Quei giovedì in cerca di porcini…

Oggi è stata una giornata di storie tristi relative a padri assenti, mancati prematuramente o semplicemente distratti.

Io avevo poco da aggiungere alla conversazione, per fortuna. Mio padre è sempre stato ed è tutt’ora assai presente nella mia vita, curioso com’è di sapere tutto quanto mi accade e soprattutto di discutere a lungo degli interessi che abbiamo in comune, politica e tennis, assemblandoli assieme, così chi ci ascolta, dopo solo pochi minuti fatica a capire di quale dei due argomenti si stia parlando.

Certo, quando ero ragazzino non era presente ogni giorno, faceva il rappresentante di commercio e quindi stava via giorni, rientrava tardi, si alzava all’alba… però il fine settimana c’era sempre (di regola andava a schiantarsi in montagna, con gli sci o volanva giù da una qualche parete rocciosa, rincasando poi malconcio e rattoppato), anche se i momenti in cui c’era non erano “miei” ma di famiglia, per qualche verso annacquati nel quotidiano. Questo salvo qualche sporadica eccezione, di regola autunnale…

Nell’evo convulso della mia adolescenza, 3-4 volte l’anno, normalmente tra settembre e ottobre, spesso di giovedì, la sveglia di papà suonava alle 4 e 30 del mattino – quando fuori faceva ancora buio. Senza disturbare nessuno, preparava una semplice colazione, poi del caffè per il thermos e qualche panino, di regola cotto e formaggio da mettere nello zaino. Quindi, verso le 5, entrava nella mia camera, mi svegliava con delicatezza e mi metteva sul comodino il caffè e il pane e marmellata, dandomi una mezz’oretta, non di più, per essere pronto e in auto, diretti verso le foreste del Tarvisiano… Dormivo in macchina mentre papà guidava e solo giunti in Carnia ci si fermava per bere un altro caffè con una brioche e si ripartiva, per essere sul posto prima della 7, quando talvolta non era ancora luce piena. Pronti per andare a cercar funghi.

Ricordo bene quelle mattine di scuola bigiata. Solo papà e io a camminare in mezzo al bosco, con un cestello di vimini sotto il braccio e il bastone in mano a scrutare sotto le foglie, tra i cespugli, camminando cauti, parlando piano, quasi che il suono delle nostre voci potesse intimidire i funghi più giovani, muovendoci rispettosi dell’ambiente e del suo contesto. Ogni tanto ci si separava, si scrutava in zone diverse e papà fingeva di darmi una finta indipendenza, lasciandomi andare ma chiamandomi ogni minuto per una frase casuale, una battuta, un commento… solo per farsi un’idea di dove io fossi e se per qualche ragione non rispondevo subito, allora veniva immediatamente nella mia direzione per essere certo che fossi ancora lì, a portata di voce e lontano dai pericoli… Quali pericoli? in realtà non si andava in zone impervie, ma io avevo tre paure fisse: calpestare una vipera, essere aggredito da un orso o, la più terribile di tutte, inciampare e finire con la faccia su una merda di mucca. Nessuna delle tre è mai capitata, ma la terza l’abbiamo sfiorata varie volte.

Spesso ci si chiamava, per il gusto di vedere un fungo diverso dal solito, per ammirare la maestà di qualche esemplare imponente e velenoso, dalla mortale Phalloide fino alla splendida Muscaria, rossa e con i puntini bianchi, acre e allucinogena, così intimamente legata al mondo misterioso degli elfi e degli gnomi, che popolano i boschi e ne sono i padroni quando i cercatori di città, con i loro coltellini e i loro cestelli se ne sono ritornati a casa. Oppure per farci reciproca invidia davanti a un porcino grosso, solitario e altero, a una famigliola di gialletti o a un cespo di chiodini. Perché – malgrado amassimo studiare nei libri i funghi più strani – raccoglievamo sempre e solo quelli: porcini, cantarelli, trombetti di morto, russole, finferli e chiodini. Tutto il resto era bandito.

Certo, talvolta facevamo esperimenti, portavamo a casa funghi notoriamente buoni, ma insoliti. Come il raro cortinario violaceo, un fungone cicciotto e massiccio dal sapore di cedro e il cappello di velluto viola, che stinge nella cottura, colorando tutto il piatto. Una volta ne trovammo uno magnifico, lo portammo a casa e lottammo con la mamma per inserirlo nel misto, così per il piacere di una cosa nuova e diversa. La mamma ascoltò con pazienza le nostre spiegazioni, apprezzò l’intenso colore violaceo e il delicato profumo, lesse con affettuosa attenzione la voce del “Dizionario dei Funghi” che lo riguardava e poi, con un tenero sorriso, lo gettò nella pattumiera.

Verso metà della mattinata, cioè tra le 10 e le 11, si mangiava il panino bevendo cocacola (io) e birra (il babbo), seduti in un qualche spiazzo aperto dentro il bosco, magari su un tronco o una pietra, parlando di natura, di alberi e ricordando altre mattine con altre raccolte. Mai argomenti sgradevoli, come la scuola o il lavoro. Dopo la pausa, si riprendeva a cercare ancora un paio d’orette e poi iniziava la discesa, verso la macchina, ciascuno con il suo bottino nel cestello, papà con passo da camminatore esperto e io brontolando un po’, perché mentre iniziava a venire meno l’adrenalina della ricerca, iniziavo a sentire la stanchezza della lunga giornata.

