Che notte quella notte…

Ripubblico il post che avevo scritto in ricordo dei 30 anni del terremoto del Friuli, nel 2006. In fondo, mi piace ancora abbastanza…

Mi ero alzato assai malconcio: febbrina, nausea e una serie di pustolette sul viso, sul petto e sul fianco sinistro. In quelle condizioni non potevo certo andare a scuola, perchè la III elementare non è classe da prendersi sotto gamba, così la mamma mi ha lasciato a casa a riposare, in attesa della visita del dott. Anderloni.

Anderloni era nostro vicino di casa e veniva a visitare me o mio fratello sempre per ultimi, a fine giro, così si fermava a prendersi l’aperitivo con papà e a tirar per le lunghe in attesa che la moglie venisse a pigliarselo per pranzo. Così anche quel giorno, ma stavolta la sentenza non era la solita, rassicurante bronchitina, ma una ben più severa varicella. “Il bambino deve starsene a casa, non necessariamente a letto, ma coperto dalle correnti, guai a uscire”.

Così, il pomeriggio è trascorso al chiuso, malgrado ci fosse un caldo afoso assai insolito per un inizio di maggio e i cani fossero stranamente agitati e lamentosi, quasi consci che qualcosa non stava andando per il verso giusto…la sera ho mangiato in bianco e me ne sono stato ad ascoltare mia mamma che raccontava aneddoti sulla mia nascita a mia cugina quattordicenne, mentre papà in salotto guardava un western su “TeleCapodistria” e mio fratello dentro il box chiassava con i suoi sonaglietti, a debita distanza dall’untore varicelloso…

Pochi istanti prima delle 9 di sera si è sentito come un boato, un rumore sordo e breve seguito da un sussulto, che ha fatto tremare le credenze e oscillare i lampadari. “questo è un terremoto”, ha sentenziato mia mamma con il suo proverbiale ottimismo. Nel condominio di fronte erano tutti affacciati dalle terrazze a scambiarsi opinioni rassicuranti, mentre i cani continuavano nel loro bizzarro guaito.

Poi la scossa, quella vera. Un nuovo botto, più forte del primo, blackout totale e un sussulto violentissimo e quasi infinito, un rumore sordo e un improvviso, atavico senso di panico. Mia madre afferra mio fratello e se lo tiene stretto (ha sempre preferito lui a me!), mentre papà si preoccupa di salvare il primogenito, erede del Casato, afferrandomi al fianco senza garbo alcuno e trascinandomi fuori sotto il braccio, come un tappeto arrotolato.

Usciamo nel cortile e fuggiamo in direzione dei campi, seguiti dal nostro spaventatissimo Rol, cucciolo di cane lupo da pochi giorni con noi, mentre la casa sembrava quasi ondeggiare, nella notte buia. Nel condominio di fronte erano tutti assiepati nell’ingresso, illuminati da accendini, bloccati, perchè l’assenza di corrente elettrica impediva di aprire il portone, in attesa di qualche anima pia, avventurata in cerca delle chiavi.

Dopo 56 secondi la scossa si è fermata. Papà è rientrato in casa a vedere come stavano le cose per poi sentenziare: “nel dubbio si dorme in macchina”. Siamo saliti in auto e siamo andati a controllare che i nonni e gli zii stessero bene e – già che c’eravamo – abbiamo fatto un veloce sopraluogo nel centro storico di Udine, dove tutto sembrava ok. La radio però aveva interrotto le trasmissioni e stava dando i primi resoconti del terremoto: parlava del panico negli ospedali e nelle carceri, dei danni registrati in molte zone della Carnia e della Collinare e pareva addirittura che ad Artegna vi fossero stati dei morti: 2, forse 3.

Tornati a casa, l’intera via Canova era ancora in strada, qualcuno aveva portato poltrone e coperte nel cortile, altri attrezzavano l’auto. Papà e il signor Gardini, che abitava di fronte a noi (e con il quale non avevamo mai avuto molto a che fare), si erano decisi a fare il tè per tutti. Ricordo due grandi pentoloni e tutta la strada in fila con una tazza, ciascuno per avere la propria parte di tè, anche quelli che il tè non lo bevevano proprio mai! C’era anche il dott. Anderloni, in vestaglia, premuroso a chiedere a mamma “come sta il trottolino? lo tenga coperto!”

Siamo rientrati in casa per prendere il necessario per la notte. La mamma ha acceso la televisione per vedere se c’erano notizie sul terremoto. Ma no, ricordo solo un volto magro scheletrico, con una criniera bianca/bionda, gli occhi azzurri lampeggianti, la polo nera e un girocollo nero con il ciondolo della pace. Era Marco Pannella, al solito eravamo in piena campagna elettorale e il Paese – tanto per cambiare – era diviso in due, pronto a scannarsi tra comunisti e anticomunisti nelle elezioni politiche del successivo 20 giugno.

Il giorno dopo, il dramma è apparso in tutta la sua spaventosa forza: 119 comuni (su 237) distrutti, disastrati o gravemente danneggiati. Circa 1.000 morti, migliaia di feriti, decine di migliaia di senzatetto. Papà è andato subito a dare una mano a Gemona, epicentro del sisma e i suoi racconti ci hanno fatto capire fino in fondo quello che era capitato.

Abbiamo avuto molte altre scosse, per diverse notti siamo rimasti in macchina e poi in tenda, perchè non si sa mai. Ma quella prima notte all’aperto, con la varicella, il tè e la paura me la ricordo bene ancora…

Marckuck

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