Happy Ending

Mi ricordo quando ne parlai con mio padre, la prima volta, durante un pranzo della domenica nello scorso agosto. “Hai visto quei minatori in Cile, disgraziati? speriamo bene…” e – io sempre ottimista e solare – gli replicai con un “come vuoi che vada a finire?, moriranno tutti come topi, povera gente“.

Papà era rimasto un po’ male dalla mia risposta, perché ha una natura profondamente ottimista e una commovente (e per me incomprensibile) fiducia nel genere umano e nella sua bontà. Una fiducia che lo ha portato ieri ad una insolita sveglia alle 5 del mattino per vedere in diretta il salvataggio del primo minatore uscito dalle viscere della Terra. Una fiducia che alla fine mi ha contagiato.

Per settimane ho evitato le notizie relative a quella maledetta miniera d’oro. Per ansia. Per senso di impotenza. Per paura (la paura del sottosuolo, che mi fa stare inquieto quando mi capita di prendere una metropolitana, mezzo che detesto e mi fa pensare a una bara di gruppo lanciata a folle velocità). E per pessimismo. Un pessimismo che non è mai venuto meno, ma che alla fine si è fuso con la speranza, la speranza del lieto fine, perché, man mano che i giorni si avvicinavano, ho cominciato a credere che forse stavolta non sarebbe finito tutto male, una speranza timida che mi ha portato ad essere sintonizzato davanti alla diretta Sky per ore e ore, controllando costantemente sul cellulare le novità durante le fasi in cui ho dovuto per forza di cose essere fuori casa.

E la giornata, lo confesso, mi ha commosso e reso per 24 ore ottimista e un po’ ingenuo come il mio papà. Ho trepidato ogni volta che quella stretta capsula iniziava il suo viaggio con dentro uno degli sventurati. Ho profetato sventure ogni volta che mi pareva ci fosse uno strano cigolio o una insolita oscillazione nella corda (adesso si spacca tutto… la capsula si incastra e si deve rifare ogni cosa da capo, per altri mesi…). E mi sono emozionato ogni volta che ho visto gli abbracci con mogli e figli.

Tante sono le immagini che mi sono rimaste impresse, tra quelle viste in televisione e quelle pubblicate dai siti online dei giornali, ma alcune mi hanno colpito in particolare e sono quelle che accompagnano questo post. La prima è la festa dei bambini. I figli dei minatori che hanno passato una giornata oscillante tra ansia, giochi, paura e infine gioia, oscillanti anche loro come la capsula tra la voglia di fare casino e divertirsi tipica dell’infanzia e la parte da recitare in una tragedia adulta giunta assai precocemente a turbarne i sonni e la serenità.

La seconda immagine che ho scelto è quella delle donne. Le signore, le ragazze e le bambine dei minatori, che si sono dedicate a una meticolosa toilette per essere “al meglio” per i mariti, compagni o padri che sarebbero usciti di lì a poco. Pare abbia fatto grandi affari il coiffeur improvvisato nel campo “Esperanza“, pare che molta lacca sia stata usata (forse erano quelle le nubi gassose che ogni tanto vedevo alzarsi dal campo e – non capendo che fossero – immaginavo prodromi di tragedia imminente) e molte trousse siano state ripulite a fondo, in ogni angolo, come una miniera d’oro dalla quale si è tolta anche l’ultima pepita, il tutto costantemente sotto gli occhi attenti della Primeira Dama, la bionda, avvenente moglie del presidente del Cile, che ha passato la giornata in mezzo alle famiglie, rincuorando e incoraggiando.

Molte altre immagini avrebbero meritato d’essere riportate. Il volto di ognuno dei 33 minatori, ma scegliere era impossibile, perché troppo intense e drammatiche sono queste storie di persone “qualunque”:  il minatore di 63 anni entrato per la prima volta in miniera a 12 (a 12! come nell’800!!!). L’ex calciatore che non è riuscito a fare fortuna. Quello che si spacca la schiena per pagare la facoltà di medicina al figlio. Quell’altro che è rimasto intrappolato per 3 volte e quindi è l’esperto del gruppo. Il medico improvvisato, che ha messo a frutto gli anni passati a curare la madre malata. Il giovane che aveva nascosto ai suoi cari di lavorare in miniera. Il giovanotto che ha ricevuto la proposta di matrimonio da parte della sua muchacha attraverso il pertugio utilizzato per il passaggio dell’acqua e del cibo durante questi interminabili 70 giorni…

E poi ci sarebbero state le immagini di un Paese grande e complicato. Le veglie di preghiera nelle piazze e finalmente i caroselli di auto e trombette nelle strade, con il passaggio in poche ore dalla tragedia collettiva all’entusiasmo da Campioni del Mondo. E su tutto, sempre presente in questi mesi, il nuovo presidente del Cile, Sebastian Pinera, per ore in piedi vicino al tombino dal quale sono usciti i minatori, con il casco in testa, gli occhi lucidi e l’abbraccio facile.

Io non sarei stato un suo elettore, perché Pinera è la versione cilena di Berlusconi: uno degli uomini più ricchi del Paese, proprietario di una linea aerea, di una televisione e della principale squadra di calcio (tutta roba che ha dovuto vendere però… mica siamo in Italia), con un po’ di processi da sistemare e una serie di affari e malaffari intrecciati durante gli anni della dittatura di Pinochet, del quale è stato un sostenitore. Però Pinera è stato lì, fin dal principio. Ha colto con intelligenza e lucidità l’occasione di dare al Mondo un’immagine positiva del Cile, della sua capacità di reazione e di organizzazione. Ha compreso immediatamente l’importanza anche simbolica (per se e per il suo Paese) di una reazione pronta ed efficiente e tutto ha funzionato alla perfezione, anche grazie all’impegno diretto della presidenza, che in questa vicenda si è giocata tutto. E a me personalmente, lo confesso, oggi non importa se lo ha fatto per opportunismo, populismo o narcisismo. Lo ha fatto ed è servito e a me basta.

Certo, so benissimo che da domani tutto sarà come prima. Che continueranno ad esserci lacrime e sangue dietro ogni catenina d’oro regalata a un fortunato bimbo nel giorno del suo battesimo o dietro ogni fede preparata per la felicità di una nuova coppia di sposi. Che probabilmente la compagnia mineraria privata che si è fottuta per mesi o per anni di ogni più elementare norma di sicurezza non sarà chiamata a rendere conto di quanto accaduto e nessun manager in doppio petto verrà sbattuto in carcere. Che nel Mondo continuano a lavorare in condizioni orrende che talvolta sconfinano nella schiavitù milioni di persone, alcune anche in Italia e che la luce fatta sulla miniera di San Josè non serve certo a illuminare tutti gli angoli bui del nostro scuro e cinico Pianeta.

So tutto questo, ne sono consapevole. Ma oggi non ho voglia di pensarci, oggi chiedo al mio proverbiale pessimismo, al mio atavico disprezzo per la natura umana di starsene buoni in un angolo. Ho deciso di regalarmi 24 ore felici, durante le quali credere che anche nella vita vera, talvolta esista un Happy Ending.

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2 risposte a Happy Ending

  1. Alexsandra ha detto:

    Forse per non rimanere troppo delusi siamo portati a credere che il lieto fine ce l’hanno solo le storie che non sono ancora finite, ma quando poi, come in questo caso, si viene smentiti dai fatti, beh sì può essere una bella giornata che dovrebbe aiutare a sopportare quelle, molte, che non lo saranno, andando anche a rileggere un post così intenso…

  2. Pingback: KontroPotere

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