Tutto è come sempre

Alcuni anni fa ho dedicato un post a un libro di storia che mi era particolarmente piaciuto per il tono vivido e brillante con il quale venivano riportati in vita fatti e personaggi collegati con il declino e la crisi dell’Impero Romano.

cartagineHo ripreso in mano il libro durante le ore pingui e caloriche che caratterizzano i Saturnali e ieri sera l’ho passata a rileggere le vicende successive alla perdita di Cartagine avvenuta nel 439 e confermata dalla pace rinunciataria del 442. I tre anni intercorsi tra la caduta del “regno di Didone” e la formalizzazione della rinuncia definitiva furono impegnati nell’organizzazione di una spedizione militare congiunta (cioè anche con il supporto delle risorse economiche e militari della parte orientale dell’Impero), riuscendo a mettere insieme centinaia di navi e forse 50.000 soldati per tentare la riconquista. Un attimo prima di partire, però, la spedizione venne annullata perché erano sorte altre rogne in altre parti del traballante impero e quindi il D-Day nordafricano venne rinviato sine die. Ci riprovarono nel 468, con forze ancora più ingenti, ma fu l’ultimo disastro prima della fine.

La perdita dell’area cartaginese fu uno shock anche economico, considerato che la Tunisia era una delle province più ricche dell’Impero e che nell’area africana rimasta sotto il controllo romano i danni erano stati tali, la devastazione economica era stata tale che per molti anni ancora il gettito fiscale proveniente dalle zone che avevano vissuto la guerra fu ridotto quasi a zero.

Alla corte di Valentiano III si cercarono quindi controrimedi per rimettere in piedi il Nord Africa senza per questo perdere altri pezzi e rileggendo ho notato ancora una volta che, in fondo, le strade adottate dai governanti sono sempre quelle, ovunque e in ogni contesto. Dentro il “cerchio magico” dell’Imperatore qualcuno sosteneva infatti di incrementare il gettito aumentando la pressione fiscale sulle aree rimaste estranee alla guerra per impiegare il maggior gettito in politiche di supporto al rilancio dell’economia nelle province africane superstiti (Byzacena e Tripolitania): la classica strada “keynesiana” del tassa & spendi. Altri consiglieri, invece, sostenevano che le comunità devono salvarsi da sé e quindi la via migliore fosse quella degli sgravi fiscali nelle zone disastrate, per consentire che la “ripresina” non finisse soffocata in culla dalla rapacità dei funzionari di “EquiRoma”: questa è grosso modo la strategia tipica dei liberisti, basata sul principio che se lo Stato rimane un po’ sulle sue, si abbassano le tasse e si lascia fare, l’economia si sistemerà da sola. Infine – terza via – la “spending review” tanto cara ai Professoroni antistatalisti e ai burocrati di Bruxelles (l’altro Impero con i conti sempre in traballo): se le province non possono contribuire e la pressione fiscale non si può incrementare, allora bisogna tagliare le spese, quindi come soluzione ideale il congedo immediato per circa 18.000 soldati.

Di fronte alla pluralità delle opzioni, con piglio straordinariamente moderno, Valentiano III e il suo primo ministro Flavio Ezio decisero di non decidere. O meglio, scelsero di fare un mix tra tutte le soluzioni, strategia tipica di chi brancola nel buio, come Valentiniano. E come quasi tutti gli altri governi in tutte le altre epoche.

Perché per quanto ci diamo da fare, per quanto fingiamo di creare soluzioni nuove, per quanto ci sforziamo di percorrere strade non battute prima, aveva ragione Benedetto Croce quando scriveva che “la Storia è sempre Storia Contemporanea”. E che – aggiungo io – in fondo è sempre tutto come sempre…

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Una risposta a Tutto è come sempre

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Me lo ricordo bene quel post che tenni a lungo nell’archivio dei miei documenti. Tutt’ora condivido il nesso il senso la coclusione. Anche Pessoa lo farebbe sicuramente. AUGURI comunque. Ciao,Mirka

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