Lo zainetto

Dopo una mattinata intera passata a guardare in televisione le news sul dramma di Brindisi, con un fastidioso senso di dolore e oppressione alla gola (il classico groppo), non sono state le ambulanze, non sono state le lacrime, non sono state le frasi retoriche o di circostanza a farmi inumidire gli occhi.

E’ stato il fermo immagine su un libro, finito a terra, sporco e rovinato, un po’ bruciacchiato. Un libro con la copertina arancione, non so di quale materia. E guardandolo, mi sono immaginato la ragazza o il ragazzo che stamattina lo ha riposto nello zainetto. Magari sospirando un “che due palle” prima di iniziare una giornata come tutte le altre. Mi sono commosso perché so come sono queste giornate, dato che qualche anno fa ho insegnato in una scuola superiore e i 16enni che qualche mostro senza cuore si diverte a far saltare in aria un po’ li ho conosciuti e ho cercato di capirli, facendo del mio meglio per essere accettato da loro, pur rimanendo “dall’altra parte” della barricata. E credo di non aver mai dovuto svolgere un mestiere più difficile…

Mi capitava di entrare in classe e vedere una ragazza in lacrime, circondata da amiche affrante quasi quanto lei e solidali. La prima volta ho pensato “oh cazzo, è morta sua madre… ora che le dico“. Per poi scoprire che in realtà, di solito era accaduto che la sventurata aveva sorpreso con un’altra il solito orrendo truzzetto spaccacuori con il quale si era messa per una “storia importante” di ben 3 settimane. E tu devi capire che quel giorno lì non è aria, la ragazzina va lasciata in pace, non va interrogata, non va scocciata. Va lasciata nel suo dolore, ben sapendo che dopo un paio di giorni la rivedrai garrula e serena come sempre… E questo va ricordato: il presente dei ragazzi di 16 anni è fatto sempre da un alternarsi di noia e colpi di scena epocali… facili entusiasmi, cruciali disillusioni, autostima di cristallo e la difficile ricerca di un equilibrio con se e con gli altri. La ricerca di un senso.

Oppure bisognava capire che non è facile relazionarsi con il singolo. L’adolescente si sente forte se si percepisce integrato in un gruppo, pertanto tutti si vestono allo stesso modo, sentono la stessa musica, condividono le stesse passioni e hanno il terrore di apparire “diversi” in qualche cosa… E nell’essere diversi c’è anche la paura di essere troppo bravi, con interessi troppo alti. Ho insegnato in un Ipsia e ricordo una ragazza che mi ha chiesto l’opinione su un libro in privato, a fine lezione… Non lo ha ammesso, ma non le sarebbe piaciuto passare per “secchiona” con gli altri del “branco”…

E poi accettare che non ti fosse consentito sbagliare. Il giudizio su una materia passa attraverso il giudizio su un professore (professore simpatico = materia bella… professore difficile o noioso = materia di merda) e quindi non riesci a far passare il tuo lavoro se prima non sei in qualche maniera entrato dentro di loro. E così conta l’importanza dell’esempio, del rigore personale, del fatto che a te non perdonano nulla perché si percepiscono perennemente sotto esame, vittime di un mondo costruito attorno agli adulti, un po’ paternalistico e un po’ brutale. E così se una volta, una sola in un quadrimestre ti dovesse suonare il cellulare durante la lezione, tu saprai che non potrai più essere rispettato quando imponi il silenzio delle suonerie altrui.

Infine, devi accettare il fatto che i ragazzi non sono birilli o pedine su una scacchiera. Sono persone con opinioni (di solito estreme e poco meditate) da rispettare e stanno cercando la loro personale strada. Ricordo una collega imbecille (e presuntuosissima) che mentre spiegava in aula Giovanni Verga si intestardì a questionare con un ragazzo distratto, mettendogli una nota sul registro di classe e un “1” sul libretto. Il giovane “criminale” non si stava drogando, non molestava le compagne, non giocava con la playstation. Stava leggendo Sung Tzu, l’Arte della Guerra. Cioè stava diventando adulto e colto a modo suo…

E’ questo mondo misterioso e complicato che oggi è stato violato. E quel libro gettato in terra mi ha improvvisamente fatto ricordare fatti e aneddoti che erano ormai riposti nel profondo della mia memoria e sono rimasto ferito, choccato, affranto e impotente. E continuo ad esserlo.

