1958, la caduta del Fascismo

La riflessione parte da un film che ho visto in questi giorni, Capitani d’Aprile, con Stefano Accorsi e qualcun’altro che non conosco che ripercorre la giornata del 25 aprile 1974, quando – a seguito di un micropush di ufficiali inferiori dell’esercito – venne rovesciata quasi senza sangue la quarantennale dittatura clericofascista dello Estado Novo del Portogallo.

Il film è bello, lo consiglio e trovo affascinante la personalità del capitano Maia – il personaggio interpretato da Accorsi e ritratto nella foto – che dopo la felice riuscita della “Rivoluzione dei Garofani”, invece di costruire su di essa una nuova, trionfale carriera di “Padre della Patria” è ritornato in caserma a fare il capitano, come nulla fosse stato. Caso più unico che raro di rivoluzionario non trasformatosi ne in un martire, ne in un tiranno.

Le due orette in compagnia dei rivoluzionari del Portogallo mi hanno fatto riflettere su un tema che già avevo affrontato in chiave generale in un post di quasi 5 anni fa dedicato alla caduta delle dittature, ma in particolare mi sono trovato a costruire ucronie sulla caduta del Fascismo, se per caso – come la Spagna o il Portogallo – l’Italia fosse rimasta neutrale nel corso della II Guerra Mondiale.

Roma, autunno 1938. All’atto della firma dei Patti di Monaco (30 settembre) la popolarità di Benito Mussolini è al massimo. Dopo la “conquista” dell’Impero (1936) grazie a una apparentemente netta vittoria militare, ecco la trasformazione del dittatore in “Defensor Pacis“, l’uomo grazie al quale all’Europa viene risparmiato l’incubo di un nuovo conflitto tra le grandi potenze, il secondo dopo gli orrori della Grande Guerra.

Mussolini è al vertice della politica italiana, ma non è il capo dello Stato. Al Quirinale, regna dal 1900 re Vittorio Emanuele III, il “Re Soldato” della propaganda bellica degli anni ’10 e ’20, che Mussolini non sopporta ma sa di non poter rimuovere senza che questo destabilizzi il regime, considerato che le Forze Armate sono in larga misura monarchiche, così come lo sono vaste aree della popolazione, soprattutto nel sud Italia e nei contesti più tradizionali.

E lo stesso Mussolini ormai – nel 1938 – non rappresenta certo più una “novità”. E’ al potere da 16 anni e sotto l’apparente solidità del regime iniziano gli scricchiolamenti un po’ qua e un po’ la…

Roma, 1 settembre 1939. Il Duce viene svegliato all’alba con la comunicazione che le forze armate tedesche hanno varcato il confine tra Germania e Polonia. E’ la guerra, che diventa globale un paio di giorni dopo, con l’entrata nel conflitto di Francia e Regno Unito. L’Italia decide di non intervenire.

Roma, primavera 1940. Mussolini scalpita, sente che la Germania è a un passo dalla vittoria finale e che l’Italia deve muoversi se vuole raccattare qualche briciola. La Germania frena, preferirebbe un aiuto in termini di risorse e manodopera piuttosto che l’apertura di nuovi fronti bellici e anche il Regno Unito è pronto a concessioni pur di evitare rogne sul Mediterraneo, ma anche sul versante interno tutti gli danno torto: il Re, il Regio Esercito, il Vaticano, Galeazzo Ciano, i rapporti dell’Ovra sui sentimenti dell’opinione pubblica… Insomma, per il momento niente guerra.

Roma, autunno 1942. Le celebrazioni per il Ventennale sono mosce. L’atteggiamento filonazista del Regime ha raffreddato notevolmente i rapporti con il blocco occidentale mentre la Germania insiste sempre più pressantemente per una dichiarazione di guerra, almeno alla Russia. Ma stavolta è il Duce che esita, le sorti tedesche non sono più tanto buone. Quindi è deciso, l’Italia farà come la Spagna e il Portogallo: tifo per la Germania ma nessun intervento.

Roma, primavera 1945. La Germania si è arresa e Hitler è morto. L’Italia è isolata diplomaticamente e politicamente, molto di più di quanto non lo siano Spagna e Portogallo. Il Regime vivacchia e nel Paese c’è voglia di cambiamenti… cosa farà cadere il Fascismo? 3 ipotesi.

