L’egoismo del fan

Ognuno uccide la creatura che ama” sosteneva pessimisticamente Oscar Wilde ne “La Ballata del Carcere di Reading“, scritta dopo l’esperienza della galera, durante la quale ebbe modo di conoscere un uomo condannato per l’omicidio della moglie, che pure tanto amava.

Amore e odio si collegano così spesso, soprattutto quando hanno un contorno di tipo irrazionale, pensiamo ad esempio all’odio furibondo che noi fans dei Beatles abbiamo avuto a lungo nei confronti di Yoko Ono, perchè in lei non abbiamo visto la donna che ha reso felice John Lennon, bensì (sbagliando) la strega venuta dall’Oriente che ha infranto il magico caleidoscopio. E questo senza scomodare la folle Kathy Bates che nell’angosciante “Misery non deve morire” ci mostra la figura della fan psicopatica pronta a torturare e progettare di uccidere l’autore di un ciclo di libri da lei tanto amato, pur di impedirgli di porre fine alla figura letteraria da lui creata…

Il rapporto tra ammirazione artistica ed egoismo mi è tornato in mente ieri pomeriggio, mentre guardavo in tv una partita dell’Australian Open (Roddick – Gonzales, per essere precisi) e di colpo, mi sono sentito malinconico perchè per il primo anno non potevo tifare o infuriarmi per le glorie e i molti disastri di Marat Safin, che ha appeso la racchetta al chiodo alla fine della stagione scorsa.

Dal punto di vista anagrafico e fisico Marat potrebbe essere ancora in campo, ancora vincente, ancora a far mangiare la polvere a tutti o quasi tutti e invece niente.

Niente perchè questo ragazzotto russo di origine tartara, baciato da tutti i doni che la fortuna possa elargire (famiglia amorevole e attenta, intelligenza, bellezza, sconfinato talento) ha messo nel tennis solo i propri ritagli di tempo, collocando in cima alla lista delle proprie priorità l’inesausta ricerca del piacere, la ricerca di vie di fuga dalla noia incontenibile delle giornate passate ad allenarsi o chiuso in solitarie camere d’albergo e il tentativo di riempirsi il quotidiano di qualsiasi cosa potesse risvegliare una curiosità e una vitalità a stento domate.

E così le cronache delle vicende di Marat si sono caratterizzate sempre meno per i successi sportivi e sempre più per le bizzarrie. Quindi, un giorno si parlava di scalate sull’Hymalaya, un altro di interminabili notti in discoteca, un altro ancora di inesauribili prodezze d’alcova (“io non pago le donne per entrare nel mio letto, ma per uscirne” affermava con grazia stilnovista il nostro Eroe) e ci fu una volta in cui saltò un prestigioso torneo per andare nello Yorkshire a pesca di trote.

E molti tra noi ricordano ancora il trittico biondo di gentildonne (le “Safinette“) intente ad applaudire e squittire durante gli Australian Open del 2002, umoristicamente definite da Marat le sue “allenatrici” o – in altra circostanza – semplicemente “the Family“. E noi tifosi diamo colpa a loro e solo a loro se quell’infausto torneo finì a catafascio, perchè approfittarono della sua generosità e pazienza costringendo il nostro idolo a snervanti “allenamenti” singoli e di gruppo, che si rivelarono anche per lui insostenibili, malgrado fosse solo ventiduenne e avesse i polmoni ben allenati.

Tutto questo perchè noi poveri tifosi non eravamo assieme a lui sulle vette dell’Hymalaya, non ci venne dato l’incarico di ordinargli i cocktayl in discoteca e neppure di preparargli i sandwich durante le giornate di pesca nello Yorkshire. E tantomeno ci fu chiesto di portare assieme a lui il peso del lavoro imposto dalle Safinette. E quindi lo avremmo voluto sempre sul campo, ad allenarsi, a sudare, a concentrarsi, a proiettare ogni singolo minuto sulla sua carriera tennistica, per vincere ancora di più e rendere noi fanatici ancora più felici e più orgogliosi per averlo scelto tra i molti campioni dei molti sport.

Non ci basta che abbia vinto due titoli del Grande Slam, non ci basta che sia stato numero 1 al Mondo e che di soli premi abbia incassato circa 15.000.000 di $. Non ci basta che ci abbia regalato emozioni per 12 anni consecutivi. Volevamo di più, volevamo ancora, lo volevamo schiavo del tennis, ad ogni costo. Anche dopo averlo visto commosso per la cerimonia d’addio organizzata in suo onore dopo l’ultima sua partita ufficiale, a Parigi-Bercy lo scorso novembre.

Ma – e sta qui il paradosso – se fosse stato diverso, non sarebbe stato lui e non ci sarebbe piaciuto così tanto, in fondo il suo talento e il suo carattere sono inseparabili, non si può prendere uno e lasciare da parte l’altro. Un Safin con la testa a posto non sarebbe più stato Safin, sarebbe diventato Davydenko, russo pure lui, biondo pure lui, che certo gioca bene ma non se lo fila nessuno.

Dopodomani Marat compie 30 anni e per la prima volta da 25 anni a questa parte è libero da obblighi tennistici. Non posso certo augurargli di divertirsi (questo lo sa fare fin troppo bene), ma posso augurargli di essere felice e – in questa felicità – c’è la speranza di un egoistico ripensamento e di un ritorno sui campi.

E’ così, Marat… noi soli sappiamo cosa è bene per te ed è per questo che ti vogliamo ancora in campo, magari una volta sola, per una partita e non di più. Ancora una, ti prego.

Fallo per noi.

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2 risposte a L’egoismo del fan

  1. alexsandra ha detto:

    L’odio è un liquore prezioso, un veleno più caro di quello dei Borgia; perché è fatto con il nostro sangue, la nostra salute, il nostro sonno e due terzi del nostro amore. Bisogna esserne avari. (Charles Baudelaire)
    Questa citazione per rendere omaggio a questo post perchè quelli sulla metafora tra tennis e vita sono tra i tuoi più riusciti e perchè fiera di essere la prima a commentarlo, ma mi auguro proprio non la sola…

    Alexsandra

  2. andrea ha detto:

    Di un campione bisogna prendere tutto, in fondo è “soltanto” un essere umano. Safin forse più “umano” di tanti altri, meno robot, con lo stesso se non maggiore talento, ma almeno sincero. Quello che non basta ai tifosi, per lui ormai è più che sufficiente.

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