Radio Days

In questo weekend il caso ha voluto che guardassi due film di grandi registri americani, entrambi con i riflettori puntati sulla radio, sui personaggi che ci ruotano attorno e sul senso di fragilità e incertezza che questo fragile strumento porta con se.

Il primo dei due film è Radio Days, di Woody Allen, che mi ha tenuto compagnia sabato sera. Si tratta di un gioiellino del 1987, con il regista non impegnato direttamente sullo schermo, ma semplice voce narrante delle vicende di un ragazzino che – tra gli anni 30 e 40 – cresce a Brooklyn in una famiglia povera e numerosa della piccola borghesia ebraica e ha come costante compagnia della propria vita le voci della radio, che ne accendono la fantasia e plasmano i sogni e i desideri.

E assieme ai suoi ricordi, i ricordi e le emozioni di tutta la sua famiglia – simbolo della famiglia americana media – con una serie di piccoli ninnoli della memoria capaci di far ridere, di commuovere, di far riflettere su come in fondo tutto cambi e tutto resti sempre uguale nei meccanismi del successo e della celebrità… E così, passano alla radio – come nella televisione di oggi – talk show pettegoli sulle celebrità (allora Gary Cooper, oggi i nomi sono meno brillanti…), molti quiz per vincere denaro facile, tanta pubblicità, trasmissioni in cui la gente porta in piazza i fatti propri, comicità di grana grossa (il ventriloquo radiofonico… sarà ventriloquo sul serio? chissà…), patriottismo retorico e un tantino reazionario e momenti strappalacrime, come il caso della Piccola Molly, caduta in un pozzo e morta dopo un tentativo di salvataggio durato tutta la notte, che tenne l’America con la radio accesa e il fiato sospeso (esattamente come accadde da noi a Vermicino, 30 anni fa…).

Un film di dolce malinconia (che non è la tristezza, quella è tutt’altra cosa), con un piccolo universo di celebrità di cartone, meteore e carriere stroncate dall’attacco di Pearl Harbour e poi dalla televisione… “qualcuno si ricorderà mai le nostre voci?” si chiede “il vendicatore mascherato” verso la fine del film… Si, se ne è ricordato Woody Allen. E scusate se è poco…

L’altro film, molto diverso, è Radio America, ultimo lavoro di Robert Altman, del 2006. Anche questo un film collettivo (come sempre con Altman), dove nessuno spicca in modo particolare e tutto è nell’insieme molto gradevole e perfettamente a registro. Racconta di una piccola stazione radiofonica del Minnesota che viene rilevata dal solito colosso delle telecomunicazioni, cinico e senza cuore. E’ una stazioncina sbrindellata che manda in onda da sempre lo stesso show (La Voce Amica della Prateria), sempre con la stessa gente: un mix di battute grevi, canzonette country e jingle pubblicitari, con un suo pubblico piccolo ma fedele. Insomma, un retaggio del passato da chiudere e mettere tutto il caravanserraglio di cantanti, ballerine, coriste, comici che non fanno ridere e presentatori azzimati in strada, a procurarsi un pasto caldo in qualche modo.

Radio America è molto diverso da Radio Days. Il film di Allen si muove felpato, con una splendida colonna sonora molto swing ad accompagnare una lettura agrodolce dell’infanzia e – attraverso questa – della società americana negli anni immediatamente precedenti la II Guerra Mondiale. Radio America invece racconta di un’America del Corn Belt, di non si sa quando (diciamo anni 80-90 ad occhio e croce), lontana anni luce dalla New York del 1940 dipinta da Allen, che sembra molto più avanti pur essendo collocata cronologicamente almeno 50 anni indietro. In Radio America il senso di precarietà, decadenza e fine imminente è sempre lì, dietro l’angolo … il contesto è squallido, i personaggi si portano tutti dietro il loro bagaglio di disillusioni, fallimenti e miserie, mentre la radio che verrà sarà solo “gente che urla e musica sputata fuori da un computer”.

E’ un film che diverte ma nel complesso non da speranza. E’ un film cinico, come molti lavori di Altman, un film di fallimenti e di occasioni mancate, all’ombra dei ripetitori della piccola radio di provincia. E’ un grande, piccolo film, vedetelo se vi capita…

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3 risposte a Radio Days

  1. zauberei ha detto:

    Sono due bellissimi film entrambi.
    Tuttavia io apprezzo molto Allen per qualcosa di poco cinematografico. Lo penso uno scrittore interessante con del mestiere, ma ha troppe cose da dire che riguardano alla fine solo se stesso. E certo – ma questo è un fatto mio, lo amo perchè racconta il mio mondo.
    Altman invece, è proprio grande cinema, è oltre. E’ filosofia, è meno se stesso è grande direzione. E’ proprio un altro livello un’altra classe. Radio America è un capolavoro. Pensare che sia l’ultimo film di un anziano mi strabilia e mi commuove, per la vitalità creativa, per certe cose geniali – quella li vestita di bianco, l’angelo della morte, con quel volto così inconsueto per hollywood.
    E poi boh, non è sempre cinico. Sta sempre dalla parte di qualcuno ce l’ha un’etica. Il mio amatissimo Altman è per esempio Gosford Park…
    me fermo:)

  2. alexsandra ha detto:

    E’ vero sono due film bellissimi e due grandi registi ma ammetto il mio debole per Altman per più motivi, il primo perchè era uno dei registi preferiti da mio padre, ho un tenero ricordo di quando, poco più che bambina mi portò a vedere “Nashville” al cinecity di Lignano, poi per fotografare così bene un America che molti non vogliono vedere, per le musiche, le atmosfere, pur molto diverse anche in “Gosford Park”, scoperto ultimamente grazie a qualcuno molto speciale, tutti film che devono esserci nellla mia cineteca.
    E poi il video con il pezzo country vien voglia di ballarlo…

  3. marckuck ha detto:

    @ Zauber, totalmente d’accordo, sono un fan di Altman anche io
    @ Alexandra, balla balla e ricorda, batti le manine!

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