Parole lontane, perse nella nebbia

Sono parole lontane, sussurrate, che emergono da non si sa dove, non si sa pronunciate da chi, appena percepite, oltre un fitto banco di nebbia. Questo mi sembrano gli articoli della nostra Costituzione, laddove si parla di “Lavoro” e di “Lavoratori”, articoli centrali per la Carta fondamentale del nuovo Stato, che reca la ruota dentata al centro del proprio emblema.

Il Lavoro, con tutto il suo carico di significati anche di tipo simbolico, compare subito, già con l’art. 1, con il suo celeberrimo I comma: “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“. Cosa mai significa “Repubblica democratica fondata sul lavoro?” Beh, significa moltissimo… significa che il nuovo patto costituzionale, sorto con la caduta della monarchia sabauda e dopo 23 anni di dittatura fascista pone le proprie basi non più sul privilegio di classe, di casta o di sesso ma sul concetto del merito, della crescita attraverso l’impegno, l’ingegno o la fatica. Il che – a ben vedere – non è solo un principio socialista, ma anche cattolico (il valore del lavoro, da San Benedetto in giù) e liberale (le rivoluzioni del ‘700-‘800 non sono forse nate per dare voce e rappresentanza alle classi produttive del capitalismo delle origini?).

E questo concetto si trova mirabilmente descritto nel successivo articolo 4, dedicato appunto al diritto-dovere del lavoro. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro…” Il lavoro non come costrizione, come condanna, come rospo da inghiottire, ma come un “diritto”, qualcosa che ci spetta perché senza un lavoro, un qualsivoglia lavoro, siamo incompleti. Non siamo liberi. Non siamo felici. Non siamo pienamente noi stessi. E – secondo l’art. 4 – non ci sono “gerarchie” nel lavoro, l’Italia del 1947 credeva ancora che tutti i lavori onesti, anche i più umili e meno gratificanti avessero la funzione nobile e alta di “concorrere al progresso materiale o spirituale della società“. Chiunque, dal mezzadro al dirigente d’industria, dal manovale al direttore della Scala e addirittura gli ausiliari del traffico e i professori universitari poteva credere che con il proprio lavoro contribuiva a ricostruire l’Italia devastata dalla guerra e a erigere su fondamenta più solide il futuro per se e per la propria famiglia, nella convinzione che attraverso ingegno e fatica la vita dei figli sarebbe stata migliore di quella dei padri. Romantico? forse. Ingenuo? forse… Eppure, una visione che è difficile liquidare con poche parole. Una visione che emoziona e commuove per la semplicità con la quale è scritta e per il senso di fiducia nel progresso umano che nasconde, adatta a una nuova fase che si apre, non al malinconico declino di un’epoca che si chiude, come quella che stiamo vivendo.

E poi ancora una frase che mi piace particolarmente, tratta dall’articolo 36: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“. Il concetto che attraverso il lavoro si debba ottenere i mezzi per una vita “libera e dignitosa” è forse il concetto più dimenticato. Non c’è più libertà e dignità nel mondo del lavoro. Non c’è più senso di appartenenza a una professione, un’azienda, un mondo, un sistema di valori. C’è solo un continuo arrabattarsi per trovare il modo di pagare i conti di casa, senza orgoglio, senza gratificazione. E si è persa libertà e dignità.

Sono queste le riflessioni che mi vengono in questi giorni di polemiche sull’art. 18 vecchio e nuovo dello Statuto dei Lavoratori, scritto in un’epoca arcaica, lontana dalla mentalità di oggi quasi quanto il Codice di Hammurabi. Eppure era solo il 1970… Buon Dio, come è cambiato tutto da allora!

Il lavoro non è più l’elemento fondante della Repubblica, neppure per finta. E non vi è più nessuno che parla di “dignità” e “libertà” a proposito del lavoro. Oggi i termini sono diversi: “esuberi”, “unità produttive”, “risorse umane”, l’ipocrita “collaboratori” fino al recente, orrendo “esodati” e forse l’attacco peggiore al mondo del lavoro e alla nostra civiltà è giunto proprio attraverso il cambiamento delle parole, che ne hanno sottolineato la marginalità e la subalternità a modelli di allocazione delle risorse e del potere che con il “progresso materiale o spirituale della società” o con “una esistenza libera e dignitosa” non hanno nulla a che fare. Quei modelli che oggi hanno la faccia arcigna e l’accento irritante di un Sergio Marchionne – perennemente oscillante tra ricatto e frignata – che percepisce annualmente uno stipendio che potrebbe dare da vivere a 450 operai, quando Vittorio Valletta negli anni ’50 per fare lo stesso mestiere e con maggior successo si accontentava di uno stipendio pari a 20 retribuzioni medie…

Il lavoro quindi ha perso perché non esistono più le parole per difenderlo, queste sono un’Archeolingua, per dirla con Orwell. Ed è il trionfo della “Neolingua” globalizzata e violenta, nata non solo per riformare il linguaggio ma per impedire un diverso pensiero attraverso la soppressione delle parole necessarie a formularlo.

E così, non so se nella riforma del mercato del lavoro pensata dalla ministra Fornero vi siano più cose buone che cattive. Non lo so perché non sono un esperto di queste cose e perché e presto dirlo. Ma una cosa posso tranquillamente affermarla. Scrivendola, Elsa Fornero avrà probabilmente fatto ampio uso di studi scientifici, dati statistici, curve economiche, teorie produttive, analisi sociologiche. Ma le parole “libertà” e “dignità” non le sono certo mai tornate in mente…

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3 risposte a Parole lontane, perse nella nebbia

  1. nodders ha detto:

    Vorrei scrivere “sottoscrivo pienamente”, se non fosse che per me la tomba della “dignità” e “libertà” del lavoro, non siano stati tanto i maglioncini di Marchionne o le tesi accademiche della Fornero, bensì l’idea tutta moderna che il guadagnarsi da vivere lavorando sia da evitarsi a tutti i costi.
    Veline, calciatori, prostitute di alto bordo (o no), concorrenti del GF o di X factor, evasori fiscali, criminali di ogni genere, ma anche gente che imbroglia il prossimo suo a fine di lucro (avvocati? contabili? politici, persino?), gente che si fa imbambolare dal denaro facile. Gente che lavora poco, ma guadagna molto, o forse troppo.
    E’ questo il guaio.

  2. Francesco Scatigna ha detto:

    Sì, però poi mi fai venire certi pensieri…Del tipo: dicono che non cambi il mondo con le parole, e poi invece vedi che il mondo l’han cambiato, con le parole, ed in peggio. Sarà mica che le parole siano più potenti di quanto ci abbiano raccontato?

  3. Bianca 2007 ha detto:

    Commuove la verità che circola fra ogni tua parola,Marckuck e il dolore consapevole deriso e oltraggiato.
    La Fornero una sola cosa conosce di certo.I “legami ferrei” ma,forse senza tenere conto con chi nulla li ama.Ciao,Mirka

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