Il Senatore McCallister non abita qui

mccallister1Qualche giorno fa guardavo una vecchia puntata di Brothers & Sisters, la serie americana incentrata su gioie e dolori di una chiassosa famiglia dell’alta borghesia californiana. Nella puntata in questione il senatore Robert McCallister – repubblicano con ambizioni presidenziali – si trova nella necessità di individuare un nuovo “capo dello staff” e cerca con angoscia crescente di trovare la persona adatta, scartabellando curriculum e ascoltando candidati per l’incarico tanto ambito. Ma non ne viene a capo, nessuno è all’altezza delle sue aspettative perché “in questo staff ci sono già troppi leccapiedi, ho bisogno di qualcuno con il quale confrontarmi, che mi metta in discussione, che mi aiuti a crescere”.

Grosso modo nello stesso momento, mentre ero intento a seguire i colloqui del senatore McCallister, la stampa locale pullulava di articoli su una delle prassi più antiche della partitocrazia italiana: il recupero dei trombati alle elezioni in posti di sottogoverno, fenomeno assolutamente trasversale che riguarda sia il PD, sia il PDL, sia – infine – le ex vergini del Movimento 5 Stelle, che hanno imparato molto in fretta come si fa politica. Assessorati regionali e gruppi consiliari sono stati farciti come tacchini nel Giorno del Ringraziamento non solo di “portaborse”, ma anche di ex eletti, di eletti mancati, di non eletti ad altre cose ecc. ecc. e siccome tutto è avvenuto praticamente nell’arco di poche ore, la sensazione è stata di una sorta di trasversale assalto alla diligenza. Talvolta alla dirigenza.

Ora, non nego che l’incarico di capo segreteria di un gruppo politico o di un assessorato, così come quello di “portaborse” abbia una connotazione strettamente fiduciaria e discrezionale, non solo è inevitabile che sia così ma probabilmente è anche giusto. Il punto quindi non è la discrezionalità nella scelta, ma i criteri della scelta…

Sono un laureato in scienze politiche e ne vado orgoglioso. Ringrazio lo Stato per avermi dato a un prezzo assolutamente accettabile 4 anni di formazione universitaria di livello su temi che ritengo fondamentali per capire la politica e la società: la storia, il diritto, l’economia, la sociologia, le lingue, la politologia… Peccato però che per le giovani generazioni queste competenze siano scarsamente spendibili sul mercato del lavoro, malgrado potrebbero potenzialmente essere di grande utilità per la qualità del discorso pubblico italiano.

Un brillante laureato in scienze politiche (ma anche giurisprudenza, lettere, filosofia o economia) con interesse per i processi politici dovrebbe poter ambire a svolgere tre professioni: il consulente politico, l’assistente legislativo, il rappresentante degli interessi. Tre professioni che in Europa e negli Stati Uniti esistono (e sono ben remunerate) mentre da noi sono sostanzialmente inesistenti.

1. Consulente Politico. Il consulente politico affianca il partito/l’eletto nella fase della campagna elettorale e poi in seguito accompagnandolo con una visione strategica di medio-lungo periodo, la padronanza del linguaggio e dei meccanismi decisionali politici, la conoscenza dei processi di comunicazione. Non è un tizio assoldato 10 giorni prima del voto per correggere l’ortografia di un santino o per costruire una pagina web che tanto nessuno visiterà mai perché il candidato si decide a uscire allo scoperto nell’ultimo minuto utile perché “non vuole bruciarsi” e così alla fine farà tutto in ritardo… E’ un professionista colto, preparato e amante della politica come “contesto” nel quale sa muoversi.

Il Consulente Politico non esiste perché i partiti non credono nella comunicazione politica, non credono nella pianificazione strategica, le elezioni non sono realmente competitive (tranne forse quelle con il voto di preferenza) e i candidati non sono “imprenditori politici” ma gente che una volta eletta tende in genere a farsi i fatti propri, tranne agitarsi come pazzi nei 30 giorni precedenti al voto durante i quali cercano di costruirsi un allure di statisti, di regola senza riuscirvi.

