Una giornata da dimenticare

196 anni fa, nell’ora esatta in cui ho iniziato a scrivere questo post, il generale conte d’Erlon si apprestava a lanciare l’attacco contro il settore centrale delle linee del duca di Wellington. Tamburini in testa, le 4 divisioni si mossero verso la terra di nessuno, intruppati in una arcaica formazione che prevedeva la marcia su linee di battaglione, compatte e possenti, ideali per massimizzare la potenza di fuoco in prossimità del bersaglio ma, ahimè, molto lente, facili da centrare per le artiglierie e incapaci di disporsi in quadrato nel caso di improvvisi assalti di cavalleria. Ma in fondo, perché spremersi tanto? dopotutto come pensare che 17.000 fanti (fanti francesi, tra l’altro…) non dovessero riuscire a prevalere su quello scarno “fritto misto” (espressione del maresciallo Ney) dell’esercito alleato, che in quel settore schierava appena 6.000 fucili, tra inglesi, hannoveriani e olandesi. E così, le truppe del conte d’Erlon avanzavano lente, falciate dal fuoco dell’artiglieria, ma quando giunsero a contatto con il nemico erano ancora forti abbastanza da dare una spallata che fece tremare non poco l’intera prima linea britannica. Erano le 14.00 e i francesi stavano vincendo la battaglia di Waterloo.

A un passo dal disastro, mentre il “fritto misto” indietreggiava e la paura iniziava a serpeggiare tra le fila alleate, per salvare il salvabile il marchese di Uxbridge, vice del duca di Wellington, decise una carica disperata della cavalleria pesante britannica e quindi la Household Brigade e la Union Brigade (così chiamata perché composta da squadroni inglese, scozzesi e irlandesi) si lanciarono alla carica giù, lungo i pendii resi pesanti dal fango, per colpire al fianco l’ingombrante pachiderma biancorossoeblu intento a dare zannate sempre più pesanti contro la porta di casa Wellington. I fanti di d’Erlon vennero presi di sorpresa e dalla sorpresa al panico fu un tutt’uno… iniziò una corsa folle e irresponsabile verso le posizioni di partenza, con soldati che mollavano lungo il percorso zaini e fucili per correre più rapidi, inseguiti dalla cavalleria inglese che non aveva pietà per nessuno. Erano le 14.30 e i francesi stavano perdendo la battaglia di Waterloo.

Non c’è nulla da dire e ancor meno da fare, girala e rigirala, ogni cosa che poteva andare storta andò storta e sembra incredibile che tutti quel giorno diedero il loro peggio, quasi senza eccezione. O meglio, non tutti, tutti i francesi, da generale in su, fino a giungere alla vetta dell’Everest, a Napoleone in persona, che malgrado i malanni (attacco di emorroidi e di ulcera), avrebbe potuto e dovuto far sentire la sua presenza invece di delegare tutto agli altri, rimanendosene a borbottare in cima a una collina. La vicenda dell’attacco del conte d’Erlon è solo uno degli esempi del mix feroce tra jella e imperizia che caratterizzò quell’infausta giornata.

Innanzitutto, si partì in ritardo, pazzesco ritardo. Napoleone voleva iniziare a sparacchiare verso le 8 del mattino ma purtroppo il giorno prima aveva piovuto senza sosta e il terreno di battaglia era reso pesante dal fango, che impediva i movimenti dei cavalli e il tiro a rimbalzo dell’artiglieria, una delle meraviglie nella tattica bellica francese (“quel piccoletto maneggia l’artiglieria con la leggerezza di una pistola”, pare abbia detto Wellington in quella giornata di frasi storiche vere o presunte). Così si dovette attendere le 11.00, due ore preziose perse a scrutare il cielo e tastare il terreno in attesa del momento giusto…

Ma alle 11.35, quando si iniziarono le danze, ecco la seconda disgrazia della giornata. Nell’idea di Napoleone, il tutto si sarebbe dovuto risolvere in modo rapido con una sola, forte mazzata al centro dello schieramento nemico, per spaccare gli inglesi in due, guadagnare la strada per Bruxelles e separare definitivamente Wellington dai prussiani del principe Bluecher (non padre della nota “frau Bluecher” di Frankenstein Jr.). Non c’era tempo di complicate manovre d’aggiramento ai fianchi, solo pochi colpi, secchi e decisi e poi lo sfondamento. Ma per tirare a Wellington una palla un po’ più liftata, decise di far precedere l’attacco principale da una manovra diversiva sul lato destro e di questa incaricò il generale conte Reille, che doveva simulare un attacco massiccio da culminarsi con la presa del piccolo castello di Hougomount. Reille fece gestire l’attacco da Girolamo, fratello di Napoleone, l’ultimo nato della nidiata. Che aveva una gran voglia di farsi bello agli occhi dell’ingombrante fratellone e dunque si lanciò in un attacco disperato, trasformando quello che doveva essere un trucchetto in una battaglia nella battaglia, che ritardò ulteriormente l’attacco e al suo culmine inghiottì 14.000 francesi e 12.000 inglesi in un corpo a corpo inutile ma sanguinoso. Che indebolì le forze di Napoleone in modo quasi irrimediabile.

