Dal terrazzino

Queste settimane lavoro parecchio da casa. Il tavolo dove ho piazzato il computer è sommerso di carte (indirizzi aziende, appunti, bozze corsi…) e sempre ben illuminato da una enorme doppia finestra che prende l’intero angolo della stanza: 90° di vetro, luce e aria quando fa caldo.

Dalla finestrona si osserva e si è osservati. Devo ricordarmi di tenere un atteggiamento composto, visto che ci sono almeno due palazzi che possono agevolmente scrutare dentro le mie finestre. Devo ricordarmi di non circolare per casa in tenuta non consona. Devo sforzarmi di tenere in ordine perchè non posso pensare che qualcuno, dall’angolo di via Marinoni o dal palazzo di via Asquini dica “guarda che casino, la dentro!”

Però anche si osserva… la posizione d’angolo è molto strategica, ma in realtà la mia preferita rimane quella del terrazzino. Mi posso appoggiare, pure un po’ sporgere e fingendo di bere il caffè o un succo di frutta, controllare tutto quello che avviene sotto, dando il cambio alla pingue signora del palazzo di fronte, che ad ogni rumore insolito si precipita sul terrazzo e finge di sistemare la biancheria messa a stendere ma in realtà non si perde quasi nulla di quanto accade. Sentendomi, insomma, un po’ James Stewart con la gamba ingessata (ma senza Grace Kelly che in abito da cocktayl spignatta aragoste) e un po’ il merlo impiccione della Settimana Enigmistica, anche se decisamente meno logorroico.
E quindi sbircio e prendo mentalmente nota della regolarità, della metodicità e della prevedibilità della vita di noi tutti (la mia per cominciare). Guardo il bar, tipico luogo di ristoro di quartiere, con due sedie in legno dall’aria scomoda sul marciapiede, un tendone verde e bianco. Gli avventori sono sempre quelli, alcuni che ci passano l’intera giornata, anche se di schiamazzi o di cose sgradevoli in genere non mi pare ne accadano mai… Non ne conosco nessuno, ma ho le mie preferenze: la tizia che fa la maliarda con tutti e torna sempre a casa da sola, il signore con il fermacravatte (credo che ormai nel quartiere usiamo un simile, inutile, orpello solo io e lui) e la giacca, sempre quella, a prescindere dalle stagioni, il tizio dall’aria indaffarata (cavolo fa tutto il giorno?) con due cellulari e bicchierini di gingerino (o Campari Soda, non lo so) e il bambino che alle 4 viene a prendere il gelato…

Non sono mai entrato in quel bar, per snobberia insulsa tendo ad andare in quello all’altro angolo, dove fanno ottime kipfel anche se tollero a malapena la vipperia udinese che si assembra alle 9 del mattino e nell’ora dell’aperitivo serale. Suv in doppia fila, chiasso, ostentazione, pacchianerie, guardare ed essere guardati… anche per questa stagione, “la gente che piace” intozza il bancone in legno di “Beltrame“. Per la prossima non si sa…

A fianco al bar, l’ortofruttaro. Un anziano signore “montanaro e antifascista” (questo me lo ha detto mio padre, ancora più pettegolo di me, che non so mai come faccia a carpire tante notizie nei pochi minuti necessari a comperare due zucchine e un sedano rapa). In quel negozio mi pare non entri mai nessuno (a parte il sottoscritto e papà quando viene a trovarmi), per via dei prezzi da boutique della frutta e per la troppa vicinanza con le bancarelle di piazza San Giacomo. E’ puntualissimo. Apre all’alba, pulisce le vetrine, tiene in ordine le cassette, ti fa assaggiare le cose e gli piace chiacchierare… E’ veramente molto anziano e mi chiedo che ne sarà del suo piccolo spazio nell’ombra quando sarà stanco di alzarsi ogni mattina a orari assurdi per andare al mercato a scegliere le cassette giuste da trascinare in via Marinoni.

Poi c’è la signora della lavanderia, spesso con bimbetto in braccio e tutto un piccolo universo di persone che compaiono magicamente quando ci sono gineprai di auto in strada… le vie sono centrali, strategiche e strette, i parcheggi si fatica a trovarne e capita spesso che qualcuno (più frequentamente qualcuna… ecco ho osato scriverlo…) si incastri cercando di far entrare un qualche macchinone alto e nero come gli autoblindi della Wehrmacht in uno spazio nel quale a malapena entra una Smart. Allora si forma la catena di auto, qualcuno si spazientisce, iniziano gli squilli di clacson, il/la cattivo/a parcheggiatore si trova ancor più in imbarazzo e quindi la manovra si fa ancor più complicata, la coda si allunga, gli strombazzamenti aumentano e gli impiccioni (in primis Marckuck e la signora della biancheria) si affacciano per vedere come va a finire.

La sera, dalle terrazze le luci della micromovida udinese in direzione del cinema Visionario (a 2 minuti a piedi dal mio portone, meta non infrequente delle mie serate) e di notte, gli schiamazzi del karaoke d’angolo (di fronte al bar fighetto), con qualche tafferuglio o litigio saltuario.

Ma spesso, di notte, c’è il silenzio, solo di tanto in tanto interrotto dal rumore discreto degli operai che puliscono le strade. E capita quindi che in queste nottate calde si fatichi a prendere il sonno e allora il terrazzino diventa un’isola di pace ventilata. Le foglie degli alberi che ornano il marciapiede oscillano facendo un rumore leggero, le luci della notte illuminano la facciata barocca della Cappella Manin e tra le ombre si intravvedono i portali patrizi delle case di via Marinoni… E ci si sente tranquilli, leggeri, privi di pensieri, mentre nel frattempo la camomilla per conciliare il sonno inizia a fare il suo effetto…

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Una risposta a Dal terrazzino

  1. La Cri ha detto:

    Sei un vero poeta!!!!
    Due cose, una leggera e una un po’, parecchio, più seria…
    1) lavorare da casa ti fa bene 😉
    2) il fruttariolo di via Marinoni (se è sempre lui) è un sopravvissuto a un campo di sterminio. Anni fa mi mostrò il tesserino dell’associazione a cui appartiene e mi raccontò particolari agghiaccianti sulla “vita” nel campo.
    Non pensavo che mi avrebbe fatto così tanta impressione, dopotutto faccio parte di quella generazione che tra film e documentari conosce a menadito la storia del nazismo e di tutti gli orrori annessi e connessi.
    Insomma, sarà stata la quieta pace con cui raccontava queste cose, la fierezza che trasudava mentre con gli occhi diceva “io ce l’ho fatta, alla faccia loro!” o la tristezza della voce che parlava di parenti e amici che non sono tornati, ma io ho avuto gli incubi per notti intere e ho percepito per la prima volta in tanti anni la cruda realtà: cavolo! lui c’è stato veramente, non è solo storia scritta sui libri….

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