Lettera aperta a Pierluigi Bersani

Caro Segretario,

Non solo sono un iscritto al Partito Democratico, ma sono pure candidato alle elezioni comunali di Udine, la mia città. Pertanto, mi imbatto quotidianamente in molte persone “comuni” (quelle che spesso Tu non hai modo di incontrare nei giri elettorali che ti organizzano i tuoi colonnelli in provincia, blindandoti in stanze chiuse, zeppe di assessori, consiglieri e segretari di circolo, tutti acritici e plaudenti) e mi trovo nella difficile situazione di dover giustificare e difendere scelte che non condivido e che non ho concorso a prendere.

Quando ti sei candidato segretario io non ti ho votato, all’epoca ho scelto Ignazio Marino perché già allora mi pareva che la tua proposta politica non fosse la più adatta a interpretare l’Italia del futuro, ma ciò nonostante ti ho sempre rispettato e spesso anche appoggiato, apprezzando molte delle scelte da te compiute e fino al giorno in cui – con atto di intelligenza e coraggio – hai deciso di convocare le elezioni primarie per la scelta della premiership, malgrado lo statuto del partito non ti obbligasse a farlo e molti dirigenti ti spingessero a chiuderti nel Palazzo, invece che a metterti in gioco. Poi però ti ho perso… ti ho perso per una serie di ragioni che ti riassumo brevemente:

  1. Hai accettato la sfida delle primarie ma poi hai lasciato che venisse adottato un regolamento concepito più per escludere che per includere;
  2. Hai avuto l’idea intelligente di far eleggere i parlamentari con le primarie, ma senza il coraggio di andare fino in fondo e – soprattutto – calendarizzando la competizione tra Natale e Capodanno (quando si poteva tranquillamente far durare la campagna elettorale un paio di settimane in più), costruendo un regolamento che impediva espressamente attività di propaganda elettorale per i competitori, questo per premiare l’apparato di partito e chi aveva avuto una visibilità precedente grazie alla rendita di posizione di chi ricopre ruoli di potere. Insomma, un meccanismo truccato che ha comunque prodotto un certo rinnovamento, testimonianza ulteriore di quanto nella parte viva del nostro partito si chieda un cambiamento vero.
  3. Hai presentato una piattaforma elettorale per le elezioni politiche arcaica, priva di fantasia e di mordente. Una piattaforma tutta costruita attorno alla tutela delle “caste” storiche della sinistra italiana (Cooperative, Anci, Cgil, Pubblico Impiego, un po’ di associazionismo cattolico), non solo elettoralmente sbagliata, ma politicamente acronotopica, incapace di parlare al futuro: ai giovani che devono inventarsi un lavoro, alle imprese che rischiano ogni giorno la chiusura, ai visionari che sognano di fare innovazione, ai talenti migliori della ricerca e della cultura…
  4. Una volta che hai fatto la scelta strategica del programma elettorale tardo novecentesco, non hai fatto nulla per farlo capire ai tuoi iscritti e per farlo piacere agli elettori. La campagna elettorale che hai condotto è stata scadente, senza idee, lontana dal Paese reale, sociopatica e incomprensibile. Nella testa delle persone comune è passato che eri convinto che al Senato ci sarebbe stato un pareggio e che quindi era inutile spaccarsi troppo la schiena e che – in fondo in fondo – ti eri impegnato più per battere Matteo Renzi alle primarie che per dare un governo all’Italia. Questo nella logica tutta comunista (del comunismo antico, quello di Gramsci e Bordiga), che la sola cosa che realmente conta è posizionarsi nel modo “giusto” dentro il partito, perché in fondo lo Stato è una sovrastruttura e comunque – controllando il partito – il controllo delle istituzioni verrà da solo, basta dargli tempo…
  5. Il giorno del voto hai taciuto, parlando solo 24 ore dopo e per rifiutarti di ammettere che il risultato elettorale – obiettivamente disastroso – era in fondo “non male”. Non hai capito gli errori compiuti (l’ultimo dei quali, la ridicola iniziativa all’Ambra Jovinelli mentre Beppe Grillo riempiva le piazze che – da sola – secondo alcuni sondaggisti ci è costata 3-4 punti percentuali tra gli indecisi), ti sei ostinato a parlare di “coalizione vincente” non capendo che la vittoria alla Camera è tecnica ma non politica e che il vero risultato è stato il trionfo del M5S e la sopravvivenza politica di Berlusconi, impensabile appena 4 settimane prima.
  6. Come era giusto hai ottenuto l’incarico di formare il governo. E lo hai gestito nel modo più grottesco, incontrando tutti (da Saviano al WWF), trascinando per giorni degli incontri che servivano – tue parole – a “sentire quello che accade nel Paese” e quindi dimostrando che tu, leader di un partito di massa appena uscito dalle elezioni, non sapevi “che cosa accade” e avevi bisogno che i vari Saviano o don Ciotti te lo spiegassero. Infine, hai coronato quella fase facendoti prendere in giro da quella coppia di cialtroni che sono i capigruppo del M5S, prima accettando la pagliacciata dello streaming e poi non esercitando nei loro confronti alcuna “vocazione alla leadership“. Non sembravi il leader di un grande partito democratico in quel filmino amatoriale. Sembravi uno scolaro rimproverato dalla commissione d’esame, che cerca penose giustificazioni per non essere bocciato.
  7. La tua ostinazione ti porta ora a sostenere per il Quirinale il nome di Franco Marini. Forse verrà eletto perché in fondo i tuoi deputati e senatori li controlli ancora, ma a quale prezzo! Il nome e il prestigio di un gentiluomo un po’ fuori dal tempo come Marini è stato gettato nel tritacarne della polemica politica e svilito per colpe non sue (o non solo sue), ben oltre il meritato. Il Partito Democratico è diviso. Il rapporto con Sel – nostro solo alleato elettorale – incrinato. Si è concesso al M5S il monopolio del rinnovamento. Si è consentito a Silvio Berlusconi non solo di scegliersi il candidato presidente ma anche – vista la spaccatura nel PD – di poter dire a Marini che se alla fine risulterà eletto, dovrà ringraziare non tanto il proprio partito, ma il PDL che compattamente lo sostiene.

