Questa è tutta un’altra storia – parte II

Seconda parte della Beautiful libraria, iniziata con il post di un paio di settimane fa che – idealmente – qui proseguo & concludo. Ci eravamo fermati al Napoleone Privato e non era una cattiva sosta, ora ripartiamo con un bel salto in avanti…

5. Il “vecchio Mondo” eurocentrico, aristocratico, elitario e decadente cadde con la I Guerra Mondiale. E l’inizio di quella mattanza è descritto nel magnifico “I Cannoni d’Agosto” di Barbara Tuchman, edito da Bompiani e anche questo fuori catalogo (ma come cacchio ragionano???). Con la perizia tecnica di un generale di corpo d’armata e l’occhio attento di una donna curiosa, la Tuchman ci fa rivivere il primo mese di guerra (agosto 1914), alternando analisi militare e analisi politica, descrivendo in modo vivo e impietoso come “il sole del vecchio mondo stava calando con un ultimo sfarzo di colori: uno sfarzo che nessuno avrebbe più veduto”. Premio Pulitzer del 1962, era consultato con angoscia da John Kennedy durante la crisi di Cuba dell’ottobre di quell’anno, spaventato com’era dagli automatismi tecnico-burocratici che contribuirono non poco allo scoppio del conflitto nel 1914.
La I° Guerra Mondiale fu iniziata dall’Austria-Ungheria con il suo sconsiderato ultimatum alla Serbia. Fu una pessima idea quell’ultimatum, addirittura peggiore di quello inviato al Piemonte nel 1859. Ma la “Casa d’Austria” non fu solo reazione, bigottismo e ultimatum mal gestiti e la vicenda degli Asburgo ha interessato generazioni di storici, con alterne fortune. Penso al brillante Francois Fejtö e al suo Requiem per un Impero Defunto, appassionante, nostalgica e un po’ faziosa descrizione della dissoluzione della “Duplice Monarchia” o al monumentaleL’Impero degli Asburgo del pedante oxfordiano professor Maccartney, tediosa e interminabile voce di Wikipedia lunga 1054 pagine. Però se sulla storia asburgica devo indicare un titolo, un titolo solo, allora scelgo Gli Asburgo di Adam Wandruszka, cavalcata di 600 anni in appena 270 pagine alla ricerca di un filo conduttore storico-culturale nelle vicende della “più rispettata famiglia d’Europa”. E’ un libro molto bello, molto piacevole. E molto fuori catalogo, lo pubblicava Tea, ma hanno cambiato idea…

6. Da una guerra all’altra, eccoci alla ricca Storia del III Reich di William Shirer, edita da Einaudi e prestatami tanti anni fa (a sua insaputa) da mio padre, con ancora impresso il prezzo (8.000 lire) della raffinata edizione in brossura. Shirer fu corrispondente della Cbs da Berlino negli anni immediatamente successivi all’avvento del regime nazista e fino al 1941, anno in cui iniziò il conflitto con gli Stati Uniti, pertanto il libro unisce ricerca storica, freschezza di linguaggio giornalistica e aneddotica varia, soffermandosi sia sulle miserie e le bizzarie del regime, sia sulla vicenda bellica, senza naturalmente trascurarne l’infinito catalogo di orrori, a cominciare dall’Olocausto. Noi figuriamo come comprimari di scarso valore, ma non poteva essere che così, a ben vedere e forse – visto il contesto – è pure meglio…

7. E il mondo anglosassone? curiosamente, malgrado possieda molti libri sulle Isole Britanniche, non riesco a ricordarne uno che mi sia entrato veramente nel cuore e che provi piacere a leggere e rileggere, malgrado ami molto gli storici di formazione britannica, Steven Runciman tra tutti. Forse per la storia inglese – tranne pochi momenti – ho più stima che affetto e quindi non riesco a sentirmi travolto dalle loro vicende, sempre un pochino frigide. Però un titolo vorrei ricordarlo: inizialmente pensavo alla Storia dei Popoli di Lingua Inglese di Winston Churchill, edita da Rizzoli, panoramica trionfale e non di rado politicamente scorretta delle vicende della “scepter’d Isle“. Alla fine, però, dovendo citarne uno, uno solo, allora di certo La Rivoluzione Inglese del 1688-89 di George Trevelyan, tradotto da Cesare Pavese ed edito da Einaudi nel 1939. Non si sa come riuscì a sfuggire alle maglie dell’occhiuta censura fascista, probabilmente troppo ignorante per cogliere la dichiarazione d’amore verso lo Stato liberale ai suoi esordi. Einaudi non lo pubblica più dalla fine degli anni ’90, evidentemente preferiscono altro…

8. Poca passione anche per la storia USA, forse tranne alcune parti dei “Mille Giorni” di JFK, monumentale cenotafio alla presidenza Kennedy prodotto da uno che fu parte di quella vicenda, Arthur Schlesinger. Però di recente un libro mi è entrato dritto dritto al cuore e a tutti lo consiglio: si tratta de L’Invenzione degli Stati Uniti, di Gore Vidal, Fazi Editore, 2005. E’ un libercolo maligno, pettegolo e molto affettuoso sulle figure e i figuri che diedero vita nel ventennio 1787-1809 agli Stati Uniti non come sono, ma come ci piace credere che siano. Il libro tocca temi anche di grande complessità (e finalmente ho capito nel merito la questione Malbury vs Madison, che tanto ha influito sul principio del controllo di costituzionalità…), inframmezzati da aneddoti sulle vanità e le miserie di quella grande generazione di statisti. Per curiosità del lettore (ammesso ve ne siano), Vidal è spietato con George Washington, detesta Alexander Hamilton, ha un giudizio ambiguo su Thomas Jefferson e adora Benjamin Franklin. Detesta anche Bush e Cheney, ma questa è altra faccenda…

Nel mentre mi accingevo a preparare questa tediosa e trombona rassegna, mi sono imbattuto in un libro tanto bello quanto insolito per la storiografia italiana: il Napoleone III di Eugenio di Rienzo, Salerno Editrice, 2010. E’ un libro elegante, ben scritto, non tedioso o inutilmente polemico come spesso sono le opere degli storici italiani, non autoreferenziale. Ed elegante anche dal punto di vista editoriale. Devo ancora capire se diventerà un libro del mio personalissimo “cerchio magico”, ma certo lo considero una delle rivelazioni di questo fiacco 2011.

E la termino qua. Per coloro che non lo sapessero, George Washington portava una curiosa dentiera di legno e avorio che gli dava un aspetto assai sinistro e spaventava i bambini. Lo dice Gore Vidal, quindi c’è da credergli…

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