Sulla via del ritorno, ci si fermava in una trattoria della Carnia e si mangiava un panino fatto con il pollo allo spiedo, profumato e croccante e poi, sazio e stanco, mentre papà guidava piano sentendo musica jazz a basso volume, abbassavo il sedile e mi mettevo a dormire, pensando alla giornata appena trascorsa, rivivendo i momenti belli, come quella volta che – in silenzio – siamo riusciti a vedere una famiglia di daini intenta a bere in un ruscello. Poi io ho fatto “crock” su un legnetto, loro hanno sentito tutto, sono fuggiti e l’incanto si è spezzato.

Anche oggi ho pranzato con papà e mamma e anche oggi abbiamo mangiato risotto con funghi porcini. Vengono dalla Serbia, li ho comprati dal verduraio sotto casa. Ormai devo accettare che ci sono cose che non torneranno più…

E quei daini, chissà poi che fine hanno fatto.

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9 risposte a Quei giovedì in cerca di porcini…

  1. Bianca 2007 ha detto:

    CHE SPLENDIDO POST,
    Marckuck! E ancor più splendido avere avuto dalla nascita sino ad ora una “padre” così.Presente,attento,amorevole,guida accorta “senza parere” come dovrebbero essere i padri,naturali o anche solo quelli adottivi! .E questa è autentica fortuna della quale sicuramente tu sai e ti tieni come una copertina calda al cuore.
    Anch’io sono andata qualche volta per boschi “per” raccogliere funghi (al mio fianco non c’era mio padre,però) ma amavo poco chinarmi,così dopo un pò mi perdevo ad odorare i vari profumi (attentissima anch’io alle merde…) a imprimermi nella retina i colori sbrigliati e qualche occhio che nel nascosto mi guardava e che io “sentivo” anche se non vedevo.
    Ciao,grande Marckuck dal rude fascino boschivo che mi piace ricordare insieme a “quel” papà (la nonna…) con l’Amico “Fabiuccio” latitante nel suo “eppur si muove”. Mirka (Bianca 2007- alias FULVIA)

  2. alexsandraclaudia ha detto:

    …Non torneranno più ma i porcini ci sono ancora, quest’anno mi dicono pochi e meno baldanzosi, l’orso pronto ad aggredirti è stato avvistato recentemente nei boschi del Tarvisiano e anche i pronipoti dei tuoi daini pronti a scappare al minimo fruscio, e quel che è più importante c’è ancora il tuo papà e il tutto non mi sembra poi così male…
    PS: la trattoria in Carnia credo sia la stessa in cui ci si fermava a mangiare il pollo in rientro dalle gite in montagna, era la preferita del mio papà e lui davvero non tornerà più…

  3. marckuck ha detto:

    @ Bianca (FULVIA), non splendido come i tuoi o come quelli del pigrissimo Fabiusso…
    @ Alexsandra condivido… e il tuo PS non sfigurerebbe nel tuo blog…

  4. Any ha detto:

    lo so che non c’entra, ma oggi è davvero cosìcosì, quindi scusa se danneggio il tuo post scrivendo: magari se mia mamma avesse evitato di buttare in pattumiera con un tenero sorriso così tante cose mie e mie e di mio papà adesso riuscirei a vederli più di una volta al mese e magari non mi verrebbe la nausea al pensiero della riproduzione 😦

  5. Clara ha detto:

    Che meraviglia custodire ricordi legati a Qualcuno che hai amato in modo illimitato. E’ un mese particolare anche per me.. In autunno inevitabilmente i ricordi finiscono per rincorrersi più velocemente che possono e la mancanza di quell’Uomo è difficile da sopportare.
    Mi rende forte tutto ciò che mi ha lasciato.. che mi ha insegnato… che mi ha dedicato. E non è certo poco.

  6. Bianca 2007 ha detto:

    CIAO MARCO,
    chissà che fine hanno fatto “quei” daini! E l’impunito prof Fabiusso che così “ingrugnato” ha chiuso la porta!…Eppur…Beh! Un abbraccio ad entrambi e sacappo via.Una lezione richiede sempre un minimo di autentico silenzio.N’est ce pas?…Mirka (Bianca 2007 o…)

  7. Marte ha detto:

    Che modo aggraziato hai di parlare di ricordi e famiglia.
    sembra quasi di sentirlo quel bisbigliare nel bosco.

    cinema, canzoni, chiacchiere (e ricordi). Bello.

  8. yorick ha detto:

    Bello il post. E bello quel gesto pieno di grazia: ” mi svegliava con delicatezza e mi metteva sul comodino il caffè e il pane e marmellata”.

  9. marckuck ha detto:

    Sono contento questo post sia piaciuto. Quando ci si approssima al “posto delle fragole” la mente ogni tanto ritorna ai ricordi lontani, di quell’età priva di vere preoccupazioni e vere paure, che è l’età dell’infanzia e dell’adolescenza e io sono un grande privilegiato, perché di ricordi simili ne ho parecchi…
    Laura, capisco quello che vuoi dire…

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