Cinzia Torrini e un capolavoro scovato per caso

la-certosa-di-parma7Non è vero che fare il servizio militare non servisse a nulla. A me – ad esempio – è servito a leggere in tutta calma “Il Rosso e il Nero” e “La Certosa di Parma”.

Avveniva di sera, quando ero piantone notturno nell’androne della mia compagnia. La caserma era immersa nel silenzio, io poggiavo la sedia vicino al termosifone, il microtermos con il tè al mio fianco e leggevo, leggevo, leggevo… Una pacchia durata 3 mesi fino a quando, grazie alla mia evidente propensione per la vita militare e svariate azioni eroiche combattute in battaglia, non venni promosso sul campo caporale, nomina che mi aprì l’accesso a un mondo di agi e privilegi tra i quali il non dover più svolgere servizi notturni. E la lettura ebbe fine.

Mi sono ricordato di quei mesi lontani ieri sera quando, complice la noia dei programmi televisivi, mi sono imbattuto nella fiction “La Certosa di Parma” trasmessa dalla Rai circa un anno fa, per la regia di Cinzia Th Torrini. Si è trattato di un incontro fortuito ma fortunato. Nei miei pregiudizi, infatti, pensavo che le fiction Rai fossero tendenzialmente bigotte, un po’ piatte, reazionarie, malscritte ma in fondo non dannose. Però mi sbagliavo, la Rai sa anche toccare vette più alte, se solo ci prova.

Con “la Certosa” ci ha provato ed è riuscita. La versione televisiva è infatti – nel suo genere – un assoluto capolavoro: mai mi ero imbattuto in un lavoro così sciatto, miserabile, impermeabile ad ogni forma di complessità e cultura, scadente nella messinscena, con una sceneggiatura degna di un pool di lobotomizzati privi di licenza elementare, con attori inutili (quando non dannosi), comprimari involontariamente grotteschi e con un birignao da recita di sagra. Questo circo di periferia è stato messo insieme dalla signora Torrini (il TH se lo è attribuito da sola, un po’ come la X di Malcom), che temo non abbia mai letto il romanzo, fermandosi presumibilmente alla quarta di copertina o alla scheda di Wikipedia.

La Certosa è un libro psicologico, sentimentale e politico. Ci sono i turbamenti e le passioni di un giovane abbacinato dall’epopea napoleonica, le sue speranze per l’Italia, per la sua generazione e per se stesso, la sua scoperta dell’amore e della passione civile. Realtà che Stendhal conosceva bene, essendo stato lui stesso una sorta di “Fabrizio del Dongo”, alle calcagna dell’esercito napoleonico, ben protetto dallo zio, il potentissimo generale conte Daru, capo dell’intendenza militare della Grande Armata. Temi e turbamenti che compaiono non solo nei suoi romanzi, ma anche in un interessante scritto storico-autobiografico: “Vita di Napoleone” con significativo sottotitolo “congedo dall’idolo di una giovinezza” o qualcosa di simile…

Insomma, il materiale per tirarci fuori qualcosa di buono non mancava. Non ci voleva la raffinatezza di un grande storico della letteratura o la sensibilità e il tocco di un grande regista alla Luchino Visconti. Bastava leggere con affetto il romanzo e cercare di dare vita alla moltitudine di personaggi e situazioni che vi vengono raccontate. E invece…

E invece hanno messo il tutto in mano alla signora Torrini, già regista di capolavori assoluti della cinematografia mondiale quali “Elisa di Rivombrosa” e “Terra Ribelle”, che gli spettatori meno esigenti delle reti Mediaset ben conoscono. E così – nelle manine goffe della Torrini – il romanzo viene spogliato di tutto e cosa rimane? La storia (francamente noiosetta) di un giovanotto tanto bello quando insulso, perennemente sorridente e arrapato, che si preta e spreta, più nudo che vestito, con in testa un frullato di parole maiuscole (Italia, Libertà, Indipendenza…) che tutte assieme non fanno un pensiero e men che meno una storia. Poi c’è la Duchessa sua zia, che nella vita ha un solo scopo: portarsi a letto il nipote e – nel frattempo – si sposa con un vecchio duca per ottenere titolo e posizione sociale, va a letto con il primo ministro di Parma per favorire l’avanzamento del nipotino bramato. Quindi il primo ministro che accetta di fare il terzo incomodo in attesa della sua ora e sullo sfondo altri personaggi minori, ripresi in un contesto in cui splende sempre il Sole e le inquadrature sono costantemente da spot pubblicitario. Un ‘800 platinato e privo di sfumature…

Tutto questo nella prima puntata, mentre nulla so della seconda (che non intendo guardare), dato che – ovviamente – ormai il format immodificabile della Rai è due puntate da 90 minuti l’una, la somma delle quali da un film di 3 ore, troppo lungo per una sintesi, troppo breve per una trasposizione completa. Tutto si fa in 3 ore per la Rai: da Guerra e Pace alla vita di Madre Teresa. Da Maria Jose a Maria Goretti. Tanto in fondo, si racconta sempre la stessa storia e gli attori il più delle volte sono sempre quelli, che girano da una fiction all’altra (tranne questa dove, chissà perché, per raccontare una storia tutta italiana, con personaggi italiani e soldi italiani, si vanno a prendere i protagonisti in Spagna). Ci tengo però a segnalare alcune chicche del genio visionario della Torrini…

1. L’addio di Fabrizio alla zietta. E’ la prima scena del polpettone, lui cerca di uscire facendo pianin pianino, ma viene sorpreso dalla zia (che vive in camicia da notte, in corridoio) la quale cerca di fermarlo, di impedirgli di raggiungere Napoleone con due frasi che da sole sintetizzano l’impegno intellettuale degli sceneggiatori: “sei così giovane!” (accompagnata da carezza) e “non sai quello che fai”. Ci sono voluti 5 sceneggiatori per partorire questo incipit memorabile… altro che «Ho ucciso per denaro. E per una donna. E non ho preso i soldi. E non ho preso la donna. Bell’affare», a noi della Rai, Billy Wilder fa un baffo!

