Rokkan’s Revenge

Il PdL è andato in pezzi. Il Pd sta insieme solo perchè nessuno gli ha dato ancora la spintarella necessaria a frantumarsi. Che differenza tra queste due fragili costruzioni artificiali e salottiere e la solenne grandiosità dei due grandi partiti storici della Repubblica Italiana, la DC e il PCI.

Perchè si è frantumato tutto? Semplice, perchè aveva ragione Stein Rokkan e torto tutti gli altri, soprattutto i chiacchieroni che dalle colonne dei giornali o dalle poltroncine bianche dei talk show dicevano cosa e come trasformare la politica italiana per renderla più “cool“, più “glitterata”, più alla moda. Ma chi era Stein Rokkan? e cosa diceva?

Stein Rokkan (1921-1979) fu un grande politologo norvegese, che malgrado la fama mondiale non si allontanò mai – accademicamente parlando, si intende – dall’Università di Bergen, piccola ed affascinante città infilata in mezzo ai fiordi. E dalla sua scrivania di Bergen – senza mai scrivere un solo libro – si impegnò a fondo per giungere a un modello generale esplicativo dello sviluppo politico europeo, disseminandone dei “trailer” in molti articoli e contributi a lavori collettivi, tutti caratterizzati da originalità nell’approccio, complessità nell’analisi, curiosità intellettuale e ambizione concettuale, tanto da far dire a un suo attento studioso che “ogni frase di Rokkan nasconde il titolo di una tesi di dottorato di ricerca”.

Il lavoro di Rokkan, troppo intelligente per fossilizzarsi su un punto e non accettare più di ridiscuterlo, fu un eterno “work in progress“: non sapremo mai come avrebbe sintetizzato la sua visione dello sviluppo politico europeo, perchè una curva sbagliata lo sottrasse anzitempo all’affetto dei suoi cari e alla stima della comunità scientifica internazionale, ma qualcosa di “definitivo” ci è rimasto.

Ad esempio, la sua teoria sull’origine dei partiti politici, che ricordo rapidamente. Secondo Rokkan, anche se ogni Stato ha conosciuto un proprio particolare e peculiare sviluppo storico, tutti hanno dovuto fronteggiare – chi prima, chi dopo – due sfide comuni: lo “State Building” e la Rivoluzione Industriale e dalla gestione di questi processi avrebbero avuto origine i diversi sistemi di partito contemporanei. Riassumo per punti:

  1. Ogni paese europeo ha dovuto fronteggiare una fase di costruzione dello Stato-Nazione e il passaggio da un assetto socioeconomico basato sull’agricoltura, ad uno basato sull’industria;
  2. Questi passaggi sono avvenuti in momenti diversi e in modi diversi, paese per paese (ad esempio, lo Stato-Nazione francese inizia a formarsi nel XV° secolo, quello italiano nel XIX°);
  3. Ognuno dei due macroprocessi si caratterizza per la presenza di potenziali sfide comuni: ad esempio il processo di “State Building” ha comportato la necessità di “secolarizzare” lo Stato (e quindi, separare le istituzioni pubbliche dalla sfera religiosa) e omologarne le istituzioni e la cultura politica (e quindi, piallare le particolarità medievali, marginalizzare o reprimere le minoranze linguistiche e/o religiose), mentre la Rivoluzione Industriale ha generato la necessità di gestire i potenziali conflitti tra città e campagna (svuotamento dei campi, marginalizzazione della cultura contadina, urbanizzazione selvaggia, nascita di un sottoproletariato urbano…) e tra capitale e lavoro (presa di coscienza della classe operaia e sviluppo del sistema capitalistico);
  4. Se questi singoli passaggi sono filati lisci come l’olio, allora non hanno lasciato traccia nella cultura politica di un Paese, se invece hanno generato conflitti o tensioni non risolte, questo ha generato delle “fratture” (cleavage, nel lessico rokkaniano) che – al momento del passaggio alla politica di massa con l’estensione del suffragio – hanno trovato espressione in partiti politici conseguenza di queste fratture (ad esempio, il Partito Popolare/Democrazia Cristiana come prodotto politico della frattura tra Stato e Chiesa che ha caratterizzato lo State Building italiano);
  5. L’analisi prevede altri passaggi, ma non voglio farla lunga e giungo al punto: secondo Rokkan, quindi, l’assetto partitico contemporaneo è la conseguenza dello sviluppo storico di un Paese. I partiti – cioè – non sono prodotti artificiali, ma il frutto di una esigenza socioculturale ben precisa. Non nascono per dare un senso a una classe dirigente che ne è priva, ma per rappresentare speranze, istanze, tensioni e interessi ben definiti e ben radicati.

