Il Risorgimento degli sfigati

Per festeggiare i 150 anni della conquista militare & sottomissione coloniale del Sud Italia sono andato al cinema a vedere “Noi Credevamo“, il filmaccione meridionalista e patriottardo di Mario Martone.

La trama è semplice semplice: 3 ragazzi di buon cuore abitanti nella provincia profonda del “Regno” – 2 della piccola nobiltà e 1 contadino – vogliono farla finita con il governo autoritario e becero dei Borbone e sognano l’Italia unita, indipendente e repubblicana. Alla Mazzini, insomma. E finiranno tutti male, uno (il contadino) eliminato quasi subito, vittima di un gioco più grande di lui, che non guida e non capisce (altrimenti, che contadino sarebbe?), l’altro perso in un furore ideologico fanatico, violento e soprattutto inconcludente e il terzo sempre presente quando il Risorgimento volge al peggio.

Il filmone (170 minuti, quasi tre ore dunque…) presenta indubbi pregi. Innanzitutto è un film storico e questo è un genere troppo trascurato dalla cinematografia italiana, quasi sempre immersa in tre tipologie, tutte per qualche ragione scadenti o troppo prevedibili: la commedia greve e petomane (normalmente incaricata di santificare il Natale); il film tenero e di buoni sentimenti, così politicamentecorretto da essere urticante oppure il film che ti toglie ogni speranza, gettandoti nei piedi una carrettata di disgrazie tanto estreme quanto realistiche. E Noi Credevamo, come opera storica è indubbiamente accurata, pulita, ben costruita.

Secondo pregio, si tratta di un lavoro ambizioso e capace di sfuggire al rischio di molti filmoni storici, vale a dire l’elencazione acritica e pedissequamente didattica di fatti senza un tentativo di lettura, senza una visione unificante. Ed eccoci al difetto: la visione unificante c’è, ma sarebbe meglio non ci fosse stata, perché si esce dal cinema con la sensazione che forse forse forse, se Cavour avesse continuato a coltivare riso e Garibaldi a fare il corsaro in Brasile, magari sarebbe stato meglio per tutti.

Nel film infatti è del tutto assente l’aspetto più nobile ed edificante del Risorgimento, che pure da qualche parte è esistito. Non si parla di idee, di progetti, di speranze. L’Alta Politica di Cavour (le poche volte che viene nominato) è invariabilmente definita come un “maneggio”, ponendo lo sconfinato genio politico del conte allo stesso livello dei sotterfugi di un Mastella qualsiasi. Tutte le opzioni possibili per il futuro nazionale (la Monarchia, la Repubblica…) sono trattate con pari disincanto, le conflittualità, le inefficienze e le cialtronerie dentro i gruppi risorgimentali sono talmente croniche e frequenti che c’è da chiedersi come mai non siamo ancora governati dagli Asburgo. E mancano le grandi personalità che fecero il nostro Risorgimento… Garibaldi (simpatico pasticcione) si vede solo una volta, da lontano, di notte, su una barchetta, mentre sta per andare a farsi sparar sull’Aspromonte. Mazzini è come Bin Laden, circondato da una setta di fedelissimi fanatici, vive nascosto progettando improbabili sommovimenti e omicidi politici falliti. La Belgioioso, principessa capricciosa, fa la rivoluzionaria nei salotti e conduce nella propria alcova i patrioti più carini. Francesco Crispi eletto a immagine di tutto lo sconcio nazionale, dal 1861 al Lodo Alfano. Di Cattaneo, Cavour, D’Azeglio, Vittorio Emanuele o altri eminenti personaggi, neppure l’ombra…

E la lettura post-unitaria! I bersaglieri del Re si comportano nel Meridione più o meno come la Wermacht in Polonia o i Marine in Vietnam: rappresaglie, fucilazioni sommarie, villaggi incendiati, brutalità gratuite, violenza ovunque… Certo, questo ci fu, ma dipingere il processo unitario solo come sfruttamento coloniale e non distinguere tra le diverse tipologie e ragioni del brigantaggio beh, mi è parso un grave errore di omissione.

Insomma, il film è bello, ricco e racconta cose vere. Ma lascia l’amaro in bocca e smonta il Risorgimento anche oltre il dovuto… E la cosa mi ha messo un po’ di tristezza perché mi sono trovato a ripensare ai momenti unificanti della nostra Storia nazionale, che sono crollati o stanno crollando in pezzi uno dietro l’altro… C’era l’eredità della grande tradizione civica romana, quindi il Rinascimento con la sua epopea politica, economica, letteraria e artistica, poi il Risorgimento, con le fatiche e le glorie del nostro zoppicante Nation Building e infine la Resistenza e la Costituziona repubblicana che ne è figlia. Tutto saltato: la grandezza romana sputtanata e ridicolizzata da ventanni di pagliacciate fasciste; il Risorgimento svilito da riletture bigotte (quanto erano bravi i Papi a governare la Chiesa… che belle ferrovie si facevano in Borbonia…) e dall’odio antinazionale della Lega, che con la sua incontenibile rozzezza ha contraddistinto il dibattito culturale e politico degli ultimi 20 anni; Resistenza e Costituzione detestate perché retaggio di un’Italia forse compromissoria ma con una visione politica retta, un quadro di valori in fondo condivisi nelle loro regole di fondo e una classe politica capace di scontrarsi duramente, ma sempre avendo chiaro fin dove ci si poteva spingere… certo non in linea con l’ideologia imperante del “tutto il potere a un Uomo Solo, plebiscitato dal popolo e benedetto da Dio”.

