Anna al Louvre

Ho visitato più volte il Museo del Louvre. Ricordo la prima, alcuni anni fa, in compagnia di Fabiusso, che prese 30 e lode in Storia dell’Arte in tempi remoti, quando ancora l’Università era una cosa seria… Una galoppata di 9 (nove!) ore tra sale, sculture, dipinti, gioielli. E ricordo come stavo dopo averne trascorse circa 5 o 6  in quel luogo così pieno di ricchezze e splendori: esausto, irritabile, infastidito.

Non possiamo fermarci davanti a tutte le croste!” ho brontolato mentre Fabio squadrava un quadretto luminoso, piccino picciò. Era la “Merlettaia” di Vermeer, Iddio mi perdoni! Ma il peggio doveva ancora venire. Essendo il mio compagno di sventura laureato in Archeologia, mi volle a tutti i costi trascinare a vedere una statua di donna scolpita una Bibbia fà, da non ricordo chi (potrebbero essere dei cretesi, ma vallo a sapere), particolarmente importante perché blablabla… E io remissivo e docile, come un condannato a morte che rifiuta di firmare la richiesta di grazia perché tanto sa che non serve a nulla, l’ho seguito giù per le scale e lungo i corridoi.

Questa statua sembrava vicinissima sulla Lonely Planet, meno se dovevi scarpinare dopo aver galoppato per ore. E nella stanza dei Fenici, proprio vicino a una vetrinetta piena di ciotole sbrecciate e tegole infrante di incerta origine mi sono ribellato: “No, io non faccio un altro passo! non verrò obbligato a guardare l’ennesimo posacenere sbeccato e reincollato di un qualche misterioso Satrapo della Mezzaluna Fertile!” Fabio senza dimostrare sconcerto alcuno mi guarda e dice “va bene, resta qua, vado io” e si incammina lesto verso l’antro dei Cretesi. E io lo seguo mogio. Rivolta stroncata.

Queste vicende mi sono ritornate in mente nel corso del weekend. Venerdì sera avevo rivisto “Un uomo per tutte le stagioni“, il filmone di Fred Zimmermann (1966) dedicato alla figura di Thomas More, che affrontò il patibolo per non riconoscere il matrimonio di re Enrico VIII con Anna Bolena. La sera a letto, per rivivere quei tempi sanguinosi e lunatici, ho letto qualche pagina di “Le sei mogli di Enrico VIII” di Antonia Fraser.

Leggiucchiando a casaccio, sono capitato nel capitolo dedicato a Anna di Cleves, forse la meno importante tra le 6 gran dame che finirono nel talamo di quel grande re capriccioso, vitale e scostante, ma per certi versi la più fortunata, dato che non andò incontro al disonore (come Caterina d’Aragona), al boia (come Anna Bolena e Caterina Howard), a una morte precoce e tormentosa (come Jane Seymour) e non dovette neppure fare la badante di un uomo intrattabile e malato come l’ultima moglie, Caterina Parr.

Anna ed Enrico si sposarono all’inizio del 1540, il giorno dell’Epifania e divorziarono 6 mesi dopo, giorno più giorno meno: un matrimonio lampo, degno di Las Vegas. Curiosamente però, tutto questo avvenne in modo indolore. Nel gestire la delicata vicenda Anna – con il buonsenso tipico della Germania protestante – fu particolarmente accorta, non contrariò il re e accettò di buon grado di farsi da parte, ottenendo in cambio da Enrico amicizia, un paio di castelli dove vivere agiatamente e il bizzarro titolo di “Sorella del Re“, che indicava implicitamente che il matrimonio non era stato consumato.

Perché sposare una sconosciuta per divorziare subito dopo? Perché al re la nuova moglie, molto semplicemente, non piaceva ed era stato “imbrogliato” dalla fazione di corte che premeva per un matrimonio con una potenza protestante.

La morte di Jane Seymour aveva lasciato Enrico vedovo inconsolabile, anche se finalmente con l’agognato figlio maschio (il futuro Edoardo VI). Aveva superato i 45 anni (un carampano, per l’epoca), di mogli ne aveva avute a sufficienza e non era quindi strettamente necessario un nuovo matrimonio. Ma perché non rafforzare i legami con il mondo protestante e sposare una principessa tedesca? magari di una potenza di secondo piano, come il ducato di Cleves, così ricco di nobildonne nubili?

