La Repubblica come la sognavano (e sognavamo)

Quando ero bambino in televisione si guardavano le udienze del processo di Catanzaro. Francamente la cosa era assai noiosa, ma ricordo bene che mi fu spiegato che si cercava di punire della gente molto cattiva che aveva ucciso persone inermi. E i più cattivi tra tutti erano un bel giovanotto dai capelli bianchi (Franco Freda) e un tizio con una barba arruffata (Giovanni Ventura). Erano loro i colpevoli – così mi veniva insegnato – ma non si riusciva a dimostrarlo e il processo sarebbe servito proprio a questo. Non fu così.

Tutto questo mi è tornato alla mente dopo aver visto Romanzo di una strage, il (bel) film di Marco Tullio Giordana dedicato al terribile triennio, quello che inizia con la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) e termina con l’omicidio del commissario Calabresi (17 maggio 1972). E’ un film che non risolve il dilemma sul chi, come e perché e quindi ciascuno continuerà a tenersi la propria verità anche se su alcune cose possiamo mettere dei punti fermi: una sentenza della corte di Cassazione del 2005 che attribuisce la responsabilità a neofascisti veneti per il botto e a servizi segreti deviati per l’insabbiamento successivo e – su Calabresi – tre gradi di giudizio che riconoscono la responsabilità di Adriano Sofri come mandante dell’omicidio del commissario, con buona pace per tutti i soloni in cashmere e pantaloni di fustagno che non riescono a digerire questo supremo affronto al Grande Intellettuale.

Il film, dicevo, mi è piaciuto, ma ovviamente dovendo toccare 1000 temi in due ore, rimane un po’ sulla superficie, ma con due figure che giganteggiano: Giuseppe Pinelli magnifico e tenerissimo e Aldo Moro, che appare come il solo tra i bonzi del Potere ad avere un minimo di senso delle istituzioni e di pietas cristiana verso la comunità ferita. Calabresi ne esce male, incerto, un po’ ambiguo. E non si capisce chi lo abbia ucciso (anzi, a uno digiuno potrebbe sembrare che le pallottole siano state fasciste e non di Lotta Continua).

Dopo “Romanzo di una strage” ho rivisto “Buongiorno, Notte“, meravigliosa rilettura di Bellocchio del sequestro Moro e ripassato il libro di Mimmo Franzinelli sul “Piano Solo” e “Segreto di Stato, la verità da Gladio al Caso Moro“, libro-intervista a Giovanni Pellegrino, già presidente della commissione stragi nella legislatura 1996-2001. E a forza di leggere ho scoperto la figura di Paolo Emilio Taviani, al quale voglio dedicare il post del 25 aprile.

Taviani non mi piaceva. Lo consideravo – chissà mai perché – un democristiano opaco e reazionario. Ma leggendo Pellegrino mi sono imbattuto in una frase che mi è ronzata in testa per un bel po’, con la quale lo statista genovese descrisse il proprio operato come ministro degli Interni negli anni ’60 e ’70: “forse non sono sempre stato coerente con la lettera della legge, ma sono sempre stato fedele allo spirito della Costituzione“.

In questa frase c’è il meglio della visione della classe dirigente (soprattutto democristiana e comunista) che ha dato vita alla Repubblica: la consapevolezza che nel Paese esistesse una “guerra civile fredda” ma che – nonostante tutto – il patto di convivenza civile stipulato nel 1945 e poi nel 1948 dovesse rimanere valido, resistendo alle pressioni fortissime provenienti da Mosca (sempre più preoccupata per la deriva borghese del PCI) e da USA e Vaticano, che proprio non capivano come mai la DC non mettesse fuori legge i comunisti, cioè 1 italiano ogni 4.

E così Taviani, il dotto professore (4 lauree!) che ruppe con il fascismo in occasione delle leggi razziali, diede vita al CLN ligure e tanto fece da meritarsi la medaglia d’oro al valor militare per meriti legati alla Lotta di Liberazione, unitamente al medesimo onore concesso da USA e URSS e al titolo di Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Paolo Emilio Taviani era cattolico, profondamente. Ma strenuo sostenitore dello Stato laico. Era atlantista e anticomunista, ma difensore dei diritti del PCI e dei suoi militanti. Era un democratico, di quelli veri. E uno statista, che univa visione, passione e alta cultura, immagine di una classe politica di una raffinatezza e di una complessità intellettuale che oggi ci sognamo.

Taviani fu parlamentare a partire dall’Assemblea Costituente e fino al 2001, quando morì 90enne da senatore a vita e in oltre 50 anni di impegno instituzionale non venne mai colpito da scandali e non fu mai destinatario di avvisi di garanzia o simili. Non gli regalarono case e non gli offrirono vezzose vacanze tropicali a bordo di yacht compiacenti.

Paolo Emilio Taviani, assieme ad altri grandi leader degli anni ’40 (ricordo in modo del tutto arbitrario Umberto Terracini, Ugo La Malfa e – per ragioni diverse – Sandro Pertini) rappresentò un’Italia di persone capaci di progettare uno Stato nuovo, di avere uno sguardo lungo, grande cultura e profondo senso delle istituzioni e dei principi democratici.

Ed è proprio questo quello che manca oggi. Il senso della direzione. Il senso del futuro. La voglia di costruire. Quando ci va bene, siamo governati da freddi tecnocrati, quando ci va male lo siamo da impresentabili cialtroni. E il valore dei principi e delle scelte di fondo si è totalmente perso, tutto diventa negoziabile, modificabile, incerto e indefinito: basti vedere con quale leggerezza si è modificato l’art. 81 della Costituzione per “vietare” Keynes e le sue politiche una volta e per sempre, al fine di esaudire le pretese di qualche ufficio di Bruxelles.

Oggi è il 25 aprile e come quasi ogni anno sfilerò nella mia Udine. Sfilerò a fianco di persone grate al ricordo dei Grandi che – pur con visioni politiche e ideologiche diversissime – ricostruirono la Democrazia. Sfileremo sapendo esattamente dove andare: da piazza Libertà a piazzale XVI luglio.

Ma alle 12.00 tutto sarà finito e ci troveremo nuovamente a brancolare nel buio.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cinema, Cose di giornata, Popoli e politiche e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a La Repubblica come la sognavano (e sognavamo)

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Ho visto anch’io il film “Romanzo di una strage”.Fatto bene,anche se si esce con un senso d’amaro in bocca,per quegli “insoluti” che non fanno bene al sonno della notte.
    Interessante l’onestà intellettuale con cui riconosci a Taviani alcuni meriti.Lo avvicinerei a De Gasperi.
    Altra amara considerazione sulla tua “chiusa” sulla quale,purtroppo” convengo.. Ho sfilato anch’io e ho ascoltato il sindaco e altri interventi,quel giorno.Ma…che tristezza! Solo qualche ragazzino sventolava (sicuramente per gioco) la bandierina con i colori del nostro tricolore.Però erano sicuramente di razza straniera,pachistani per lo più.E questo la dice lunga.Poi…a mezzogiorno tutto finito.Proprio come hai detto.
    Mirka

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...