Blocchi di partenza

Qualche anno fa, mi sono trovato a discutere con alcuni maggiorenti di quello che poi è diventato il Partito Democratico e si parlava di elezioni regionali, eravamo a tavola in un clima conviviale e io – sostenendo la bontà delle elezioni primarie – dissi “anche Riccardo Illy dovrebbe chiedere le primarie, in fondo negli Stati Uniti il presidente uscente compete perché considera queste un’occasione di test e rendiconto”. Fui guardato con allibita sorpresa, come fossi una via di mezzo tra la Vispa Teresa e il dottor Stranamore e la risposta del solo che volle dare credito alla mia affermazione fu “non possiamo chiederglielo, si offenderebbe a morte”. L’algido Riccardo, quello che organizzava a spese della Regione sontuosi ricevimenti per i propri amici nella villa Manin, novello Re Sole in sedicesimo, proseguì il proprio regno nella certezza della riconferma. E perse.

Barack Obama, invece, i consigli di Marckuck li tiene nel dovuto conto e – come tutti gli altri presidenti prima di lui – inizierà questa notte la corsa alla rielezione, anche se non ci sono avversari veri nel campo democratico, tranne qualche mattocchio in cerca di pubblicità. Più interessante, infatti, è la gara nel settore repubblicano, dove i concorrenti “veri” sono 7-8, tutti tranne (forse) uno di destra più o meno estrema: destra religiosa, destra liberista, destra e basta… Tutti uniti nel voler smantellare le principali realizzazioni della presidenza Obama, dalla riforma sanitaria alle politiche ambientali, passando per i timidi tentativi di dare decenza ai comportamenti di Wall Street. E sarà interessante capire linguaggio, retorica ed evoluzioni politiche del candidato che uscirà vincente, costretto a pencolare a destra per tutta la prima parte dell’anno, per poi cercare di spostarsi via via sempre più verso il centro, nel tentativo di erodere il consenso democratico… Anche qui sta il fascino della politica a stelle e strisce.

Comunque, il primo mito da sfatare è proprio questo: si è spesso sostenuto che – in fondo – democratici o repubblicani poco importa. E invece importa moltissimo… quasi tutti i grandi presidenti, infatti, hanno dato una netta caratterizzazione ideologica al proprio mandato: pensiamo solo all’impatto avuto anche sul lungo periodo da presidenze quali quella di F.D. Roosevelt, di Kennedy, di Reagan o di G.W. Bush, solo per fare qualche esempio. E pensiamo alla carica ideologica fortissima che hanno alcune candidature repubblicane di quest’anno, quella di Michele Bachmann sopra tutte e chiediamoci se una presidenza Obama o una presidenza Bachmann sarebbero la stessa cosa…

Il secondo mito da sfatare è che le primarie siano solo un grande spettacolo. Le primarie sono una corsa vera, durissima e dall’esito incerto e spesso chi parte favorito a gennaio non è certo quello che saluta abbracciato alla famiglia, sotto una pioggia di palloncini bianchirossieblu, dopo aver appena ricevuto la nomination dal proprio partito. Chi avrebbe mai scommesso in una vittoria di Jimmy Carter nel 1976, ad esempio? e chi diavolo conosceva Bill Clinton nel 1992? E infatti la gara che inizia oggi – quella repubblicana – è apertissima, sul serio. I pronostici dicono Mitt Romney, ma solo perché pare essere l’unico un po’ presentabile, avulso dalle gaffe e dai fanatismi che hanno caratterizzato quasi tutti gli altri candidati, in particolare quelli che si rifanno al movimento ultraiperoverconservatore dei “Tea Party“, che domina la scena sul versante del GOP più per le capacità mediatiche e organizzative che per l’acume politico, presi come sono a superarsi a vicenda nella gara a chi le spara più grosse, vuoi sull’aborto, vuoi sulle trivellazioni nelle aree protette, vuoi sui militari omosessuali o sui valori religiosi…

Come da tradizione, si inizia tra le nevi dell’Iowa, non con primarie vere e proprie ma con un mero caucus (cioè un’assemblea di militanti di partito) in attesa del 15, quando ci saranno i primi voti popolari veri, quelli del New Hampshire, anche se il primo vero grande Stato a votare sarà la Florida, alla fine del mese, che mette in palio 50 delegati, comunque pochi in confronto ai 155 del Texas o ai 172 della California, che però voteranno a primavera inoltrata. Inoltre, bizzaria tipicamente americana, le primarie sono un fatto nazionale, ma vengono disciplinate da regolamenti locali. Così alcuni Stati tengono caucus e altri primarie, alcuni votano con il maggioritario di lista e altri con il proporzionale… tanto per complicare le cose ai presunti esperti!

E io? beh, io tifo per la rielezione di Barack, che diamine. Che certo, è stato di molto inferiore alle aspettative, ma comunque di gran lunga meglio di una fanatica posseduta come Michele Bachmann, di un ridicolo bigotto come Ron Paul o di un bambolotto senza sapore come Mitt Romney.

Infine, in cerca di informazioni sulle “policy issues” scopro che George Washington e Thomas Jefferson avevano fatto uso di marjuana. Chissà che ne pensano i mocciosetti del Tea Party, così ansiosi di rifarsi ai Padri Fondatori e ai loro Eterni Valori…

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Una risposta a Blocchi di partenza

  1. teresa ha detto:

    si offenderebbe a morte…

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