Insomma, alla fine Enrico si lascia convincere. Però è importante che la futura regina sia carina, molto carina, perché il re comincia a sentire il peso degli anni e – per dirla tutta – il suo vigore sessuale iniziava a essere in declino e i giorni no superavano i giorni si, la gotta si faceva sentire, la voglia era più debole e non c’erano gare di burlesque o altri ritrovati moderni in grado di risvegliare il leone addormentato.

Enrico non si fida dei cortigiani e del loro giudizio e chiede un ritratto, ma per essere sicuro che questo ritratto sia credibile si rivolge al suo pittore di fiducia: Hans Holbein il Giovane, tanto talentuoso e abile nel rendere lo spirito dei volti e delle espressioni.

Hans Holbein parte, incontra Anna e la ritrae. Ma Holbein non è un fotografo, bensì uno straordinario pittore di corte. Quindi riesce molto abilmente a disegnare un ritratto che – pur essendo assai simile al vero – ne minimizza i difetti e ne enfatizza i pregi, unendo insieme il talento dell’artista allo spirito di sopravvivenza del cortigiano che non vuole certo offendere la sua futura regina.

E così il re, stringendo il ritratto tra le mani, soppesandolo, guardandolo da varie inclinazioni decide che si, Anna è di suo gusto, si celebrino le nozze! E trepida mentre attende che la promessa sposa giunga in Inghilterra e appena lei sbarca, incurante delle buone maniere, fa irruzione nel suo palazzo e qua cade il palco. La promessa sposa non gli piace, non lo “attizza”… pelle troppo scura, occhi troppo distanti, naso troppo grande… Così, si lamenta con i suoi cortigiani, protesta perché le informazioni fornite non sono perfette e chi lo sa, magari se la prende pure con Holbein reo di aver troppo abbellito l’insipida contadinotta della Vestfalia capitata chissà come nel suo letto.

Il matrimonio non viene consumato, dopo pochi mesi la sposa viene ripudiata e la caccia del capriccioso sovrano riprende, questa volta orientandosi verso l’adolescente Caterina Howard, che sarà la sfortunata sposa n. 5 di questo Barbablù in veste di seta. E il quadro? il quadro lascia la corte dei Tudor per finire attraverso vari giri al Museo del Louvre, dove io l’ho visto due o tre volte. Forse.

Dico forse perché è questo che mi lascia perplesso nel turismo di massa, del quale anche io sono stato e sono vittima e beneficiario assieme. I prezzi sono bassi, le opere d’arte sono accessibili, si vedono tante cose ma, onestamente, quanto rimane? Alcuni viaggi ci piacciono, altri ci deludono, ma troppo spesso il nostro giudizio si ferma alla superficie, alle sensazioni. Ma quanto si ritorna effettivamente più colti? più profondi e umanamente ricchi?

Io non ricordo il quadro di Anna. Probabilmente le ho dedicato si e no un pugnetto di secondi. E non sapevo nulla di quanto c’era dietro: intrighi di corte, aspettative, delusioni, tensioni di Stato… Tutto un mondo nascosto dietro allo sguardo severo e un po’ bovino di Anna, così mirabilmente ritratta da Holbein e così scioccamente ignorata da me. Perché il Louvre non si visita in 9 ore, ma forse ci vogliono 9 settimane. E prima di visitarlo bisognerebbe studiare le opere, sapere quello che si va a vedere, prepararsi culturalmente e non solo preoccuparsi di cosa mettere in valigia.

Insomma, bisognerebbe riuscire ad essere viaggiatori, non turisti con un biglietto aereo low cost in tasca. Perché in fondo atterrare a Parigi e poi prendere un bel taxi per andare in albergo è facile, ma dare un senso vero a tutto questo è molto, ma molto più complicato.

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9 risposte a Anna al Louvre

  1. simonetta ha detto:

    verissimo. io sono molto a favore dell’introduzione di biglietti settimanali, mensili o annuali per i musei: quando abitavo ad amsterdam andavo a vedere un quadro alla volta al museo reale, o tornavo al museo van gogh per una visitina a uno dei miei quadri preferiti. pare che si stiano organizzando pure qui!

