Il duro mestiere del maestro…

Il mio maestro mi dava gli schiaffi. Sonori ceffoni in faccia che facevano sentire caldo… Non solo a me, ovviamente, ma a quanti lo meritavano e io ero talvolta tra questi. Era un mondo diverso, era il periodo tra il 1973 e il 1978 e nessuno dubitava che il metodo didattico del maestro Enrico fosse sbagliato.

Il maestro Enrico non era un “reazionario”. Era un militante del PCI ma – nonostante questo – lungi dal fare l’insegnante “post-sessantottino” tutto dialogo e niente autorità, insegnava a fare le corniciette. Dettava problemi che erano poesie (“la mamma va al mercato e compra le pere, ma non le prime pere che trova, sceglie solo le pere william, che hanno una buccia più sottile, sono molto dolci ma i bambini devono mangiarle con il tovagliolo attorno al collo perché il loro succo gocciola giù e rischia di macchiare la camicia pulita…“). Spiegava in modo vivido cose complesse (fu il primo a insegnarmi l’articolazione del potere nel Medioevo: portò in classe una scacchiera e ci insegnò a sistemare i pezzi, spiegando che “al tempo dei castelli” la figura più importante erano il Re e la Regina, a fianco a loro i vescovi (alfieri), quindi i nobili, che combattevano a cavallo e i borghesi che vivevano nelle città, protetti da cinta murata (le torri). Il popolo (pedoni) contava poco o nulla e si usava per “aprirsi un varco e proteggere i pezzi pregiati”).

Ora non si danno più gli schiaffi (e questo è un bene, ne sono certo)… Ma quella scuola credo non esista più. Oggi i genitori mettono becco, le dottrine “antiautoritarie” la fanno da padrone e tutte le mamme sono convinte di avere a casa un novello Mozart o Picasso, magari perché il piccino ignaro si diverte a suonare una tromba di plastica o a pasticciare con i pennarelli. Io di queste cose non so nulla: non ho mai insegnato alle elementari (lavoro che ritengo di una difficoltà superiore a ogni umana comprensione) e non ho figli, quindi non intendo parlare “degli altri”, ma di me… Uscire da una scuola “vecchio stile” non mi ha reso un uomo più conformista, più retrogrado, più chiuso, succube al potere o refrattario alla sperimentazione culturale e aver mandato a memoria “La cavallina storna” forse non mi ha reso un letterato, ma certo non mi ha emotivamente danneggiato…

A tutto questo pensavo leggendo un post del “maestro” Alex Corlazzoli intraprendente e iperattivo collaboratore del Fatto Quotidiano. Essendo un maestro (con tanto di stipendio pubblico) e avendo tutto questo tempo per scrivere libri, esprimere opinioni, viaggiare, tenere rubriche, twittare e likeare, verrebbe da pensare che forse il carico di lavoro previsto per i maestri sia decisamente limitato, tanto da rendere tale attività professionale secondaria e accessoria, ma il punto non è questo. Il “maestro” nei suoi post si batte costantemente contro l’educazione “tradizionale” (qualsiasi cosa questo voglia dire) e forse avrà ragione, l’esperto è lui, non io… ma il suo ultimo post, in cui invita a “non assegnare compiti per le vacanze, ma sostituirli con la lettura di un libro, la visita a un museo o a una città d’arte” va un po’ oltre… “Preferisco che un mio alunno visiti il Louvre a Parigi o il sito archeologico di Pompei piuttosto che compilarmi o far compilare il quiz di storia del libro per le vacanze” ha scritto in un post precedente…

Ecco, temo ci troviamo di fronte a un mix tra il classismo di destra e lo snobismo radical-chic di sinistra. Un impasto micidiale. Se vale il “leggete quello che volete”, il maestro che ci sta a fare? e tutto questo presuppone un contesto famigliare dove il bambino abbia l’opportunità di scelta, con genitori che si assumono la responsabilità di pensare un percorso educativo in autonomia, quindi un contesto acculturato e evoluto già in partenza. In quanto poi al “andate in un museo, fate un viaggio” si da per scontata la residenza in luoghi dove un museo esista e – soprattutto – risorse economiche per fare una bella gita di famiglia, anche solo di un giorno. E questo senza tirare in ballo il Louvre o Pompei, dove  – tra l’altro – oltre che il denaro, serve anche la cultura, sempre che non si ritenga formativo per un bambino correre davanti a una fila ininterrotta di opere d’arte senza qualcuno che gli spieghi qualcosa…

Perché scrivo tutto questo? Innanzitutto, perché mi puzza di perbenismo progressista lontano un miglio e quindi mi provoca l’orticaria… e poi beh, per condividerlo, ovviamente. Sul Fatto Quotidiano ho – in estrema sintesi – risposto al post del “maestro” con gli stessi argomenti che porto qua, ma figuriamoci se questo risponde a me o agli altri lettori: se non ha tempo o voglia di correggere i compiti per le vacanze, vuoi che sprechi tempo dietro a un Marckuck qualsiasi?

