Quei sapori ormai perduti

Per diverse ragioni ho riflettuto sul tema della perdita e mi sono messo a riflettere sulle persone che erano nella mia vita e sono scomparse e sul vuoto che hanno lasciato.

Forse tra tutti i dolori, nessuno è stato più profondo della perdita di mia nonna, un anno e mezzo fa. Certo era malata da tempo, era sofferente, era molto anziana, ma questi sono ragionamenti che fanno gli estranei. Per me era la mia nonna, quella che mi faceva saltare sulle ginocchia da bimbo, mi portava a vedere il treno e me le dava tutte vinte nelle discussioni di famiglia. E l’assenza non porta con se solo il dolore per la mancanza del contatto fisico e visivo con la persona cara, ma anche il senso di vuoto che genera il venire a mancare di tutta una serie di piccole abitudini quotidiane, che solo la loro scomparsa fa capire appieno quanto ci fossero care, quanto fossero parte di noi.

20603_1LE quando penso alla nonna, invariabilmente, me la rivedo in cucina, con il grembiule attorno alla vita e un sorriso grande. E ricordo quei sapori che solo lei riusciva a creare e che in vita mia non sentirò mai più, neppure se Vissani o Marchesi dovessero venire a cucinare per me ogni giorno… Non serve aver letto Proust e tutto il celebrato pistolotto sulle madeleine per capire la forza evocativa del cibo, per come questo si impianta nel cuore e nella memoria.

Da alcuni giorni – ad esempio – avrei voglia del risotto alla finanziera (così lei chiamava il risotto ai fegatini di pollo, con un lessico un po’ impreciso, da ristorante degli anni ’60). Lo ricordo ancora, mi par di sentirne il profumo. Era bianco, cremoso, con solo questi pezzetti di fegato scuri e le foglie del rosmarino a dare un sapore in più. Si metteva tanto formaggio parmigiano ed era praticamente un pasto unico.

Io con i risotti me la cavo piuttosto bene e questo non è tecnicamente difficile. Immagino ci voglia un po’ di soffritto dove far saltare i fegatini, magari con un po’ di vino bianco. Poi suppongo vada aggiunto il riso, sostenuto con il brodo e alla fine una noce di burro per mantecare, oppure un po’ di latte.

I problemi sono due: innanzitutto, mia nonna aveva un macellaio di fiducia (che non si chiamava Carrefour) e sapeva scegliere, mentre io sono sicuro che mi prenderei il fegato di un pollo abbattuto 6 mesi fa e tenuto in congelatore fino al minuto prima. E poi, per quanto possa essere bravo, quel profumo, quel gusto delicato, quel riso cremoso di certo non sarei in grado di farlo. Non posso competere con la nonna: non potevo farlo lei viva, tanto meno posso farlo ora…

Poi mi mancano i suoi ineguagliabili gnocchi alla romana. Li faceva rapidamente, considerandoli un piatto infrasettimanale. Varie volte li ho mangiati in giro per l’Italia, talvolta li ho trovati anche decorosi, ma spesso mi sono imbattuto in dischetti polentosi di semolino con troppo burro e formaggio scadente. Lei invece creava una glassa di formaggio parmigiano che li ricopriva e dava un profumo tutto suo e quando tornando da scuola aprivo la porta di casa e sentivo quell’aroma ineguagliabile, allora capivo che il pranzo sarebbe stato all’altezza delle aspettative.

Nella cucina di mia nonna c’erano altri misteri. Non ho mai capito come facesse a fare le sarde impanate così profumate, così saporite e dorate eppure così leggere, così come non ho mai capito che cosa desse quel particolare sapore al suo coniglio in salmì. Questo era un piatto che non amava cucinare, perché le faceva pena il coniglio, però di tanto in tanto lo preparava – di solito come piatto domenicale – e veniva accompagnato da una salsa bruna grumolosetta con un sapore particolarissimo, che tirata su con la polenta era un viaggio nel Nirvana e ritorno. Sulla salsa c’è un alone di mistero, perché la nonna non spiegava le ricette (“se mi met a fevelà non lin in devant” una delle frasi) e quindi si va a tentoni. Pare venissero frullate le interiora, mia mamma sostiene venissero sciolte una o due acciughe, io pensavo ci fossero di mezzo bacche di ginepro o chiodi di garofano. Ma vallo a sapere!

Potrei continuare, magari parlando del ciambellone sempre lievitassimo e profumato o del prosciutto in gelatina, che non mi piaceva e che oggi darei non so cosa per poter assaggiare di nuovo, se solo fosse preparato da lei… ma c’è un ricordo che è solo mio: la carne macinata. Questa altro non era che una tartara, non so se di manzo o di vitello (penso di manzo, ma magari sbaglio), che mi veniva servita con olio e limone. Era solo per me, era il piatto della convalescenza dopo un influenza perché “sei pallido, devi tirarti su”… E veniva dopo le altre magie dei malanni da bambino, quando con 37,2 stavo a casa da scuola, passavo la giornata a letto a leggere e lei mi portava la spremuta la mattina presto e poi il suo indimenticabile brodo delle 11. Proprio a quell’ora, puntuale, arrivava una tazza di brodo bollente, con un cucchiaio di parmigiano e un po’ di prezzemolo… Il brodo era quello vero, di gallina, aveva gli occhietti, il parmigiano era grattato di fresco e il prezzemolo profumava. La nonna sorrideva e mi sentiva la febbre con le labbra. Ed era già uno stare meglio…

E’ questo misto di ricordi, malinconie, sapori, piaceri e dolore che comporta la perdita, quando un po’ di tempo è passato… Penso che il segreto sia cercare di evitare di rimuovere il senso di vuoto al cuore mirando a focalizzarsi solo sugli aspetti belli, perché se facciamo così, rischiamo di tramutare quella che è stata una grande esperienza umana in una mera litania di aneddoti. Ho mangiato altri risotti eccellenti. Altre carni o dolci eccellenti e altri ne mangerò, ma se manca il senso di nostalgia, la consapevolezza dell’irripetibilità del sapore, allora non ne vale la pena.

Il dolore va custodito, ci serve sempre, per ricordarci che siamo stati felici.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Sbacellando e menarrostando, Vicende del salotto e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Quei sapori ormai perduti

  1. Bello e struggente il finale e quoto: […] se manca il senso di nostalgia, la consapevolezza dell’irripetibilità […], allora non ne vale la pena. Il dolore va custodito, ci serve sempre, per ricordarci che siamo stati felici.
    Dobbiamo sempre ricordarci che siamo stati felici e ci saranno altri risotti e momenti eccellenti.

  2. marckuck ha detto:

    Grazie 🙂

  3. Paola ha detto:

    vuoi farmi proprio piangere, eh?

  4. marckuck ha detto:

    Paola, rileggi il post sulla goulash suppe mancata, allora si che potrai piangere 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...