La solitudine del Numero Primo

Oggi inizia il conclave e in questa società che tutto brucia alla velocità della luce, Benedetto XVI – fino a 12 giorni fa Sommo Pontefice – appare quasi dimenticato.

Viviamo senza senso della Storia, quella vera. Un Papa abdica (per la prima volta dal Medioevo) e tutto è ridotto al gossip di qualche giorno e poi collocato nel “già visto”, gettando nel frullatore sia la persona che il suo “gran rifiuto”, fatto non “per viltate” ma per coraggio, il coraggio di chi decide che è giunto il momento di andarsene, di chiudere con la vecchia vita e dedicare il tempo rimasto a fare quello che si preferisce, dopo un’esistenza passata quasi interamente sotto i riflettori.

La cerimonia di inizio conclave è suggestiva, particolarmente per chi – come me – non appartiene al mondo della Chiesa, non ha ricevuto un’educazione religiosa e quindi guarda quanto accade con gli occhi dello studioso della politica e dell’amante della Storia, lasciandosi incantare dalla successione complessa e incomprensibile di simboli, dalla solennità del contesto, dalla arcaica e misteriosa musicalità del latino e – ovviamente – dall’eterna bellezza del Giudizio Universale di Michelangelo, che fa da sfondo ai cardinali e alle loro decisioni.

Però il conclave con un Papa vivente è una cosa che si fatica a digerire. E quindi i giorni trascorsi tra l’improvviso addio al pontificato e la litania dei Santi di ieri pomeriggio sono stati in parte da me dedicati a rileggere la figura di Benedetto XVI, che onestamente non avevo mai amato e certamente mai compreso.

Il Papa duro, tedesco (e quindi – per definizione – senza cuore), inflessibile. Il Papa coperto di insulti per tutto il suo pontificato: accuse di aver avuto un ruolo durante il III Reich (comiche, considerato che aveva 17 anni quando Hitler si suicidò), ingiurie di ogni genere quando gli fu suggerita la pessima idea di aprire un profilo Twitter, in base alla visione un po’ idiota che il Pontefice “deve essere uno come noi” (Dio ce ne liberi, anche da questa orrenda dittatura del “gentismo” demagogico e populista). Addirittura – per i teorici del Complotto – l’idea che fosse un essere non umano, ma un reptiliano, genere di alieno-rettile che sotto sembianze celate si propone di dominare il Mondo.

E poi – dopo l’abdicazione – tutte le accuse frutto del “senno del poi”. E’ stato troppo “professore”, doveva essere più uomo di curia. E’ stato troppo uomo di curia e poco pastore. Con la battuta su Maometto a Ratisbona ha danneggiato il dialogo interreligioso (dimenticando che il mondo islamico è permalosissimo per chi tocca anche solo velatamente il loro pedantissimo profeta, ma distribuisce patenti di “grande Satana” a destra e sinistra senza alcun limite, ma guai a dirlo, altrimenti si passa per eurocentrici tardocolonialisti) e potrei continuare.

Il punto vero è che alla Chiesa Cattolica e al suo Pontefice non viene perdonato nulla. Tutta la tolleranza e la comprensione che si concede alle mille religioni e alle mille sensibilità di questo nostro Mondo complesso, permaloso e lunatico, sono negate alla Chiesa Cattolica e al suo Pontefice che ha pagato anche un carattere più schivo, più dimesso di quello del suo impavido e amatissimo predecessore.

E mi piace pensare che a un certo punto, stanco di sopportare le incomprensioni e il clamore del Mondo, stanco degli scontri di potere, stanco di una vita sotto i riflettori, abbia compiuto un atto umanissimo e per nulla divino: ha deciso di andarsene. E questa cosa mi ha colpito e commosso, soprattutto per la semplicità con la quale ha spiegato il suo gesto, illustrando la debolezza e la stanchezza di un uomo giunto in una fase della vita nella quale le persone hanno il diritto di essere lasciate in pace.

Mi sono piaciute le frasi a un tempo semplici e poetiche con le quali ha spiegato il suo gesto… quel riferimento alla “stanchezza”, il suo desiderio di “nascondersi al Mondo” e poi quel saluto “sono felice assieme a voi, circondato dalla bellezza del creato” e il suo “buonanotte” nell’andarsene mi hanno trasmesso serenità, come mai prima durante il suo Pontificato.

E mi fa piacere immaginarlo sereno, con i suoi libri complicatissimi, con i suoi gatti e con il suo pianoforte. Finalmente nel silenzio. Finalmente Libero. Finalmente Solo.

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4 risposte a La solitudine del Numero Primo

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Finalmente nel silenzio.Finalmente libero.Finalmente solo.
    Grande Marckuck! Hai espresso anche tutto il mio sentire con questa storica,umanissima analisi,lucida e senza falsi demagogici.Grazie,Mirka

  2. Splendido post.

    Non saprei dire se mi colpisce di più la profondità e l’umanità dell’introspezione psicologica del vescovo emerito, o lo stupendo uso della paratassi, che gorgoglia ed espande nei mille rivoli del ragionamento, senza mai perdere in limpida chiarezza.

  3. marckuck ha detto:

    Devo andare su wikipedia a vedere cos’è la paratassi… 🙂

  4. Giovanna ha detto:

    Che bei post scrivi!!Mi piace sempre leggerli e mi fanno sempre riflettere.

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