E quindi, lasciamo le acque cristalline dei fiordi norvegesi e rituffiamoci (con naso tappato) nello stagno melmoso della politica italiana. Il PDL e il PD sono state due creazioni artificiali. Dei Frankenstein politici prodotti da scelte d’élite, frutto di calcoli politologici (senza un Rokkan al pallottoliere, però…), chiacchiere nei salotti e tentativi di lanciar la palla in tribuna. E così – il PDL, un po’ gollista e un po’ partito liberale di massa – avrebbe dovuto rappresentare la borghesia liberale del nord (che non esiste), che in gran parte vota Lega, mentre il partitone di Berlusconi  ha nel proprio DNA più Cosentino che Luigi Einaudi, apparendo una forza politica priva di una visione e di un progetto, unita solo da un acritico e spesso grottesco culto della personalità per il Padrone.

Il PD non sta meglio. Ideologicamente è il partito “costituzionale” e sarebbe un’ottima cosa, però da sola non basta. E’ un partito dove l’assenza di amalgama e di un humus comune emerge dal fatto che su ogni tema (economico, etico, istituzionale…) le posizioni al suo interno non solo sono diverse, ma spesso divergenti, talvolta confliggenti. E quindi non basta strillare in ogni occasione che la Carta del 1948 è la più bella del Mondo, perchè appurato questo (e chi è abituato a leggere questo blog sa che io lo condivido in pieno…) bisogna anche andare oltre, capire e rappresentare l’Italia di oggi e di domani.

E’ il legame tra cultura politica (in senso sociologico), rappresentanza di interessi e struttura sociale che giustifica l’esistenza dei partiti, non il rapporto fidelistico/fideistico con un leader (che ne sarà ad esempio dell’Italia dei Valori, quando Di Pietro andrà in pensione? e della Lista Pannella senza Pannella? e del PDL senza Berlusconi?) e neppure le astratte geometrie di politologi impazziti alla disperata ricerca di un Principe da consigliare. E su questo mi torna in mente un grande intellettuale visionario, Pier Paolo Pasolin, che parlando dell’Università, circa 40 anni fa, scriveva “potremmo chiuderla per un paio d’anni, così almeno scopriremmo a cosa serve”.

Potremmo fare lo stesso con i partiti: chiuderli un paio d’anni e vedere cosa succede. Per scoprire magari che non succede niente.

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2 risposte a Rokkan’s Revenge

  1. medonzo ha detto:

    Bonsoir à vous citoyen Marckuck;

    ho come l’impressione che il crepuscolo politico in cui ci è dato vivere dipenda in larga
    misura dal fatto che negli ultimi 60 anni a vincere è stato il primo popolo.

    Mi riferisco ad un nostro padre risorgimentale che il caso ha voluto figlio di un dio minore, tale De Melis, che diceva pressappoco:
    “in Italia ci sono due popoli, un popolo che sfanga la vita nel lavoro quotidiano, il primo popolo; e un secondo popolo che pensa il sentimento del primo e qindi ne è il legittimo sovrano”.

