Tra Dresda e Damasco

Grosso modo accadde 200 anni fa, quasi esattamente. Era il 27 agosto 1813 quando – dopo due giorni di combattimenti – Russi, Prussiani e Austriaci decisero che ne avevano abbastanza e che forse era meglio cercare di metter fine alla mattanza, perché 38.000 soldati lasciati sul terreno in meno di 48 ore erano decisamente troppi.

Gli Alleati si ritirarono e lasciarono il campo a Napoleone, che con meno truppe e molti meno caduti era riuscito a ribadire la propria fama di imbattibilità, una sorta di Roger Federer della tattica militare. E magari quella sera, rientrando esausto al proprio quartier generale, l’Imperatore può aver pensato che, forse forse, l’armistizio di Pleiswitz non era stata una idea così cattiva… Forse, magari…

Dopo il disastro di Russia, nel 1812, Napoleone ritornato a Parigi si gettò ventre a terra nell’impegno di ricostruire una nuova Armata, capace di fronteggiare la marea di nemici che si stava lentamente avvicinando ai confini del suo impero. Dopo aver perso non si sa bene quanti soldati tra le nevi e il gelo (400.000?, 500.000? vallo a sapere…) dovette abbassarsi a mandare lettere ovunque, grattuggiando il fondo del barile: “ho sentito che agli Invalidi ci sono parecchi veterani che sarebbe lieti di riprendere servizio”… “dalla Guardia Nazionale possiamo trarre un vivaio di sottufficiali, ho bisogno di 540 sergenti e 1080 caporali”… “Quanti fanti di marina possiamo mandare al fronte?”… E via elencando, fino a rimettere insieme un’armata di circa 700.000 soldati (tra vecchi, bambini e invalidi), forte nel numero se non nella sostanza…

bs-20-33-DW-Kultur-LeipzigE con tutta questa gente si mise in marcia, riuscendo contro ogni aspettativa a sconfiggere duramente gli Alleati a Luetzen (2 maggio) e Bautzen (20-21 maggio), ma senza centrare il colpo decisivo, questo per un monte di ragioni (problemi logistici, coscritti esausti, assenza di cavalleria). Così, quando Russi e Prussiani chiesero un time-out, Napoleone fu molto lieto di accogliere la richiesta e iniziarono dei colloqui di pace fasulli sotto la guida fintamente neutrale dell’Austria… Gli Alleati si sentivano in una botte di ferro: se Napoleone si fosse piegato alle condizioni di pace proposte (francamente, un tantino vessatorie visto come si erano messe le cose sul campo) allora avrebbero vinto la guerra, se invece da Napoleone si fosse deciso a rifiutare, beh in qual caso l’Austria si sarebbe schierata direttamente contro la Francia, spostando la bilancia decisamente dalla parte dei coalizzati.

Di questo si parlò durante il celebre colloquio tra Napoleone e il ministro Metternich, con l’Imperatore intento un po’ a blandire, un po’ a minacciare e l’austriaco impassibile, una statua di pietra. Napoleone urlò, disse molte di quelle cose che passate l’ira ci si vergogna di aver detto (almeno io mi vergogno, Napoleone magari anche no) e nel culmine della commedia gettò il cappello a terra. Nella logica cortigiana, Metternich avrebbe dovuto inginocchiarsi a raccoglierlo, spolverandolo un po’ e porgendolo deferente a Sua Maestà Imperiale.

Invece, Metternich lo ignorò, ci camminarono attorno continuando a discutere, ma Napoleone aveva ormai capito di aver perso: l’Austria non si sarebbe inginocchiata a raccattargli il cappello.

Terminato l’armistizio (il 16 agosto) le ostilità ripresero e dopo pochi giorni ci fu la mattanza di Dresda. Che fu però – anche stavolta – solo una mezza vittoria, annullata dalle contemporanee sconfitte dei suoi generali, come lucidamente previsto dal traditore Bernadotte che aveva suggerito come strategia di lasciar stare Mamma Orsa e cercar di colpire gli orsacchiotti sparsi in giro per i boschi, tra la Boemia e Berlino. E così, i coalizzati evitarono di incontrare in campo aperto Napoleone – del quale temevano il genio e le intuizioni – preferendo rosicchiarlo ai fianchi, logorando la sua Grande Armata di pensionati e ragazzini fino a consumarla… Manovrando e rimanovrando per spingerlo in un cul-de-sac dalle parti di Lipsia. E fu lì – tra il 16 e il 18 ottobre – che ci fu la battaglia decisiva e Napoleone subì una sconfitta senza rimedio.

