Se io fossi…

Dunque, se il vostro Marckuck sedesse a Palazzo Chigi in questi tempi difficili, che cosa farebbe? Beh, innanzitutto andrei a letto presto la sera, come Proust e diversamente dall’attuale premier. Poi non racconterei barzellette, perché non sono capace e soprattutto perché non mi fanno ridere e – infine – cercherei di prendere qualche decisione politica ed economica rapida e immediata…

La premessa obbligata è che non sono un economista e direi per fortuna, visto che tale dotta categoria di persone è tra i co-responsabili della situazione attuale, per tre ordini di motivi: aver dato un contenuto teorico al delirio economico che ha preceduto la crisi; per non aver previsto detta crisi e – infine – per non saper come uscirne, confermando un vecchio adagio – credo dell’immortale Keynes, ma potrei sbagliare – che “12 economisti in una stanza farebbero fallire anche un chiosco di frutta e verdura”. Ciò detto, a naso, che cosa si potrebbe fare? alcuni decreti legge immediati che così ipotizzo:

1. Lavoro. Soppressione di tutte le forme di lavoro “atipico” esistenti e loro sostituzione con un “contratto unico” che estenda a 24 mesi il periodo di prova, durante i quali permangano forme di vantaggio fiscale per le aziende che assumono e forme di premialità per il consolidamento del rapporto trascorsi i 24 mesi di cui sopra.

2. Fisco. Imposta patrimoniale bassa ma non una tantum; maggior tassazione delle rendite finanziarie; contributo di solidarietà sui capitali “scudati” (10-15%); ripristino dell’IVA al 20%, defiscalizzazione triennale per aziende (cooperative o società) costituite da lavoratori di aziende in crisi; revisione del regime di favore goduto dalla cooperative con riguardo a realtà di dimensione medio-grande; penalità nei confronti di aziende che delocalizzano in tutto o in parte la produzione. Lotta all’evasione finalizzata alla riduzione della pressione fiscale; condono (ok, concordato) per i contenziosi sotto i 10.000 €, dato che esiste tutta una serie di realtà familiari o di piccole aziende in difficoltà per le procedure un po’ vessatorie di Equitalia.

3. Innovazione e liberalizzazione. Radicale riforma degli ordini professionali, al fine di eliminare (almeno in parte) la natura “castale” che ora hanno. Incentivi in favore della green economy e delle aziende ad alto valore tecnologico. Piani di sostegno economico alle Università e a centri di ricerca pubblici o privati sulla base di progetti di innovazione e ricerca finanziati seguendo criteri di comparazione fatti da agenzie di valutazione indipendente. Eliminazione del valore legale del titolo di studio.

4. Pubblica Amministrazione. Investimenti in innovazione e informatizzazione. Progressione di carriera e di stipendio in base non solo all’anzianità, ma anche a criteri di valutazione fondati su merito e performance individuali. Incremento dei controlli su assenze e inasprimento delle pene per corruzione e concussione.

5. Costi della politica. Contributo di solidarietà da parte di titolari di carica (elettiva o parapolitica) con indennità di funzione superiore a € 5.000 mensili; revisione del sistema pensionistico e previdenziale in favore di parlamentari e consiglieri regionali; monitoraggio su costi e funzionamento di tutti gli enti parapubblici (con conseguente accorpamento/sopressione di quelli sotto lo standard minimo di efficienza) e trasferimento in favore agli enti territoriali in base a criteri di efficienza nella gestione.

6. Previdenza. Accelerazione dell’entrata a regime della Riforma Dini del 1996 e pieno passaggio al sistema contributivo. Aumento dell’età pensionabile per le donne e investimento di una quota consistente dei risparmi conseguenti in favore della costruzione di asili nido.

Non so se sono misure sensate e non so se bastano ma, insomma, io la vedo un po’ così…

P.S. dopo la pubblicazione del post ho letto che in Italia esistono 72.000 autoblu contro le 195 del Regno Unito (dati Formez). Alcune avranno un valore bassetto, altre invece (come le 19, inutili Maserati Quattroporte blindate, costate 3.000.000 di € circa e regalate ad altrettanti generali dal signor La Russa) un prezzo esorbitante. Ne vendiamo 70.000? a un prezzo medio di 15.000 €? Incassiamo quindi 1 miliardo di euro? e con questo, finanziamo (con 500.000 euro a tasso agevolatissimo) 2.000 progetti pilota di innovazione ad alto contenuto tecnologico e basso impatto ambientale?

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7 risposte a Se io fossi…

  1. Francesco Scatigna ha detto:

    A parte tutto il resto, con cui sono piuttosto d’accordo con te, ma: spiegami bene perchè pensi che l’abolizione del valore legale del titolo di studio sia necessaria; dato che mi fido di te, potresti essere il primo a convincermi della sua effettiva utilità. Due premesse: non sono un sostenitore ad oltranza del valore legale, semplicemente non capisco quale sia il vero problema; secondo: dato che vengo dal SID + laurea estera, non sto facendo il Cicero pro domo sua…Anzi, credo che in un mercato liberalizzato mi venderei meglio…Ma voglio capire che ne pensi! 🙂

  2. marckuck ha detto:

    Allora, ci provo. Il valore legale ha un senso se vi sono due premesse fondamentali: a) la centralità dell’istruzione pubblica e b) uno standard qualitativo medio minimo riconosciuto in qualsiasi istituto pubblico o privato. Ragionando sull’Università (le scuole superiori stanno anche peggio), il ciclo di riforme (deforme) degli ultimi 15 anni non ha costruito un sistema qualitativamente migliore, anzi… si sono inventate logiche premiali in favore delle università con laureati aventi voti più alti (basta regalare i trenta… non ci vuole molto) o in base al numero di iscritti (e per aumentare l’audience, si abbassa la qualità, come ogni palinsesto insegna), favorendo – in parallelo – il proliferare di università private che rilasciano titoli legalmente validi, spesso di qualità infima.
    E allora, poiché il caposaldo del mio ragionamento è sempre “avanti chi è bravo”, perché un 102 della Bocconi deve valere meno del 110 della “Libera Università Sant’Aureliano” di Cussignacco di sotto? perché non pensare a dei meccanismi che – in un colloquio di lavoro – portino alla domanda “dove ti sei laureato” invece di “con quanto ti sei laureato”?, magari tenendo presente anche che questo andrebbe accompagnato ad una riforma vera della tassazione universitaria (oggi bassa) e dei meccanismi di sostegno del diritto allo studio (oggi fragili).
    Insomma, avanti i bravi, università più controllate dal punto di vista qualitativo e diritto allo studio non come “diritto alla laurea” ma come “diritto a provarci”.
    Può andare?

  3. Francesco Scatigna ha detto:

    Ha tutto molto senso, e sono anche d’accordo….ma: non favorisce di fatto l’università privata? Mi spiego, e penso agli USA; lì ci sono 7 (mi pare) università private che formano l’Ivy League, per capirci Yale e Harvard; sulla qualità niente da dire; sui costi proibitivi e l’arbitrarietà delle selezioni, molto da dire. Credo che negli USA non ci sia il valore legale del titolo di studio. La cosa mi fa un pò paura. Devo mandare mio figlio per forza alla Luiss?
    Comunque sono d’accordo, l’università di Cussignacco di sotto non può valere quanto la Bocconi. Però va fatta tutta una riforma di conseguenza allora, soprattutto per i costi del diritto allo studio. Siccome siamo in Italia, mi chiedo: abbiamo i soldi e la volontà politica di fare tutto questo? O facciamo a tarallucci e vino e variamo una riforma al grido di ‘viva il merito’ quando invece merito è sinonimo di denaro? Per capirci, in via teorica sono d’accordo. Non mi fido di chi dovrebbe varare questa riforma…

  4. marckuck ha detto:

    Concordo sul fatto che si necessita di una riforma complessiva e di sistema… io non sono a priori contrario alle università private, basta che non costino una lira allo Stato. Credo nell’istruzione pubblica, ma penso che questa debba prevalere perché migliore nella competizione con il privato, non perché agisce in fiacco monopolio

  5. Bianca 2007 ha detto:

    SONO D’ACCORDO CON TE,
    se ci fossero filosofi che sapessero fare delle buone teorie, politici capaci di orientarle con una integerrima “moralità”,degli economisti col senso pratico che guardando lontano lo potessero concretizzare tenendo a cuore l’uomo e i suoi bisogni “reali”.Bianca 2007

  6. nodders ha detto:

    Alcuni commenti sulle ivy league:

    – le università facenti parte dell’ivy league sono 8 (non 7). La maggior parte delle quali e’ stata fondata ai tempi dell’America coloniale (cioè prima dell’indipendenza americana). E quindi, il fatto di essere private, e’ una necessita’ storica e non un fatto discriminante.

    – ci sono molte università private americane di scarso rango.

    – tra le migliori università americane, ce ne sono di pubbliche (Berkley, per dirne una) e le tuition fees sono comunque alte pure li’.

    – alcune università private offrono full scholarship a studenti di merito (mi pare Harvard abbia una policy di means-testing dopo la selezione, quindi se ti ammettono e non hai una lira, non paghi un dollaro).

    – la vera differenza fra pubblico e privato sta nelle graduate schools (legge, medicina, business) dove un corso di studi e’ esorbitante e la selezione e’ molto competitiva (e spesso basata su networking).

    – tutte le università dell’ivy league ricevono ingenti fondi pubblici per la ricerca, basati pero’ sul merito.

    – Oxford e Cambridge sono pubbliche. Conseguentemente uno paga lo stesso per andare a Oxford che per andare, non so, alla Keel university. Anzi a Oxford uno ha più probabilità di prendersi una borsa di studio. Ma la qualità dell’educazione (e conseguentemente il valore del titolo di studio) sono molto diversi.

    – Sia in USA che in UK esistono “league tables” fatte da organismi indipendenti dove si classificano le università in base a criteri di merito obbiettivi.

    Questo per dire che l’elitismo accademico non ha niente a che vedere col valore legale del titolo di studio. O con l’essere istituti pubblici o privati. O col costare tanto o poco.

    Credo che sia l’Ivy league che Oxbridge siano istituzioni d’élite perché attirano (per reputazione e merito) gli studenti migliori. In più possono applicare severi (e universali) criteri di selezione. E inoltre, per ragioni diametralmente opposte, dispongono di migliori risorse economiche. Nel caso dell’ivy league legate agli endowments founds (donazioni), nel caso di Oxbridge legate sia a possedimenti (parliamo di istituzioni fondate nel 13esimo secolo) che ad un maggior finanziamento da parte del governo (per ragioni storiche e per un diverso metodo educativo).

    Ai miei tempi all’università italiana gli “anarchici” parlavano di educazione universale, intendendo che uno aveva diritto di essere dottore sia che fosse bravo che asino (veniva contestato sia il numero chiuso a medicina, che il requisito minimo di 42 alla maturità). Mi pare che il valore legale del titolo di studio sia in soldoni lo stesso concetto.

    Serve in Italia un po’ di elitismo, discernimento e maggior finanza.

  7. Paola ha detto:

    Bella la frase di Keynes, però è lo stesso che disse “Il lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine saremo tutti morti”, anche se certamente Keynes non intedeva dare a queste parole il significato che gli è stato attribuito da molti negli anni passati con i risultati che sono ora tristemente evidenti.

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