Arnaud e le regole della vita

Il tipo perplesso, intento a sistemarsi gli occhiali è Arnaud Clement, un giovanotto provenzale che di mestiere fa il tennista comprimario. Ieri pomeriggio, il tennista comprimario della Provenza ha dato vita a uno scontro epico con un altro tennista comprimario, tal Rainer Schuettler.

clement.jpgSono entrambi sopra i 30 anni e quindi la loro esperienza sportiva volge al termine. Entrambi hanno avuto un breve, fugace momento di gloria, Clement nel 2001 e Schuettler nel 2004, ma si è trattato di sprazzi, bagliori tenui in una carriera senza scosse e senza colpi di scena. Fino a ieri, dicevo, quando si sono scontrati nella partita della vita per 5h e 12 minuti.

In palio c’era niente di meno che l’onore della semifinale singolare al torneo di Wimbledon, con la probabilissima prospettiva di vedersi rapidamente eliminati dallo spagnolone Rafè Nadal (non dico “matati“, primo perchè se fossi così banale, per mestiere commenterei le partite di calcio, secondo perchè Rafè è un noto attivista antitauromachia) e giungere alle fasi finali dei “Championships“, giocando nel catino verde sotto gli occhi del Duca di Kent e dei suoi Augusti Ospiti rappresenta per ogni tennista il punto più alto della carriera. Si tratta di entrare nella Storia, ancorchè in posizione leggermente defilata (perdere in semifinale non è certo vincere la finale) e non c’è vittoria all’ATP di Lyon o a quello di Wiesbaden che tenga il confronto.

E osservare quella partita mi ha confermato in un mio antico pregiudizio: le logiche del tennis sono terribilmente simili a quelle che governano la vita e – a mia conoscenza – non ci sono altri sport che ti mettono così drammaticamente davanti alle tue speranze, le tue paure, i tuoi limiti e le tue alzate di genio. In pochi altri sport arrivi così vicino dal toccare con mano i tuoi sogni e sei impietosamente ricacciato indietro.

Non ho mai amato molto gli sport di squadra, soprattutto il calcio perchè li trovo deresponsabilizzanti, sono il regno dello scaricabarile e basta leggere i commenti dopo qualche sconfitta per capire che non si sa mai di chi siano le colpe e perchè. Mi piacciono invece gli sport individuali, perchè in fondo nella vita si nasce soli e soli si muore e quello che accade in mezzo non è altro che l’affollata attesa tra una solitudine e l’altra.

Della solitudine del portiere parlava qualche giorno fa Zauberei a margine di un post molto complesso e affascinante. Ma nessuna delle solitudini sportive è pari a quella del tennis. Perchè non si è soli “contro tutti” come accade ad esempio in una gara di velocità. E non si è neppure soli “contro se stessi”, come ad esempio nel salto in alto. Si è soli contro un’altra persona, lontana, che fisicamente non si tocca ma si vede ed è da quello che sappiamo fare noi e sa fare lei che viene a dipendere il risultato finale.

Il tennis è un gioco che mette in competizione non solo due abilità ma, soprattutto, due mentalità, due intelligenze. Si confrontano speranze e paure. Si creano sudditanze psicologiche e momenti liberatori. Mi viene in mente un vecchissimo aneddoto della fine degli anni ’70, quando il compianto campione americano Vitas Gerulaitis riuscì finalmente a battere Bjorn Borg, dopo 16 sconfitte consecutive. “Nessuno potrà mai battere Gerulaitis per 17 volte di fila” commentò ironico l’americano. E’ uno sport onesto e sincero, perchè non vinci per il colpo di culo di un goal fatto al 92° (magari dopo aver subito per 91 minuti gli attacchi generosi e sfortunati degli altri), ma devi arrivare a superare per game e punti il tuo avversario, senza un limite di tempo. Può bastare un’ora o possono volercene 5, ma alla fine siamo sicuri che chi ha vinto lo ha meritato, anche se non sempre chi perde è stato meno bravo.

Ieri ci sono volute oltre 5 ore di gioco, spalmate in 2 giorni e con 3 interruzioni causa pioggia per venire a capo di una partita che più simbolica non avrebbe potuto essere. I due hanno caratteri diversi, uno – il francese – fa tutti i colpi benino, con una certa fantasia ma anche con qualche faciloneria, mentre l’altro – il tedesco – è solido, cupo e legato ad un servizio devastante. Ma è affidabile, privo di guizzi ma anche di cadute. E’ esattamente come si diceva una volta della socialdemocrazia tedesca: “lenta ma continua”.

E come nella vita, ingegno e fantasia non sono sempre sufficienti per farcela. Ci vuole costanza, magari una costanza grigia e senza stile, ma costanza. E soprattutto non bisogna avere paura di realizzare i propri sogni. Arnaud invece ha avuto paura: poteva chiudere facilmente la partita e ha addirittura gettato via una palla del match. Si è agitato, si è disperato sotto gli occhi freddi del tedesco. Ma alla fine è andata storta e il semifinale andrà Rainer dopo un tiratissimo 63 57 76 67 86.

Io tifavo per Arnaud, ovviamente. Perchè credo nell’ingegno dei mediocri, nell’umana paura di riuscire. Credo nelle emozioni che ti bloccano ma anche che ti accendono. Credo in quelli che stanno per raggiungere la vetta ma inciampano a un metro dal successo rotolando fino a valle. Credo nei limiti della natura umana e diffido di chi è troppo freddo e sicuro.

Anche io ho giocato e perso questa settimana. Il mio trainer mi ha fatto i complimenti facendomi notare come i miei errori fossero frutto di una preparazione atletica nulla, ma la tecnica ci fosse e pure buona. Ho perso per quella che io chiamo “la regola del 5”:

Avessi avuto 5 anni e 5 kg di meno e 5 cm di più, avrei certo vinto.

Ma non è andata così. Cari lettori, com’è brutto invecchiare…

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2 risposte a Arnaud e le regole della vita

  1. Bella la teoria del 5

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