Invictus

Quando penso alla fine dell’Apartheid mi viene sempre in mente Nalisa. Quando ci siamo conosciuti – nella seconda metà del secolo scorso – lei era appena rientrata da Londra, dove si era distinta per costanza, calore e coinvolgimento nei picchettaggi e nelle proteste organizzate davanti ai cancelli dell’Ambasciata Sudafricana, perennemente arrampicata – con la pioggia,  il vento o con il Sole – sulla statua di Horatio Nelson, nel cuore di Trafalgar Square.

Avevamo 20 anni e una commovente fiducia nella capacità delle persone di poter invertire il corso della Storia, nella forza simbolica di concetti come “Giustizia”, “Libertà”, “Democrazia” e “Pace” e quindi la vicenda politica e umana di Nelson Mandela e la sofferenza della larga maggioranza del popolo sudafricano erano vissute – almeno da alcuni di noi – come un “problema nostro” in quanto tutti parte di quella vasta, rissosa, stramba ma unica famiglia che è il genere umano.

Oggi le cose sono molto diverse. Nalisa lungi dall’arrampicarsi con l’agilità dei gatti sulle colonne trionfali britanniche è legata con catene tanto dolci quanto strette alla sua condizione di madre & moglie, mentre io sono diventato cinico e sfiduciato, sempre più convinto che – in fondo in fondo – le persone e i popoli abbiano quasi sempre quello che si meritano.

Poi a volte accade che qualcosa ci ricorda che non è necessariamente così. Che esiste anche una dimensione collettiva che accende di gioia e fiducia la vita delle persone e che i popoli e le nazioni esistono sul serio e che non siamo solo un agglomerato di famiglie.

Questo mi è ritornato in mente guardando Invictus, il nuovo film di Clint Eastwood dedicato alla figura di Nelson Mandela (un ottimo Morgan Freeman). Eastwood passa per essere un uomo di destra, ma di quale destra giuro non lo so… I suoi film sono pieni di dura e tenace ostilità verso le ingiustizie e di comprensione verso i deboli anche quando sono  criminali (come Kevin Costner in “Un Giorno Perfetto“), sbandati (Jude Law in “Mezzanotte nel giardino del bene e del male“) o emarginati (Tim Robbins in “Mystic River“). I suoi film denunciano i crimini del Potere (come in “Potere Assoluto“), le sue ingiustizie (“Fino a prova contraria“) e le sue retoriche (“Flags of our Fathers“) e – come una filigrana – compare una insopprimibile ostilità verso il razzismo (“Debito di Sangue“, “Gran Torino“).

Per questo non c’è nulla di strano che Eastwood si cimenti con le vicende dell’Apartheid. La cosa strana è la tenerezza e la dolcezza che ci mette in un film tutto in positivo. La vicenda è nota: Mandela appena diventato presidente cerca di ricucire attorno a se la Nazione per essere realmente il presidente di tutti, facendo il possibile perchè il passato (e che passato!) venga definitivamente archiviato. E uno dei modi è rendere la squadra nazionale di rugby – passato simbolo del razzismo Afrikaaner – un simbolo caro a tutto il Paese, confidando anche sulla collaborazione del capitano Francois Pienaar (Matt Damon), incaricato dell’impresa impossibile di vincere i Mondiali 1995 (tenutisi proprio in Sudafrica).

Il film è un po’ troppo tenero per i miei gusti, ma questo difetto viene attenuato dalla consapevolezza che si sta assistendo a una vicenda reale (e quindi, anche la vita vera alle volte può essere tenera), dalla pulizia della regia e dalla bravura degli attori. E ci sono – ovviamente – tocchi brillanti seminati qua e la, come la vicenda del boeing che sorvola lo stadio il giorno della finale.

E la vicenda politica e umana di Mandela parla o dovrebbe parlare soprattutto a noi italiani. Per ricordarci che la politica e i leader politici esistono e sono tali quando uniscono i Paesi, non quando – come capita da noi – li grattuggiano come carote, spezzettandoli in mille rivoli di rancore, astio e piccinerie.

E dovrebbe parlare a me, per ricordarmi le cose nelle quali avevo fiducia e dovrebbe parlare a Nalisa, perchè nascosto dentro di lei, da qualche parte, ci deve ancora essere qualche sprazzo della dolce ribelle con gli occhi blu che tanto mi aveva incantato in quello scampolo di fine secolo…

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