2. La battaglia di Waterloo. Per tutto il pomeriggio circa 170.000 tra francesi, tedeschi, inglesi e olandesi si spararono addosso senza sosta. La battaglia rivisitata dalla Torrini è un gruppo di fanti napoleonici (con nel mezzo un paio di granatieri della vecchia guardia), che avanzano guardinghi, come vietcong nella foresta, fermandosi ogni tanto per sparare una schioppettata in direzioni varie. E in mezzo a loro il povero del Dongo, in marsina e cilindro. Conoscenza delle tecniche di guerra napoleonica totalmente nulla da parte della regia.

3. Il ritorno dalla zietta. Fabrizio ferito arriva a casa (campagna padana) direttamente da Waterloo (Bruxelles), ancora ferito, ancora sporco di sangue, si presume trascinandosi per centinaia di km. Esausto si appoggia a un albero e chi passa di lì per caso? ma la zietta, ovviamente… Che lo porta in casa, lo mette a letto, lo denuda e mentre lui dorme (immobile, senza respirare, senza percezione alcuna), lei si mette in sottoveste e inizia ad annusarlo tutto. Tanto non si sveglia perché è in coma pilotato.

3. Il vescovo di Parma. E’ vestito esattamente come un vescovo dei nostri giorni, post conciliare. Probabilmente avanzavano dei costumi dal set di “Don Matteo”.

4. Le scoperte archeologiche. Pare che il buon Fabrizio – tra una copula e l’altra – ami l’archeologia e il conte Mosca ha una villa il cui giardino pullula di reperti romani. Sono esattamente come gli smeraldi dei sette nani, avete presente la miniera inventata da Disney? con una grotta e tutte le pareti costellate da sassoloni lucenti, grossi come mandarini? ecco, lì è così. Ogni tanto un operaio del conte si piega, fruga un po’ con le mani e tira fuori dalla terra una brocca d’argento perfettamente conservata, senza urti o ammaccature, addirittura già lucidata. Che viene riposta in una tavola con altre cose simili, tra le quali si distinguono tre insalatiere di vetro identiche, nessuna delle quali almeno un po’ sbrecciata.

5. Tentativo di incesto. A un certo punto, la zietta cerca di baciare il bel babbano. Lui ha un rigurgito di decoro e si sottrae al che lei se ne esce con una frase che risolve completamente la questione “non guardarmi come una zia, guardami come una donna”. Consiglio a tutti gli aspiranti incestuosi di utilizzarla, perché di logica incontrovertibile. “non guardarmi come tuo nonno piccina, guardami come un uomo.”… “non guardarmi come tua madre, guardami come una donna…” ma anche – volendo esagerare – “non guardarmi come il tuo padrone, guardami come un altro labrador. Wof wof”.

6. L’acquisto della fidanzata. Fabrizio passeggia per la città e vede degli attori di strada. Lei è carina e lui invece di dire “piacere, sono Fabrizio del Dongo, tu come ti chiami?” le dice “vieni via con me, fuggiamo lontano” e lei “si, ma non dirlo al capocomico”. Così i due lasciano del denaro per scusarsi e  fuggono. Fuggono dove? a casa del conte Mosca (che – ribadisco – è il primo ministro) dove il capocomico sopraggiunge e ha uno scontro sanguinosissimo con il povero Fabrizio, che viene preso a fucilate. Scontro che avviene sull’uscio di casa del conte, alla presenza di un numero imprecisato di operai e servi del conte medesimo, senza che nessuno intervenga in sua difesa tranne la fidanzata appena acquistata che, nel lasso di tempo in cui il capocomico imbraccia il fucile e compie due passi per spaccarlo in testa al povero Fabrizio, nell’ordine riesce a: andare alla finestra attratta dalle urla; urlare anch’essa; cercare un pugnale in casa; osservarlo con cura per chiedersi se potrà servire alla bisogna; correre in cortile; inciampare; arrivare dal povero Fabrizio ancora steso a terra; dargli il pugnale dicendogli “stai attento” e osservare che finalmente il capocomico, ridestatosi dal trance, cerca di colpirlo ma viene pugnalato a sua volta…

Ci si potrebbe chiedere perché infierisco in questo modo su un prodotto tutto sommato innocuo. Perché innocuo non è. Innanzitutto, non è un’operazione culturale ma – allora – se non si vuole fare cultura si lascia da parte Stendhal e si fa un’altra Rivombrosa, inventando di sana pianta una storia che – per com’è presentata – potrebbe star bene sia nell’antica Roma, che alla corte di Re Vega. Eppure il racconto dei grandi libri dell’800 è un classico delle produzioni di qualità europee, basti solo guardare la cura con la quale gli inglesi mettono periodicamente in scena Dickens o la Austen in produzioni BBC curate fino alla paranoia.

Inoltre, se si vuole fare porcherie per le reti Mediaset, nessun problema, ci mancherebbe. Però sia chiaro, farle sulla Rai vuol dire farle con il denaro pubblico. E per quanto mi riguarda, il denaro pubblico andrebbe speso con criterio e non gettato dalla finestra per la gioia della prima TH che passa per la strada…

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2 risposte a Cinzia Torrini e un capolavoro scovato per caso

  1. alexsandraclaudia ha detto:

    Urge rivedere un capolavoro senza tempo per riprendersi da simili scempi… Magari in bianco e nero e in versione originale:

  2. marckuck ha detto:

    tac tac tac

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