla “nuova” democrazia, un profluvio di elogi ai videofonini, blog, YouTube e bla bla bla…con i suoi elettori rimasti a casa a chattare mentre le urne del PD erano aperte, dato che il buon Adinolfi è riuscito a pigliare solo 3200 voti in tutta Italia (più o meno i contatti di questo blog in due settimane non troppo vivaci). Anche Adinolfi, però, come Howard Dean e Ivan Scalfarotto, pare essere piuttosto permaloso e – a sorpresa – mostra una vena di “politichese” da Prima Repubblica che non mi aspettavo. Nel suo blog, infatti, fa come i segretari del PSDI a Tribuna Politica il giorno dopo un qualche voto: “abbiamo vinto noi, perchè il 2,6% va comparato non tanto con le precedenti politiche, bensì con le ultime amministrative e considerato che la stampa non ha poi dato notizia del nostro congresso e il temi delle nostre priorità sono troppo avanzate per gli elettori che non hanno avuto tempo sufficiente per capirle e quindi il nostro dato va letto tenendo presente tutti questi fattori e a noi pare assolutamente positivo!”…bla, bla, bla, un po’ come fa Adinolfi quando dice:

“Ovviamente, poiché eravamo presenti solo nel 10% dei collegi, il nostro risultato reale nazionale è l’1.3%. Il primo passo che volevamo muovere, l’abbiamo mosso.”

Insomma, questa è la morale. Soprattutto per me stesso: ricorda Marckuck che il giorno in cui verrai colto (ri-colto) dal delirio dell’onnipotenza politica e vorrai trasferire in Parlamento tutte le trombonate con le quali intozzi quotidianamente la Rete, ricorda sempre di scrivere un paio di post in meno e di andare a trovare i vicini di casa, con i vecchi, cari, immortali santini in mano.

Andrà sicuro meglio…

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4 risposte a Cyberflop

  1. Fab Dibe ha detto:

    marc, sicuramente il web non può sostituire le procedure democratiche tradizionali, come neppure i santini.
    quando anche io parlo di “nuova agorà”, intendo il web come luogo di aggregazione e di dibattito aperto e senza censure, cosa che è un presidio per la democrazia non certo uno strumento per realizzarla concretamente. anche se non sempre l’abuso della libertà di espressione corrisponde con la democrazia, anzi: ma lì sono i blogger e i naviganti che debbono prendere con le pinze ciò che leggono.

    ps: senti una cosa… ma i santini da portare ai vicini di chi sono?? pd?? 😉

  2. mani ha detto:

    La rete e tutto il resto possono essere integrativi alla “pubblicitá” tradizionale, ma certamente non sostitutivi. In rete ti potrá vedere, forse il 20% dell’elettorato potenziale.

  3. Pfd'ac ha detto:

    La rete crea fenomeni di fanatismo in cui è facile che chi ne è coinvolto pensi poi che succede anche al resto del mondo. Finché non si fa la conta reale.

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