In definitiva, nulla di quello che aveva immaginato Napoleone accadde. L’armistizio fu un errore. Confidare nel cognato Imperatore d’Austria fu un errore. Sperare che il goffo Oudinot riuscisse da solo a conquistare Berlino fu un errore. Dare troppa fiducia alle capacità militari di Ney fu un errore. Sottovalutare gli avversari fu un errore e – in definitiva – tutti i colpi di genio, tutte le magie e tutte le astuzie del Grande Corso non servirono a nulla. Ma come si dice, il Signore acceca chi vuol perdere… Pertanto, le varie offerte di pace avanzate dai Coalizzati (terrorizzati dall’idea di mettere il piede in Francia) vennero respinte, una dopo l’altra, salvo accoglierle il giorno dopo il loro ritiro. In tal modo, Napoleone lasciò intendere da un lato di essere debole, dall’altro di non essere lucido. E malgrado le magistrali trovate della campagna di Francia del 1814, il conflitto terminò con l’abdicazione e l’esilio dell’Imperatore.

Tutta questa vicenda l’ho ricordata perché in questi giorni si discute di un possibile intervento nel mattatoio siriano. La vicenda di Napoleone è una conferma – una delle mille – che le guerre sai come cominciano, ma non sai mai come vanno a finire e che nulla va mai come previsto, ipotizzato o sperato. Si comincia sempre convinti che tutto sia rapido e indolore (“basteranno pochi consiglieri militari, nessuno se ne accorgerà” sussurrarono alle orecchie di Kennedy i generali per indurlo a mettere il becco nelle vicende del Vietnam) e poi, invece, altro che il classico “saremo tutti a casa per Natale”…

E così, prima di mandare truppe in Siria bisogna pensarci non una volta, ma 100. E poi, mandarle a fare cosa? con quale obiettivo politico? chi sono i buoni e chi sono i cattivi in quel luogo tormentato? Confesso che non lo so. O meglio, mi par di capire chi siano i cattivi, non so se ci siano dei buoni. Ma non voglio esprimere troppi giudizi, non voglio coprirmi di ridicolo prendendo posizioni solamente ideologiche o goffamente disinformate. Come quelle che leggo in giro in questi giorni.

Leggo di gente mossa da un antiamericanismo vecchio come il cucco, pronti a difendere un dittatore sanguinario e probabilmente un po’ folle pur di dar fastidio allo zio Sam. Gente che non si scandalizza o non si indigna davanti alla mattanza di civili perché “tanto sono filoarabi”. E quindi crepino donne e bambini, perché è questo che accade, purché la purezza ideologica sia salva.

Gente che non si capisce perché la disperazione delle masse oppresse finisca sempre per imbracciare la via dell’estremismo religioso (già, come mai non guardano al modello norvegese? così civile? che sciocchi che sono, che barbari), dimenticando come da noi – alla prima mezza crisi – invariabilmente si gonfiano le vele dell’estremismo politico.

Insomma, io non so bene cosa sia giusto fare con la Siria. So perfettamente che l’Occidente è ipocrita e disonesto (se in Siria ci fosse petrolio, saremmo già la da due anni), so perfettamente che molto di quello che ribolle nelle zone occupate dai ribelli è allucinante e spaventoso. Ma sono sconvolto dall’assenza di “pietas” e dalla faziosità di chi si dice contrario a intervenire.

Nelle posizioni di chi non vuole l’intervento – ed io sono tra questi, come ho spiegato – manca totalmente l’elemento umano della compassione, mentre domina quello dell’ideologismo cieco, con una totale assenza di razionalità e di senso morale. Come nel discorso sulle armi chimiche. “Le ha usate Assad”… “No, le hanno usate i ribelli”… quasi come se ciò avesse realmente importanza per scegliere cosa fare e con chi stare. E’ una guerra civile e le guerre civili non tirano mai fuori il meglio da un popolo. Non ci sono eroismi nelle guerre civili, non ci sono le barchette private dell’evacuazione di Dunkerque o i taxisti che portano la fanteria sulla Marna. Nelle guerre civili c’è solo sangue, brutalità e tanta merda buttata nel ventilatore.