Insomma, a parer mio in questi mesi hai nuociuto al nostro partito e al Paese per eccesso di conservatorismo, di tatticismo, di solipsismo e di ostinazione. La tua storia politica presenta molti episodi di ottima qualità, nel suo complesso è una storia politica dignitosa e sarebbe un vero peccato se dovesse concludersi con questa pagina francamente un po’ indegna.

E’ per questa ragione, per questa somma di errori e valutazioni che – umilmente, da iscritto al tuo partito – ti chiedo di lasciare la segreteria del PD, prendendo atto del fallimento di un disegno politico e della fine di una stagione politica, facendo quello che molti altri grandi leader della sinistra europea (e non solo) hanno fatto quando è apparso loro chiaro che una fase si era chiusa e che quella che si apriva aveva bisogno di soggetti nuovi. I nomi che mi vengono in mente non sono da poco: Willy Brandt, Lyndon Johnson, Lionel Jospin, José Luis Zapatero, Tony Blair e Alessandro Natta.

Metti da parte il legittimo orgoglio personale, le tue aspirazioni, la tua ostinazione e dimostra lealtà e affetto verso il tuo partito e capacità di agire nell’interesse dell’Italia, che chiede un cambiamento e soluzioni vere e forti per uscire dalla crisi economica più devastante della storia repubblicana. Lascia ora, prima che sia troppo tardi.

Con sincero ma non acritico affetto

Marco Cucchini
(Marckuck)

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4 risposte a Lettera aperta a Pierluigi Bersani

  1. Steve Della Mora ha detto:

    Da elettore di Bersani alle primarie per il segretario e alle ultime per il candidato alla presidenza del consiglio, concordo in pieno con quanto qui scritto.

  2. Bianca 2007 ha detto:

    Grazie anche a nome mio.Una votante di Ignazio Marino ma sempre del PD anche se criticamente e con non poche riserve. Mirka Bonomi

  3. vedendo i filmati delle contestazioni di queste ore contro Franceschini e Fassina e quelle davanti alla Camera in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica mi tornano in mente le pagine sulla folla di Manzoni nei Promessi Sposi.

  4. Stefano Slataper ha detto:

    Non sono molto d’accordo.
    Sopratutto per la piattaforma “arcaica”.
    Forse dobbiamo capire che la nostra società è, in realtà, profondamente statica nei suoi fondamentali.
    A me sembra che si continui, da 60 anni a questa parte, a credere che stiamo vivendo una eterna stagione costituzionale. Ma così non è. I fondamentali della nostra società (istruzione per tutti -nessuno dica che non può fare una qualsiasi scuola se lo desidera perché mentirebbe- sanità a larghissimo raggio, previdenza sociale, asimmetria nel contratto di lavoro come le più antiche libertà come stampa, corrispondenza e compagnia, solo per citarne alcune a braccio) non sono messe seriamente messe in discussione da nessuno.
    Quello di cui si discute è il COME di queste cose, opinandosi da taluni che sia meglio, ad esempio, un mix di previdenza pubblica minimale con aggiunte personali modulate più o meno liberamente, opinando altri (noi) che la previdenza pubblica debba comunque essere capace di garantire non solo la sopravvivenza, ma anche un certo decoro. Insomma, siamo in un contesto in cui si discute se lo Stato debba puntare ad assicurare una pensione da 1000 euro o da 1250. Altro che fase costituente.
    L’unica cosa che mi sembra davvero cambiata è la perdita dell’idea che la democrazia è, prima di tutto, un processo, non un luogo di affermazione di volontà.
    I deliri per Berlusconi, Grillo e financo Renzi attestano che l’idea della democrazia come “macchina” sono competamente dimenticate.
    Il perché è stato discusso e analizzato milioni di volte.
    Va adesso fatta una valuatzione di desiderabilità. Vogliamo assecondare questo tendenza o vogliamo opporci?
    Se la risposta è “vogliamo opporci” allora il grigio porgramma bersaniano è inevitabile: è il prgramma di un meccanico che ti fa la lista delle cose da fare al prossimo tagliando, nulla di “emozionante”.
    L’unica cosa da criticare (ma non so se questo sia un problema di Bersani o dello staff) è l’amnesia circa il fatto che questa macchina è bidirezionale: attraverso il processo la c.d. “base” influenza il vertice, ma il vertice deve rivolgersi alla base non per vendere saponette, ma per spiegare perché sta facendo certe cose.
    E questo è drammaticamente deficitario: a destra il problema viene risolto banalizzando tutto in slogan inutili a comprendere, ma utili elettoralmente; a sinistra i dirigenti troppo spesso si dimenticano di andare nei circoli a raccontare le cose. E questo perché, e su questo Bersani ha perfettamente ragione, la macchina è troppo debole: senza la “cocaina” delle elezioni la macchian non riesce a mettersi in moto. Ma certe cose non si costruiscono nelle ultime settimane prima delle elezioni e nemmeno negli ultimi mesi: si costruiscono negli anni.
    Stefano Slataper

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