Ci rimane da smontare il Rinascimento, ma impegnandosi potrebbe anche essere possibile, magari sottolineando che – in fondo in fondo – Machiavelli non era tutta ‘sta cosa, simile a una candida e ingenua verginella, dato che oggi si fan cose ben peggiori di quelle da lui descritte nel Principe: neppure lui immaginava un mondo in cui il Potere inventa a tavolino guerre su basi fasulle, finalizzate a distruggere un Paese solo per poi dare gli appalti per ricostruirlo, come accaduto in Iraq… e poi, il grande potere delle Signorie in mano a ebrei e banchieri-mecenati, che prosperavano solo quando prosperava anche il loro Paese, così diversi dai banchieri di oggi, che riducono sul lastrico intere nazioni in un pomeriggio, facendo esplodere le loro bolle speculative e spostando con un click del computer da un angolo all’altro del pianeta capitali grandi come il pil di qualche stato africano.

Certo rimane il problema spinoso dell’arte… Pietro Aretino, Michelangelo, Leonardo, Benvenuto Cellini… una folla di inventori inconcludenti, orafi violenti, poetastri sporcaccioni e pittori sodomiti… Tutti così lontani dalle Radici Cristiane della nostra Civiltà…

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3 risposte a Il Risorgimento degli sfigati

  1. I Care ha detto:

    Mamma mia! Forse sarebbe il momento di riscrivere la nostra storia senza pregiudizi e senza agiografie. Il nord, di cui il sud è stato (e forse è ancora), ammiratore per la sua efficenza e capacità organizzativa (ma sempre in modo acritico, tant’è che il sud non ha fatto nulla per cercare di raccorciare le distanze), con la lega sta cercando la divisione, la secessione, tant’è che abbiamo al governo un partito che si dichiara contro l’Italia, creando situazioni conflittuali, che, a mio avviso, non porteranno nulla di buono. Il sud, d’altra parte, si dichiara vittima di abusi ed intrallazzi, ma non si decide a fare autocritica. Intanto la linea della palma, di sciasciana memoria, avanza…
    La vedo nera, ed ancor di più, se non facciamo, tutti, quelli del nord e quelli del sud, insomma noi tutti italiani, una bella e autocritica rilettura della nostra storia.

  2. Federico ha detto:

    Ciao Marckuck, è un pezzeto che non ti vedo nella zona dei lupi. Anch’io capito di rado ultimamente, mille problemi e cose da fare. Con questo tuo post, indipendentemente dal film, apri un argomento molto duro da affrontare. Cosa fu il nostro risorgimento e cosa rimane a 150 anni di distanza dalla proclamazione del nuovo regno d’Italia. Troppo per me e per le mie scarne conoscenze, almeno questo vorrei dirti per non farmi obnubilare dalle mie retoriche convinzioni. Eppure non riesco, e tanto per fare un esempio a noi vicino dico che il Friuli fu pesantemente coinvolto nel risorgimento, fu terra dove massime s’espressero le contraddizioni, le ipocrisie, che ne caratterizzarono l’epopea e che oggi sono l’argomento forte dei detrattori. In famiglia abbiamo avuto cugini, se non fratelli, che si sparavano addosso, ognuno convinto che il proprio campo, austriaco o italiano, repubblicano o monarchico, era quello giusto, ma almeno sparavano. Quelli che oggi detraggono sono i figli dei figli, i nipoti dei pronipoti, i discendenti di coloro che non seppero né vollero prender parte, che non scelsero per supposta ignoranza, che spesso furono delatori mandando a morte o in galera decine di patrioti. E’ ancora quella stessa parte che desidera l’uomo forte e assoluto, il leader, per non assumersi alcuna responsabilità sociale, per continuare a fare il proprio. La politica è marcia, la politica non serve, i politici fanno solo i loro interessi, la mafia è ovunque, io non posso fare niente. Questo è quel che dicono e vogliono gli stessi detrattori di ogni senso civico, compreso annullare qualsiasi valore che sta nella parola patria, e tutto ciò per conquistare la massa degli ignavi. Dividi et impera, dicevano i romani, e noi ci dividiamo mentre loro imperano. Sarebbe l’ora di darci un taglio. Sarebbe l’ora di smettere di sopportare, se non addirittura applaudire, coloro che ingannano e che violano la legge naturale, la legge del mondo civile, le nostre stesse sacrosante regole di convivenza. Ciao e a presto.
    Federico

  3. marckuck ha detto:

    @ Federico, magari si può puntare anche sulla patria comune europea, che in fondo è a suo modo elemento unificante delle varie diversità regionali. o almeno dovrebbe.

    Spero di ri-capitare tra i lupi e incontrare colui che per diritto ereditario aveva l’incarico di domarli 🙂

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