Marckuck

Questo post è dedicato alla signorina Melissa Bassi, morta a 16 uccisa dalla ferocia degli adulti.

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4 risposte a Lo zainetto

  1. annalisa ha detto:

    il pardiso delgi orchi?

  2. Francesco Scatigna ha detto:

    Bellissimo modo di descrivere lo sgomento di oggi. Colpire una scuola vuol dire passare un limite, violare un luogo che persino i mafiosi un tempo rispettavano (lo dico mentre la pista mafiosa diventa sempre meno probabile)…E noi brindisini, che nel nostro piccolo ci sentivamo sicuri, protetti dalla relativa insignificanza della nostra cittadina, ci siamo svegliati in un nuovo mondo. E’ una tragedia che qui viene amplificata dal fatto che ‘qui non succede mai niente’, come ci dicevamo spesso. Ad andare in giro al centro si vedeva la gente smarrita, che si guardava intorno, in cerca di qualcuno che ci spiegasse.
    Vedere quella strada sui tg nazionali, quella strada che è poi la strada delle scuole…Ci ha fatto effetto. Il professionale Morvillo è una sorta di struttura gemella del classico, che io ho frequentato che adesso mia sorella frequenta. Io passavo di lì tutte le mattine alle 7.45, mia sorella stamattina era a circa trecento metri dal Morvillo, stava per entrare nella sua scuola. Le sue compagne pendolari, invece, erano per strada -erano su quel pullman in ritardo. Altre stavano attraversando quell’incrocio che è ormai su tutti gli schermi…
    Io studio storia. Parlo, scrivo di attentati, di guerre. Per la prima volta ho sentito tutto questo vicino. In un luogo che nessuno aveva mai pensato a colpire. In un luogo che fa parte della mia storia personale. E io non capisco.

    Ma le tue parole esprimevano già tutto ciò, implicitamente. Scusa se mi sono fatto prendere la mano.

  3. marckuck ha detto:

    Francesco, grazie per lo splendido commento. Un saluto a tua sorella

  4. nodders ha detto:

    Quando avevo 16 anni, nella mia scuola internazionale, avevo un compagno di classe israeliano. Non ricordo in quale contesto, ma ci raccontò di come l’autobus che prendeva per andare a scuola a Gerusalemme, nei giorni caldi dell’intifada, fosse stato vittima per ben tre volte di un attentatore suicida. E che lui, fortunatamente, non ne fosse rimasto vittima solamente perché l’attentatore si era fatto saltare in aria, in tutti e tre i casi, alcune fermate prima della sua.
    Dopo il terzo attentato, i genitori si sono rassegnati e hanno trasferito la famiglia in Olanda, paese da cui i nonni erano fuggiti dopo l’invasione nazista.
    Certo non aiutava che l’indirizzo del mio compagno di classe fosse “Six Days Street”, ma al di là della politica, delle ragioni e del torto degli uni e degli altri, mi rimase impresso che il terrore è questo: fare di una corsa dell’autobus (o della metropolitana o equivalente) una lotteria della morte. Perché dopo 3 attentati (ma per me ne basterebbe uno solo) uno al mattino andando a scuola si chiede “e se questa volta scoppia dopo la mia fermata?”.
    Fa una certa impressione sentirselo dire da un ragazzino di 16 anni, anche se lo stesso ragazzino due anni dopo è costretto a diventare coscritto nell’esercito israeliano.

    Vorrei tanto che l’individuo che ha messo la bomba nella scuola di Brindisi, avesse in vita sua avuto modo di ascoltare il mio compagno di classe raccontare quel suo prendere l’autobus per andare a scuola.
    Magari, forse, imparava qualcosa pure lui.

    Non saprei cosa dire ai sopravvissuti di Brindisi, come non seppi cosa dire a Raanan. il terrore, purtroppo, che colpisca vicino o lontano, è sempre disumano.

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