La jella si ripresentò alle 16.00 quando la mente limitata e sovraeccitata del Maresciallo Ney (coraggioso fino all’irresponsabile, ma “capace di capire di strategia meno di un tamburino” secondo l’opinione del suo Capo, che però lo nominò comandante dell’esercito in quella fatidica giornata) scorse tra il fumo dei proiettili, in lontananza, un qualche movimento di retroguardia e ne dedusse (chissà mai perché) che l’intero esercito inglese fosse in procinto di sbaraccare e cercar di salvare il salvabile. Quindi nella convinzione di poter emulare Murat a Eylau, lanciò una carica forsennata con tutta la cavalleria che riuscì a raccattare, gettando circa 9.000 tra corazzieri, ussari e dragoni all’inseguimento dell’esercito di Wellington in fuga. Che però in fuga non era e anzi, accolse tutto quel mucchio urlante e sferracchiante con gran ceffoni d’artiglieria e perfetti quadrati contro i quali, per le due ore successive, andò a sbattere la sempre più stanca cavalleria francese in una replica – 4 secoli dopo – del disastro di Agincourt, quando la cavalleria pesante del re di Francia fu sterminata dagli arcieri di Enrico V d’Inghilterra.

Nonostante tutti questi pasticci, verso le 18.00 i francesi riuscirono, solo Dio sa come, a spezzare il centro dello schieramento inglese e la battaglia sembrava vinta, quando comparvero i prussiani a minacciare il fianco francese. Da dove spuntavano? da un altro errore di valutazione di Napoleone, che aveva incaricato di tenerli a bada il povero Grouchy, nominato maresciallo appena pochi giorni prima, che non aveva paura di nulla, tranne che di una cosa: sbagliare e venire rimproverato dall’imperatore. Così, non sapendo bene cosa fare (seguire il rombo del cannone e andare verso la battaglia o cercare di inseguire i prussiani?) non fece ne l’una, ne l’altra cosa, cazzeggiando ramingo nella campagna belga, seguito dai suoi perplessi 30.000 uomini.

Da spregiudicato giocatore d’azzardo qual’era, Napoleone – re della propaganda – decise di giocarsi il tutto per tutto facendo correre la voce che la nuvola in lontananza non fossero i prussiani, ma i rinforzi tanto attesi (“voilà, Grouchy!” urlarono tutti i portaordini, da un lato all’altro dell’armata) e contemporaneamente gettò nella mattanza la sola cosa che ancora gli rimanesse: la Guardia. E la jella si mise di nuovo nel mezzo…

Mentre i 9 battaglioni di “immortali” marciavano compatti, con la baionetta innestata e il colbacco in pelle d’orso ben calcato in testa, si trovarono a dover attraversare un campo di grano dove si era acquattata una brigata di fanteria inglese per proteggersi dalla furia dell’artiglieria la quale, vedendo sfilare al proprio fianco gli “immortali”, pensò bene di prenderli a fucilate. I granatieri colti di sorpresa oscillarono perplessi, sorpresi e spaventati per quella presenza imprevista… fu questione di pochi attimi, ma bastarono per consentire un attacco da parte di un battaglione di cacciatori a cavallo, sopravvissuto chissà come al pomeriggio, che caricò di sorpresa i francesi che quindi prima indietreggiarono poi, colti su tre lati come tonni nella mattanza, cercarono la fuga verso il solo lato libero… Il resto dell’armata assistette sgomento all’imprevista, inaudita, rotta degli Invincibili e contemporaneamente a quella scena indimenticabile, giunse anche la conferma che Napoleone aveva mentito e tutta quella gente che si stava posizionando sul fianco destro non erano i rinforzi di Grouchy, ma i prussiani di Bluecher.

Erano le 19.50 e la battaglia che fino a 40 minuti prima sembrava vinta si trasformò in un disastro senza rimedio. Alle 20.00 era tutto finito. Anche questo post.

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7 risposte a Una giornata da dimenticare

  1. Francesco Scatigna ha detto:

    Io non capisco perchè non insegni storia. Comunque, post molto ben fatto, anzi, potrei dir di più ma poi mi sembra di incensarti e ti monteresti la testa come un giovincello 🙂 Ah, non so se lo hai letto, ma sul tema napoleonico sono immortali le avventure del Brigadiere Gérard, di Sir Arthur Conan Doyle. Se non lo hai già letto, affrettati a farlo. (Ah, tanto per incitamento, Gérard era il personaggio preferito di Churchill, si dice…)

  2. yorick ha detto:

    Altro che History Channel, Piero e Alberto Angela ti recluterebbero tra gli autori di Ulisse! Bravò :o)

  3. marckuck ha detto:

    @ yorick, cercherò di leggerla come un complimento 😛

  4. yorick ha detto:

    … era un complimento, certo. A me Ulisse piace. E a dire il vero la tua scrittura era piena di immagini ed evocativa di suo senza bisogno di una traccia video.

  5. marckuck ha detto:

    Yorick, sei sempre molto gentile… quasi quanto Banquo 😉

  6. snaddy ha detto:

    Servirebbe davvero un programma tv o simili che facesse vedere i mille casi del destino delle mille battaglie svolte. Bella analisi, professore!
    Mi permetto soltanto, senza alcuna offesa per Francesco Scatigna, di esprimere un giudizio letterario sulle avventure del brigadiere Gérard di Conan Doyle paragonabile al giudizio che Fantozzi fece a suo tempo della Corazzata Potemkin.. Sembra scritto da un dodicenne in un pomeriggio di noia!

  7. marckuck ha detto:

    Non sottovaluti i dodicenni annoiati 🙂

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