La Rivoluzione Friulana

Ogni volta che per qualche ragione mi imbatto in letture sul Patriarcato di Aquileia, il pensiero mi torna alla celebre invettiva antibizantina del grande storico illuminista inglese Edward Gibbon, il quale sosteneva pressapoco che  “la storia dell’impero è un racconto monotono e noioso di intrighi di preti, eunuchi e donne, di avvelenamenti, di cospirazioni, di continua ingratitudine e di perenni fratricidi… Una storia di debolezza e miseria senza un solo giorno di grandezza”. Si tratta di un giudizio disastroso per l’influenza che ha avuto e per il suo essere terribilmente superficiale e ingiusto, che ha causato danni incalcolabili a causa del prestigio personale di colui che così sventatamente lo ha emanato e che tra l’altro – se preso alla lettera – lungi dal tenere il lettore lontano dalle vicende bizantine, lo rende incuriosito e stuzzicato, un po’ goloso di saperne di più di tutte queste storie di “donne, eunuchi, intrighi, delitti e peccati”.

Dicevo che questo giudizio mi torna alla mente ogni volta che mi approccio alla storia del Patriarcato d’Aquileia che pure io tendo a considerare un elenco monotono di patriarchi assassinati, nobilastri rozzi e tracotanti, stupri, miserie, epidemie e contadini vessati, una bizzarra teocrazia che ha di fatto impedito alla nostra terra di conoscere la stagione felice dei comuni e la grandezza della signoria.

Forse il mio è un giudizio superficiale, forse hanno ragione i tanti cantori della presunta Età dell’Oro del Friuli Patriarcale che in studi riservati a pochi eletti e con lauti contributi della provincia a guida leghista, periodicamente decantano le gioie del medioevo friulano, ma in fondo ognuno ha i suoi pregiudizi e il mio è che l’assenza di un vero potere centrale (anche se solo in chiave regionale)  ha regalato alla nostra terra 300 anni di anarchico casino.

Il contadino friulano è stato dipinto sempre come un soggetto sociale un po’ ottuso, perennemente vittima di ingiustizie, che con la placida pazienza dei muli tutto sopporta e nulla punisce. Anche questo non è vero e infatti ricorrono in questi giorni i 500 anni della “Rivoluzione Friulana”, vale a dire la così detta Crudele Zobia Grassa, del 27 febbraio 1511, giorno – appunto – di giovedì grasso, quando la pazienza contadina sembrò giunta al limite e si scatenò una feroce mattanza degna delle più sanguinose Giornate della Parigi del 1792-94, organizzata dal conte Antonio Savorgnan con luciferina astuzia, quasi avesse avuto modo di discutere con un certo funzionario del Comune di Firenze sulla natura del Potere, a proposito di un libricino che questi si accingeva a scrivere in omaggio a Lorenzo II de Medici…

Orbene, nel 1511, il Friuli era da quasi 100 anni colonia veneziana, conquistato facilmente all’apice del declino patriarcale e grazie al collaborazionismo della famiglia Savorgnan, patrizi veneti dal XIV secolo. La Serenissima era tendenzialmente poco interessata a questa terra misera e litigiosa, utile solo per fare da argine e confine alle incursioni turche e imperiali e quando si intrometteva nelle nostre vicende ciò avveniva per lo più per fare da paciere nelle continue guerre tra le famiglie nobili che scomandazzavano le campagne friulane esercitandovi un potere feudale tanto eccessivo da essere quasi caricaturale. Tra i vari nobilastri, all’epoca si distingueva il conte Antonio Savorgnan, che aveva l’occhio un po’ più lungo e coltivava il sogno di rafforzare il proprio potere a scapito delle altre famiglie nobili, al fine di instaurare un governo personale sul territorio della Patria.

Questo Savorgnan decise di passare all’azione e il giorno di giovedì grasso simulò un attacco da parte delle truppe dell’Impero alla città di Udine e si diede da fare per organizzare la difesa popolare, seminando il panico tra tutta quella folla giunta anche dai borghi circostanti per festeggiare il carnevale, panico che riuscì a indirizzare contro i nobili di origine germanica (la maggioranza), tradizionalmente filoimperiali… la folla inferocita diede quindi l’assalto ai palazzi patrizi, accortamente indirizzata dai bravacci del Savorgnan e quasi l’intera aristocrazia presente in città venne trucidata in modo selvaggio e bestiale, come sempre accade quando una folla incontrollata perde il controllo…

La mattanza durò per giorni, la plebe ebbra di sangue vagava per la città in una carnevalata macabra, indossando le vesti insanguinate dei nobili uccisi, mentre il luogotenente veneziano se ne stava blindato in castello, in attesa di capire cosa fare e il Savorgnan dal suo palazzo intonso e inviolato si illudeva di poter mantenere il controllo del casino creato, ma il tutto gli fuggì di mano e la rivolta andò estendendosi dalla città di Udine al resto del Friuli. Molti castelli vennero conquistati, i difensori trucidati, le donne violentate e uccise e le mura rase al suolo pietra su pietra… e infine la rivolta coinvolse persino le terre dei Savorgnan, vittime inconsapevoli dell’eterno destino degli apprendisti stregoni, ragni impigliati nella loro stessa ragnatela.

