Saper raccontare…

Amo la Storia da quando ero ragazzino… Non so il perché, è una di quelle cose che si hanno dentro, senza una vera ragione. E soffro quando parlando con qualcuno sento la frase “ah, la Storia, la odiavo quando andavo a scuola… La prof. era fissata con le date”. Vero. Le date sono importanti, collocare la riforma protestante nel XVI° secolo piuttosto che nel XIX° non è ininfluente. Ma affermare che la Bastiglia venne presa nel 1788 invece che nel 1789 non è poi così dannoso, nel caso in cui non ci si trovi a dover stendere un saggio scientifico sulla Rivoluzione Francese.

Però mi chiedo, gli insegnanti (anzi, molto spesso le insegnanti, visto che Lettere sono in quasi esclusiva appannaggio delle Signore) si rendono conto di quanti danni fanno? con il loro modo fiacco e annoiato di spiegare una disciplina che spesso non capiscono o non conoscono. Ad esempio, io – con la Laurea in Scienze Politiche – non potrei insegnare Storia alle superiori. Eppure, ho sostenuto nell’ordine: Storia Medievale (30 e lode); Storia Moderna (30); Storia Contemporanea (30 e lode); Storia dell’Africa (30 e lode); Storia dei Trattati e Politica Internazionale (30); Storia degli Ordinamenti degli Antichi Stati Italiani (30 e lode); Storia delle Dottrine Politiche (30). In compenso, una delle mie amiche più care, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto insegnare Storia alle medie avendo sostenuto i richiesti due esami nella materia: nella fattispecie, Storia dell’Arte e Storia del Cinema.

Non so se dalla metà degli anni ’90 le cose siano cambiate, ogni 2 anni c’è una riforma epocale e magari, tra le pieghe, qualche decente innovazione è stata inserita, anche se il peso politico delle lobby sindacali del pubblico impiego (terrorizzate di regola dall’idea che il pubblico dipendente debba essere selezionato in base al merito) mi pare non abbia perso il controllo di tabelle ministeriali, graduatorie stravaganti e gabbole diverse, come quella che – spero non più in vigore – per l’accesso all’insegnamento attribuiva più punti a una gravidanza di quanti non ne attribuisse a un dottorato di ricerca…

fotoEppure, lo studio della Storia, se lo si estrapola dal burocratismo fiacco delle scuole, è appassionante, se chi scrive non ha in mente solo quello che penseranno i propri colleghi accademici (ragion per cui, molti libri di storia scritti da professori universitari sono illeggibili). Se chi scrive, scrive per raccontare, non per vincere il concorso di professore associato.

E’ il caso di Roma 1943 di Paolo Monelli. Si tratta di un testo non recente (1945), ma ancora a catalogo da Einaudi. Racconta la storia della città di Roma nel fatidico anno della caduta del Fascismo, dell’Armistizio e dei primi mesi di occupazione tedesca. E lo fa con l’occhio intelligente e curioso di chi sa scrutare oltre i documenti e gli atti formali per entrare nell’animo e nel cuore dei protagonisti che vuole raccontare… E questo gli consente di descrivere con poche frasi un mondo intero, tratteggiando con estrema precisione ritratti capaci di dare un senso al perché delle cose.

Ad esempio, queste note relative al “bellicismo” italiano dopo 20 anni di retorica ipernazionalista, ipermilitarista e ipermachista:

«Da quando saltò in mente al segretario del partito che il bollettino della guerra si dovesse ascoltare in piedi, la gente si alzava distrattamente alle prime parole della radio, “Trasmettiamo il bollettino numero tale”, con lo stesso gesto ovvio con cui ci si cava il cappello al passaggio di un carro funebre […]. Quando il motto “Vincere!” appena inventato, divenne obbligatorio, gli uffici, i ministeri, gli enti pubblici e privati non stettero tanto a scervellarsi; fabbricarono uno stampo apposta e quando le lettere erano pronte per la firma, un usciere mezzo addormentato stampigliava con bollo e cuscinetto in fondo a ogni foglio l’eroico motto.»

625_001Ecco, onestamente non credo si possa tratteggiare meglio lo spirito rassegnato, il vuoto assoluto, la patetica retorica di un regime cialtrone e straccione, che farebbe ridere se solo non avesse sprofondato il Paese nel sangue e nella distruzione. E questo Mussolini, dittatore cinico, vigliacco e incapace, che pure continua (anche oggi) ad avere un discreto seguito di imbecilli incolti che si ostinano a credere che i suoi Fori Imperiali in cartongesso nascondessero una politica, una visione e una proposta seria e reale per l’Italia…

Certo, ci vogliono i grandi saggi scientifici, ricchi di dati macroeconomici, analisi sociologiche o militari per spiegare quello che accadde nel triennio 1940-1943 e perché un regime che sembrava solidissimo a un certo punto si sfarinò come un castello di sabbia seccata. Ma resta impressa l’immagine dell’usciere pigro e imboscato, che magari chiacchierando con un altro collega più pigro di lui, piazza fiaccamente “l’eroico motto” mentre nel frattempo gli alpini della Julia perdevano il 75% dei propri effettivi, morti nella disastrosa ritirata di Russia, uccisi dal freddo e dal fuoco dei sovietici in avanzata…

Ma la Roma dei ministeri, del potere e dei timbri era lontana, nel 1943 come oggi…

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4 risposte a Saper raccontare…

  1. Marco Rossi ha detto:

    molto bello questo post. Del libro mi ricordo che me ne avevi parlato. magari me lo presterai

  2. marckuck ha detto:

    Come faccio a non prestarlo dopo i complimenti pubblici 🙂

  3. gionocio ha detto:

    uhm, e il resto dei voti del libretto?

  4. marckuck ha detto:

    Gionocio, tu il libretto lo hai visto… anche se è passato un po’ di tempo da allora…

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