Pertanto, io rimango senza una vera opinione. D’istinto sono contro l’intervento ma – vi prego – aiutatemi a motivare questa mia posizione con qualcosa di più intelligente del “non voglio darla vinta agli USA brutti, sporchi e cattivi”. Perché sono tutti brutti, sporchi e cattivi. Nessuno escluso.

 

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2 risposte a Tra Dresda e Damasco

  1. nodders ha detto:

    Condivido pienamente la riflessione.
    Io, che di anti-americanismo di parte non soffro, ma che di guerre che finiscono guerre non ho mai visto l’evidenza, sono contro l’intervento miliare occidentale.
    E intanto mi chiedo:

    a) Ma le armi chimiche a Assad chi le ha fornite? O peggio, come se le sarebbero procurare i ribelli?

    b) ‘sti ribelli, dall’incomprensibile logorrea religiosa, questi Kalashnikov nuovi, dove li pescano? In moschea? E la ammonizioni? [mio nonno nel ’43 da partigiano stava attento a non sprecarle, le granate].

    c) ‘ste zone catturate dai ribelli, ovvero la parte più povera di Damasco e co., insomma gente che solitamente non sguazza nell’oro e che di recente muore letteralmente di fame in condizioni polverose e misere, com’è che si fanno i video da mettere su Facebook dei bambini boccheggianti? Non e’ che le priorità sarebbero altre? E il minimo senso della decenza? Mia bisnonna, di nuovo nel ’43, quando le rubavano il fieno e i fagioli dalla stalla, s’incazzava come una bestia, che fossero partigiani o cosacchi. Che la fame e’ fame, e l’ideologismo e’ per chi ha la pancia piena.
    [PS Non metto in dubbio pero’ che molti siriani siano nelle condizioni di mia bisnonna].

    d) Infine, mentre, sui media occidentali scorrevano solo immagini inimmaginabili di quartieri periferici gassati, un giornalista della BBC intervistava in centro due giovani, col velo e gli occhiali da sole, che tranquillamente si bevevano un caffè al sole, manco un bistro parigino. E loro di pietas per l’accaduto non ne avevano alcuna. Anzi.

    E dovrei avercela io? Mentre ho il sospetto che ci sia in giro più di un po’ di manipolazione mediatica? Mentre tutti discutono di Obama e dell’America, sull’Iran e Arabia Saudita nessuno fiata.

    Mentre si fa leva sul nostro senso di pena per il prossimo (molto cristiano), i giordani tengono i rifugiati siriani dentro campi che con quelli di concentramento hanno molto in comune.

    Insomma, mentre si discute se l’America vada in guerra oppure no (no), nessuno discute sui problemi veri.

    Nulla di nuovo. Forse.

    Ma guerra, no, mai a mio nome.
    Mandate la croce rossa, spendete i miliardi a comprare tende, coperte, medicinali e cibo per i rifugiati, invece che missili e armi. Blocco su cielo, terra e mare. Smettetela di armare gente, e portate l’Arabia Saudite e l’Iran (e anche la Russia) di fronte alle proprie responsabilità.

    Mandate qualcuno a predicare ai ribelli che nessuna vittoria può essere pagata con la morte di bambini innocenti, e forse e’ il caso di smetterla di ammazzarsi. Tregua. Investigazione ONU. Mandato dal consiglio di sicurezza (caschi blu in strada come a Sarajevo), ma nessun intervento militare. Si convinca Assad a farsi delle lunghe ferie sul Mar Persico, e si faccia un governo “bipartisan”. Vediamo se funziona.

    Pane e nutella a tutti i bambini sotto i 15 anni e vacanze sul Mediterraneo in colonie di rieducazione per i ribelli sotto i 30 anni, con Sky Sport con la Premier League gratis. Amnesia sulle armi: scambiamo Kalashnicov e granate per motorini e pane fresco. Chissà, forse funziona.

  2. Bianca 2007 ha detto:

    Le guerre ci sono sin da Abele e Caino. Guai a chi non si sforza di conoscere la Storia nelle sue “zone grigie”, nell’avidità d’interessi mascherati da buonismo civile,da continue ipocrisie per coprirne ogni sporco,la responsabilità di chi era preposto a prevenirne l’avvanzamento “inarrestabile” e ha dormito anzichè mettersi in avamposto.
    Ciao. Ti si legge sempre con interesse. Veramente.
    Mirka

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