1. La morte del Re.
nel 1947 Re Vittorio Emanuele III muore improvvisamente, dopo 47 anni di regno. Il Gran Consiglio del Fascismo decide di non ratificare la successione del Principe di Piemonte, Umberto di Savoia. Si apre una crisi istituzionale con le Forze Armate, nel paese e con tutti i gerarchi che cercano un quieto vivere e non sono interessati a una “fase 2” della Rivoluzione Fascista. Dopo un tira e molla di alcuni giorni, il nuovo Re si insedia al Quirinale e dopo pochi mesi Benito Mussolini, screditato all’estero e debole in patria, è costretto a dimettersi. Accetta la nomina a Duca di Predappio e si ritira a vita privata. Il suo successore – Dino Grandi – intraprende un timido, lento e contraddittorio percorso di transizione verso la democrazia: il Fascismo ha fatto il suo tempo…

2. La morte di Mussolini. autunno 1958, il Duce ormai 75enne muore dopo lunga malattia. Negli ultimi tempi si era fatta più tesa la lotta sotterranea tra le diverse anime del regime, quella minoritaria legata all’esperienza autoritaria e quella più tendente a una successione autoritaria di stampo reazionario e clericale, modello portoghese o franchista. Viene dato vita a un nuovo regime di transizione, non più fascista, non ancora democratico, sotto la guida di Umberto II che – Statuto alla mano – nomina un generale a capo del governo, oppure un burocrate, tanto per fingere che il regime esista ancora. Anche in questo caso inizia una successione blanda, una dictablanda clericale e anticomunista, molto atlantista, con qualche libertà politica in più, ma poca cosa, questo almeno per un’altra decina d’anni. Poi arriva il ’68.

3. La Decolonizzazione. Dopo il 1945 e con una brusca accelerata a partire dagli anni ’50 si rivela l’insostenibilità del mantenimento dell’impero coloniale. La situazione più drammatica è quella relativa all’Etiopia, il cui recente possesso non è mai stato accettato del tutto dalle Grandi Potenze e quella dell’Albania, unita all’Italia nel 1939 ma politicamente “rivendicata” dal blocco comunista a seguito degli accordi di Yalta. Il regime – sclerotizzato da quasi 30 anni di parole d’ordine vuote e prive di senso, tutte di stampo nazionalista, militarista e imperialista – non ha la capacità, la cultura e la volontà di capire il mondo che cambia. La prima reazione di fronte alle istanze indipendentiste è ambiguo e a tratti violento. Il regime è costretto a cedere l’Impero di Etiopia e l’Albania ma reagisce con il sangue quando il problema della decolonizzazione si pone in Somalia (italiana dalla metà del XIX secolo) e – soprattutto – in Libia, anche perché all’inizio degli anni ’50 sono stati scoperti dei giacimenti di petrolio di straordinaria ricchezza. Lo scenario è quindi di tipo algerino, con scoppi di inaudita violenza da ambo le parti. A lungo andare il consenso attorno al regime traballa, le famiglie italiane sono stanche di mandare i loro ragazzi nel carnaio africano e i nostri militari di leva non sono pronti alle brutalità e agli orrori compiuti per “civilizzare” gli africani. Anche in questo caso, la soluzione è interna: un “autogolpe” che rovescia il regime e – a differenza dei casi precedenti – liberalizza un po’ più in fretta e apre il dialogo con le forze indipendentiste cercando di salvare il salvabile. Lungi dal conquistare Tunisia, Egitto e Sudan – come da programmi mussoliniani – l’Italia perde tutte le colonie, tranne il Dodecaneso ma in compenso nasce la “Comunità culturale degli italiani d’oltremare”.

Insomma, per farla breve, se non ci fosse stata la guerra, penso che l’Italia avrebbe dovuto tenersi il regime fascista ancora per un po’ di anni e poi un regime transitorio di durata imprecisata, ma penso non breve. Il contesto della Guerra Fredda, il ruolo del Vaticano, una certa tendenza al conservatorismo della società italiana, il rispetto per la Monarchia nelle zone più povere del Paese, l’assetto ancora molto arcaico di gran parte della Penisola sono tutti fattori che portano a ritenere che in Italia sarebbe mancato uno sbocco violento di tipo rivoluzionario e la Penisola sarebbe stata “condannata” a una morte per consunzione su modello portoghese o spagnolo. Non penso avremmo avuto una “primavera italiana” su modello libico, così come fatico a immaginare una situazione del tipo argentino, con una guerra fatta scoppiare dal regime solo per finalità interne.

Insomma, caduta con un gemito e non con un botto.

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Una risposta a 1958, la caduta del Fascismo

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Bella recensione e,un’analisi di ricostruzione storica degna di W.Shirer o del nostro Paolo Spriano.
    Con lo spostamento di splinder,t’avevo perso di vista e mi rammarricavo,Ma ti ho trovato.
    Ciao,Mirka la Bianca2007 la (FULVIA del “bel” tempo che fu)

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