  2. marckuck ha detto:

    Il Louvre ha un biglietto annuale e non costa molto, mi pare 60 euro

  3. yorick ha detto:

    sei davvero bravo, e non è mai troppo ripeterlo. passare così dall’aneddoto personale al racconto storico, impreziosito da mille piccoli dettagli è un vero dono. se i libri scolastici di storia avessero anche in minima parte la capacità di evocare epoche e personaggi come sai fare tu, credo che tutti avremmo studiato la storia come si legge un romanzo. grazie del tempo che dedichi a questi post.

  4. marckuck ha detto:

    Yorick è per la soddisfazione di commenti come il tuo che mi impegno a scrivere…

  5. nodders ha detto:

    Io ho la fortuna di vivere in un paese dove i musei nazionali (ma non le chiese) sono gratis da visitare. E scusate se è poco.

  6. trasloco ha detto:

    Sono stata al Louvre e non ne sarei mai più uscita, ma la compagnia purtroppo non era delle migliori. Conto di tornarci prima o poi da sola.
    PS: mi associo ai complimenti per il post 🙂

  7. marckuck ha detto:

    Trasloco, la buona compagnia è fondamentale 🙂

  8. Pingback: Su domani, quando non ci sarà più il Louvre… | Cinema, cibi, canzoni e chiacchiere

  9. Clara ha detto:

    Molto bello questo racconto storico, provo a rispondere perchè i viaggi sono in cima ai miei interessi. Prendo spunto da quanto lei dice sul turismo di massa, perchè ritengo che l’analisi che se ne può trarre sia di gran lunga peggiore di quanto lei ha scritto. Secondo me, bisognerebbe domandarsi che cosa spinge le persone a spostarsi, quando naturalmente non sono costrette a farlo per lavoro. Gran parte dei turisti – non dei viaggiatori – non lo sa. La maggior parte di loro sono persone – delle più diverse età – che si ritrovano qualche soldo in tasca, spesso non sanno come impiegare il loro tempo, si annoiano, sentono amici e parenti parlare di luoghi che hanno visitato e, un giorno o l’altro, si domandano: “perchè non ci vado anch’io?” “Che ci vuole, non sarò mica l’unico sfigato che non è stato su una spiaggia tropicale con un volo low cost, come scrive lei, o che non ha visto Parigi o Londra?” E così il turista medio (a meno che non abbia paura dell’aereo), parte, ma in realtà NON GLIENE IMPORTA NIENTE di vedere quelle spiagge, nè tanto meno di visitare quelle città. Così fan tutti. Bisognerebbe poi intavolare un discorso a parte per alcune categorie, come i pensionati molto danarosi e senza problemi di salute, con figli e nipoti sistemati, che, stanchi di tirare di briscola al bar o, in certi casi, di frequentare qualche circolo esclusivo, si spostano ovunque e continuamente come ingaggiando una sfida contro il tempo e contro la morte. C’è poi una fetta consistente di persone, che concepisce il viaggio o la vacanza ESCLUSIVAMENTE come occasione di relax, non certo di arricchimento personale, nemmeno di scoperta, ma semplicemente di riposo; e spende cifre considerevoli e molte ore di volo, per trascorrere due o tre settimane in forma stanziale su una spiaggia, magari bianchissima con di fronte un mare color smeraldo, in un contesto paradisiaco, ma chi lo fa NON HA l’esigenza di imparare nulla. Altro caso ancora è rappresentato da chi viaggia per turismo sessuale, anch’esso indubbiamente di massa, c’è poco da fare. Ma torniamo al turista “medio”, che parte perchè si annoia o perchè “lo fanno gli altri”. Scrivo con cognizione di causa perchè, grazie a Dio, ho viaggiato molto, ho conosciuto alcune persone, ho vissuto tante situazioni e credo e spero di aver imparato qualcosa. Quello che ho potuto riscontrare è che la gente non ha reali interessi: non le importa niente del quadro del Louvre al quale lei faceva riferimento, nè delle opere contenute al British Museum di Londra, al Metropolitan di New York, al Prado di Madrid, al Pergamo di Berlino o all’ Hermitage di San Pietroburgo; però non si può non andare, apparire oltremodo ignoranti e non sapere cosa dire durante una