2. Assistente Legislativo. Per gli eletti dovrebbe essere una figura centrale, così come per i partiti, vista anche la sostanziale scomparsa di quei “centri studi” che costruivano le linee politiche dei governi durante la I Repubblica. L’assistente legislativo (o assistente parlamentare) non è un segretario, non è un “portaborse”, non è un autista e non è l’amante dell’eletto. L’assistente legislativo dovrebbe avere cultura (prevalentemente giuridica), aver fatto qualche studio di legistica e di diritto parlamentare, sapersi muovere nel campo della ricerca degli atti e delle fonti, avere intuito politico, padronanza del linguaggio e una mente logica. Professionalmente la Camera dei Deputati istituì tale figura alla fine degli anni ’80 (presidenza Iotti): il parlamentare indicava il nominativo del collaboratore che veniva assunto con stipendio certo e contratto formale dalla Camera dei Deputati per tutta la durata del mandato. Okey, era un precario ma un precario di qualità…

Dalla legislatura 2001-2006 invece (presidenza Casini) è saltato il rapporto istituzionalizzato con l’assemblea: i soldi vengono dati direttamente al parlamentare che assume il proprio collaboratore con il contratto che ritiene e gli da quanto vuole, spesso poco e niente, talvolta pure in nero. Garanzie zero, prestigio zero, qualità zero. Al punto che – come riportato dall’Espresso nel numero 1/2013 – su 945 parlamentari solo Paola Binetti paga la tredicesima al proprio collaboratore. E tralasciamo il caso frequentissimo degli amici/parenti/amanti promossi al rango di “assistenti legislativi” anche quando semianalfabeti, come nel caso del duo Franco & Riccardo Bossi (fratello e figlio del padre-padrone della Lega) mantenuti dal Parlamento Europeo su indicazione di Francesco Speroni e Matteo Salvini.

In definitiva, l’Assistente Legislativo non esiste come lavoro qualificato perché troppo precario, sottopagato e autoreferenziale per essere realmente una opzione per un valido laureato/a in materie giuridiche o politologiche.

3. Rappresentante degli interessi. E’ la figura del lobbista. Padroneggia tecniche relazionali, comunicative, legislative. Come il consulente politico ha una mente elastica, competenze svariate e – soprattutto – della politica capisce e maneggia non solo l’aspetto tecnico, ma anche il contesto. Anche questa è una figura professionale che non esiste perché il nostro ordinamento si ostina a non disciplinare la rappresentanza istituzionale degli interessi, seguendo un approccio di tipo “moralistico” e ipocrita che finge di non sapere che ogni disegno di legge è uno scontro tra interessi e che sarebbe di pubblica utilità che questi venissero alla luce. Io ci ho provato e ne ho raccontato in un altro post le ragioni, ma il legislatore è sordo su questo. Si preferisce lo scambio di regali e favori fatto nell’ombra… Come si conviene al 72° paese al Mondo nell’indice sulla corruzione politica elaborato da Transparency. Posizione che ci vede peggio di Macedonia, Turchia, Ghana o Bosnia…

Questo è quanto. Il post che state leggendo, dunque, non vuole contestare il diritto degli eletti di scegliersi chi vogliono per affiancarli nell’attività politica e legislativa. Ma sottolinea come questa scelta sia il diffuso prodotto di nepotismi, partitismi, paraculismi e ripescaggi di varia natura e che rappresenti – quindi – una ennesima dimostrazione della scarsa qualità e della arretratezza culturale della vita pubblica italiana.

Mi piacerebbe che nel fare le loro scelte i parlamentari, gli assessori, i consiglieri regionali e i sindaci selezionassero le persone in base al merito, con colloqui, le facessero lavorare, crescere, le mettessero alla prova e grazie al loro lavoro la qualità delle proposte politiche, dei testi legislativi e dei rapporti con la società potesse modernizzarsi e migliorare.

Ma è un sogno, queste cose succedono solo nella scrivania del senatore McCallister. Da noi le cose vanno in modo diverso… E mi dispiace per i brillanti 110/110 e lode che vedo laurearsi mese dopo mese e che meriterebbero di meglio. Meriterebbero una chance.

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