    E questo è stato fino al 45.

    il “secondo popolo” ha fatto il pre-risorgimento, pensa a Leopardi e a Manzoni; ha fatto le guerre d’indipendenza, perchè bisognava fare l’Italia (il primo popolo se ne fregava di fare l’italia); ha fatto, in qualche modo, un pò di unità con le ferrovie pubbliche, la scuola pubblica, le poste pubbliche, un pò d’esercito.
    E in tutto questo il primo popolo è sempre rimasto indifferente.
    Era indifferente all’italia e alla sua unità che non capiva; é rimasto indifferente quando lo hanno mandato a morire in non so più quanti mila sull’Isonzo; non si è fatto troppe domande quando il fascismo ha pensato per lui che dovesse andarsene in giro per il mondo con le aquile romane.
    Anche dopo l’otto settembre, mi raccontava chi lo ha vissuto, c’era un’indifferenza dolente, ma non c’era ne rabbia ne sconforto; c’era il tutti a casa, e cerchiamo di vivere alla meglio.

    Con l’arrivo della democrazia è successa una cosa banale ma importante. Il secondo popolo non ha più potuto pensare per il primo. L’indiffernza lo ha travolto.
    Anche allora c’era chi ha provato a farlo (e, magari, ne aveva anche i mezzi culturali) ma nessuno lo ascoltava più.

    Gli italiani si sono rivolti a se stessi mettendo le loro energie in ciò che sanno fare
    meglio. esaltare l’individualità.

    Ed hanno scoperto che erano capaci.
    Sono passato dagli zoccoli di legno alla bicicletta, e poi alla vespa, poi alla seicento. Si
    sono comprati il frigorifero e la cuina.
    E tutti ad usare i catini di “moplen” fatti con una nuova materia chiamata plastica realizzata con brevetti Montedison.
    Hanno realizzato un corpo sociale molecolare, fatto da una miriade di piccole iniziative
    individuali. Dal ’71 all’81 hanno raddoppiato lo stock delle imprese produttive presenti sul territorio. Hanno fatto sistema.

    Tutto questo, cresciuto negli anni dal ’50 al ’80, ha trovato il suo catalizzatore nella
    vittoria nel mondiale dell’82.

    Quella vittoria è stata una specie di catarsi nazionale. All’improvviso abbiamo scoperto che “italiano è bello”.
    Siamo tra i paesi occidentali avanzati; facciamo parte della nato; facciamo parte dell’Europa comune; esportiamo in tutto il mondo; i nostri standard di vita sono tra i più elevati; abbiamo autostrade che altri si sognano; POSSIAMO PURE VINCERE UN MONDIALE!
    Cazzo, ma allora siamo bravi. Allora siamo un Popolo, una Nazione ed uno Stato. E le tre cose coincidono.

    Ecco, un certo sentimento di unità nazionale è nato.

    Non stiamo a raccontarcela con i valori della resistenza e dell’antifascismo rispetto ai quali larga parte dei nostri concittadini provava, e prova, quell’indifferenza tutta nostrana. Il sentimento di unità nazionale è nato attorno alla capacità di fare benessere. Attorno alla “roba”.

    Non c’entravano niente le élite. Manzoni e Pirandello restavano savoia e Borbone. Il primo popolo pensava se stesso, si riconosceva nella capacità di fare sistema economico e si misurava con il resto del mondo usando il pil.

    Ecco, PD e PdL, con le dovute differenze, li vedo un pò figli di questa storia.
    Non si può vivere senza politica, cerchiamo almeno che quella che ci tocca avere non pretenda anche di pensare per noi.

    Intendiamoci, forse non è neppure un gran male, perchè – da insopportabile snob quale sono – la capacità, anche culturale, di “pensare il sentimento del primo popolo” la potevo riconoscere a Cavour, magari a Gioberti, ma non certo alla classe dirigente, non solo politica ma anche intellettuale ed economica di questo periodo.

    P.s.

    ed ho pure cercato di farla breve…!

  2. marckuck ha detto:

    Caro Medonzo, non so se sono proprio in sintonia su tutto (talvolta capita), ma ti ringrazio per il megacontributo al mio post… fa piacere sapere che quanto si scrive non viene del tutto disperso nell’aere…

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