Appena la rivolta iniziò a perdere mordente, scattò implacabile la vendetta nobiliare e fu – ovviamente – repressione spietata. Non fu concessa pietà a nessuno e solo il governo veneziano riuscì a impedire la catena di punizioni e vendette che i nobili furenti avevano messo in atto nei confronti dei ribelli, mentre il Savorgnan scappò a chiedere esilio e protezione agli Imperiali. Esilio breve, dato che esattamente 13 mesi dopo l’inizio del “Giovedì Grasso” venne pugnalato da un  paio di rampolli nobili di famiglie particolarmente provate dai giorni di sangue.

La tensione tra nobili, cittadini e contadini rimase alta, ma esattamente un mese dopo gli eventi raccontati, il 26 marzo 1511 un disastroso terremoto finì di distruggere quello che era scampato alla “Crudele Zobia Grassa“. Al terremoto seguì la peste e la politica passò inevitabilmente in secondo piano. I contadini tornarono a chinare la testa e lavorare la terra, mentre i nobili, scampato il pericolo, ripresero la loro quotidianità fatta di soprusi, guerrette miserabili, invidie, rancori e sgarbi, all’ombra del benigno, distante e pigro governo della Serenissima Repubblica di San Marco…

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9 risposte a La Rivoluzione Friulana

  1. Francesco Scatigna ha detto:

    Senza nulla togliere al diritto, sarebbe stato un ottimo professore di storia (lo nota uno che sta provando a diventarlo…)

  2. marckuck ha detto:

    Grazie. In realtà la storia è la mia passione, il diritto mi da solo da mangiare. Resta il fatto che sono un gran chiacchierone, unico pregio che mi riconosco 🙂

  3. marckuck ha detto:

    p.s. Francesco non conoscevo questa tua ambizione, mi compiaccio

  4. alexsandra ha detto:

    La falsa modestia è inutile e dannosa ed essere un gran chiaccherone non è certo il tuo pregio migliore, ma come dicevano anche a Jack Lemmon:”Beh, nessuno è perfetto”…
    E questo post quasi lo è.

  5. Francesco Scatigna ha detto:

    Tutti i chiacchieroni sono fieri della loro chiacchiera dopo tutto (a proposito, dato che io stesso non so tenere a freno la lingua, ho un’intera antologia di scene in cui vengo zittito…E il mio cervello ha rielaborato: ho appena sognato di essere zittito da un Andreotti in inedita versione ‘professore universitario’: quale sarà il significato? Mah!).
    Sì, mancano master e dottorato, quindi ce ne vorrà…Storia delle relazioni internazionali, così unisco le mie due passioni 🙂

  6. nodders ha detto:

    Bellissimo quando parli della storia friulana, ai più (anche friulani, e soprattutto friulani leghisti) sconosciuta.
    Poi non so se il post possa essere letto come tacito commentario sulla situazione libica presente o potenziale italiana futura….

    comunque il Gibson parlava molto male dei cristiani, specialmente d’epoca bizantina, se non ricordo male additando addirittura la colpa della caduta dell’impero romano proprio al cristianesimo. insomma era di parte. come tutti gli storici, in fondo.

  7. Federico ha detto:

    Ciao Marckuck, sulla storia friulana avrei anch’io qualche piccola cosa da dire. Ho letto con il massimo interesse il tuo scritto, ma non condivido del tutto le conclusioni. Il popolo non si fermò né dopo la rivolta né dopo il terremoto. I contadini si fermarono, come in tutte le occasioni nelle quali sono stati coinvolti. A loro interessava aver bruciato il più possibile gli atti che dimostravano i fitti e livelli da pagare. La piccolezza, in senso lato e ampio, della borghesia friulana dell’epoca non riuscì a cogliere l’opportunità. Eppure ciò non accadde ovunque e comunque. A Valvasone il XVI secolo fu caratterizzato da una continua e costante rivolta “giudiziaria” contro i locali signori. Sentenze, ricorsi, controsentenze, accordi, arbitrati e quant’altro, si susseguirono fino al 1588. A portare avanti la protesta furono i “borghesi” del paese, e qualcosa ottennero. Non fu rivoluzione, ma riforma, seppure incompleta. Altre faccende, accadute fuori dal paese e in contesti più ampi, oltre all’endemica rovinosità della natura friulana, alluvioni, siccità, terremoti, cavallette, lupi, peste, causarono l’annichilimento seicentesco del popolo. Ci vorrà Napoleone per dare una nuova frustata all’ambiente. Ma troppe ce ne sarebbe da raccontare. Bisogna rivederci una qualche volta.
    Approfitto per segnalarti che ho messo su un blog (con Google, sono molto inesperto) di storia valvasonese, se ti interessa. Ciao e, di nuovo, complmenti.

  8. marckuck ha detto:

    Caro Federico, certo che mi interessa e ora sbircio. Ci vorrebbe una lettura della storia del Friuli un po’ più ampia e “liberale”, perchè forse molti dei pregiudizi dipendono dal fatto che il lettore comune – come me – si basa essenzialmente su scritti di sacerdoti (Paschini su tutti), mentre manca una storia laica

  9. Federico ha detto:

    Non so se è possibile fare copia incolla. provo.
    http://storiavalvasone.blogspot.com/
    Ciao

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