cena, così come è bello raccontare di aver visitato una mostra molto pubblicizzata in quel momento, di cui però non si è capito niente, perchè non ci si è preparati, non si ha studiato, come dice lei. Il fatto è che chi ci va non si prepara, perchè in linea di massima non gliene importa niente. A questo proposito i viaggi organizzati, tutti i viaggi organizzati, sono terribili perchè costruiti proprio su queste caratteristiche dell’utenza media, ed il prodotto che forniscono è come una bella scatola con una vistosa confezione, ma vuota al suo interno. All’interno del pacco non c’è nulla. Qualunque sia il Paese in cui ci si reca, molte ore sono dedicate allo shopping, che ci si trovi sulla quinta strada di New York, a Piccadilly a Londra, in un bazar di Istambul o in un mercato africano; poi in base al luogo nel quale ci si trova, si spenderanno altre ore per visitare una fabbrica di tappeti, di spezie, di pietre preziose o di qualunque altro prodotto locale, velocemente si farà un giro dei punti più caratteristici della città e ancor più velocemente si entrerà in un importante museo o in un edificio storico, per ascoltare quattro parole dalla guida, correre attraverso le sale un’oretta o forse meno, e uscire per andare a mangiare. Di questo modo di “visitare” un luogo che non si conosce, nessuno si lamenta perchè trionfa la superficialità, il non voler conoscere, non c’è impegno nè amore per il sapere. Si perde allegramente tempo. Ma, del resto, c’era qualcos’altro da fare a casa? Sono d’accordo con lei che per visitare un importante museo servano dei giorni ma, se questo non è possibile, almeno ci si passi qualche ora e si veda quello che si riesce, sono convinta che assieme alla fatica – perchè di fatica si tratta – qualcosa rimane sempre. Torniamo al turismo di massa. Altra cosa, completamente diversa rispetto ad esso, è intraprendere un viaggio perchè c’è una spinta alla conoscenza, perchè preparare la valigia e fare quei chilometri, tanti o pochi che siano, si ritiene possa arricchire enormemente la nostra vita, possa darle delle emozioni. E’ la passione, la spinta verso “altre forme di vita”, gente, luoghi, colori, suoni, il voler vedere, il voler capire, che sono indubbiamente forme d’amore, a trasformare il TURISTA in un VIAGGIATORE. Il viaggiatore AMA. E chi ama vuole conoscere. Da ciò deriva l’utilizzo che si fa del proprio tempo durante un viaggio, perchè secondo me esso (il viaggio) rappresenta una possibilità straordinaria, di cui ancora mi meraviglio, che la vita concede a chi la vuole cogliere, per vivere altre vite, alla stessa stregua della lettura, con la differenza che chi si sposta è un soggetto attivo, è il protagonista del film. Ad esempio, io mi sono trovata su una piccola barca sotto una parete di ghiaccio del Perito Moreno, in Argentina, navigando in mezzo agli iceberg, sono salita sul Machu Pichu in Perù, e ho camminato per ore in mezzo alle rovine della civiltà Inca, ho visto da vicino gli animali della savana durante un safari in Africa, e ammirato il Thaj Mahal in India, e ogni volta ho provato delle emozioni così forti da spingermi a cercare e a cercare ancora di vedere il mondo, e sempre di più, perchè mi sentivo viva e felice. Le stesse cose si possono provare davanti ad un quadro, in una chiesa, guardando le persone ballare in un villaggio della Bolivia e sentendosi parte di quel mondo, che è un altro mondo.
    La capacità di STUPIRSI e la fortuna di trovarsi davanti a tanta bellezza!
    Insomma, io non voglio esibire niente nè parlare ancora delle cose che visto, ma gli “altri” che vivono in Sudamerica così come in Asia o in Europa, e “l’altro mondo” che si trova fuori dalla nostra piccola realtà, ci parlano e interagiscono con noi nel momento in cui c’è consapevolezza, empatia, curiosità. Non si tratta di arrivare, prendere e andare, ma appunto, da turisti di diventare viaggiatori.

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