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7 risposte a Il duro mestiere del maestro…

  1. wwayne ha detto:

    A mio giudizio il problema più grande dei bambini di oggi é che non sono soltanto i maestri ad abdicare al proprio ruolo, ma anche i genitori.
    Purtroppo pochissime persone sanno fare i genitori. E non soltanto perché si tratta di un compito difficile, ma anche perché oggi molti non hanno la minima voglia di star dietro ai propri figli. Preferiscono affidarli alle cure di mamma tv e papà computer, liberarsi di loro come ci si libera di un venditore porta a porta o di un collega troppo appiccicoso.
    Il risultato é che molti giovani crescono come animali allo stato brado, senza ricevere una vera educazione. Si comportano in maniera estremamente maleducata e non se ne rendono nemmeno conto, perché loro per primi non hanno la percezione di cosa é educato e cosa non lo é.
    Per lo stesso motivo molti giovani non si applicano allo studio. Se da bambino i tuoi genitori non ti hanno insegnato quanto sia importante studiare, se non hanno fatto i poliziotti controllando ogni sera se avevi fatto tutti i compiti, tu crescerai senza capire il valore dell’ istruzione, vedendo i compiti per casa come una cosa che si può anche non fare.
    Lo stesso luogo della scuola viene visto da molti studenti unicamente come un posto in cui spassarsela con i propri amici, esattamente come un bar o un luna park. Non pensano “Vado a scuola per imparare”, pensano “Vado a scuola per divertirmi.” E quindi sul quaderno invece di prendere appunti fanno disegni osceni, invece di ascoltare la prof chiacchierano con il compagno di banco e così via.
    Spesso i genitori non solo non educano i propri figli, ma non si accorgono neppure dei loro problemi, o se ne accorgono soltanto quando la situazione é ormai irrecuperabile. Ad esempio, se il figlio va male a scuola da Settembre loro se ne accorgono soltanto a Febbraio, quando vanno a ritirare la pagella. Se il figlio si droga, loro non se ne accorgono dopo le prime canne, ma quando il ragazzo é già passato alle pasticche. Manca un controllo costante della situazione, molti genitori danno solo un’ occhiata ogni tanto. E quando prendono delle contromisure (punizioni per i comportamenti sbagliati, ripetizioni per il rendimento scadente eccetera), lo fanno per mettersi a posto la coscienza, per dire a se stessi “Ahò, il mio l’ ho fatto”, non perché vogliano sinceramente risolvere i problemi del figlio.
    Io in questo mi ritengo estremamente fortunato, perché i miei genitori non hanno mai cercato di liberarsi di me, mi hanno educato con attenzione e hanno sempre voluto tenere il polso della situazione su tutti i fronti: scuola, amicizie, sport eccetera. Controllavano perfino i libri che leggevo e i cartoni che guardavo. Ovviamente la cosa mi irritava (già da bambino tenevo molto alla mia privacy), ma crescendo ho capito che il bravo genitore deve comportarsi esattamente così, a costo di rendersi impopolare davanti al figlio.
    Per fortuna hanno evitato anche l’ eccesso opposto, quello descritto nel tuo post e incarnato da quei genitori che soffocano il figlio con attenzioni ed aspettative esagerate, si autoconvincono che sia la perfezione fatta bambino e sbranano chiunque osi insinuare il contrario.

  2. marckuck ha detto:

    Sei piuttosto severo con i genitori attuali, anche se riconosco che – da ex insegnante delle superiori – qualcuno che combacia con il tuo modello l’ho incontrato. Ricordo in una prima, c’era un ragazzo che in aula dormiva (nel senso letterale, abbassava la testa, chiudeva gli occhi e ronfava). Io lo svegliavo e rimproveravo e quando l’ho detto a sua madre mi ha risposto “poverino, è che vede la tv fino a tardi e la mattina è stanco”. al che io ho detto “signora, lo mandi a dormire prima”… la risposta fu: “come si vede che lei non ha figli, mica si può proibire qualcosa!.” E’ questo un po’ il problema, se non sempre spesso…
    PS ho sentito tutte le canzoni, 2/3 mi piacciono 🙂

  3. wwayne ha detto:

    Dovresti fare un post (o meglio ancora, una serie di post) in cui raccogli aneddoti di questo tipo. C’é una prof tuttora in attività che lo fa (il suo blog si chiama come lei, marisasalabelle), e da quando l’ ho scoperta leggo con vivo piacere ogni singolo post che pubblica.
    E’ anche una dei pochissimi bloggers che ha l’ educazione di rispondere ai commenti, e anche questo non basta.
    Mi fa piacere che le canzoni ti siano piaciute. Grazie per la risposta! : )

  4. gionocio ha detto:

    Dopo “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, “Gli scacchi e l’articolazione del potere nel Medioevo”! Leggendo ho sentito il calore del ricordo del tuo schiaffo sulla mia guancia, mirabile post, da consegnare agli annali.

    Io avevo una maestra, la signora Noemi, che mi ha insegnato a conoscere ed amare Miró e Kandinsky, prima di ogni altro artista, attraverso libri di fiabe illustrati e ispirati alle loro opere.

    Circa i genitori di oggi, concordo con wwayne: non ho esperienze professionali di insegnamento, ma ascolto quotidianamente colleghi e colleghe di lavoro, e mi rendo conto che il quadro è proprio ben rappresentato dalle sue parole. Purtroppo.

  5. Prof. sono d’accordo con Lei, io in un certo senso posso riportarLe la testimonianza diretta di una professoressa di lettere delle medie, mia madre, che in questi anni ha perso totalmente la voglia di insegnare e rimpiange ancora i primi anni quando lo faceva con passione e aveva dei riscontri positivi dai ragazzi, alcuni tornavano dopo anni dicendo “Lei è stata la prof più cattiva che abbia mai avuto, ma mi ha insegnato a lavorare duro ed è servito, sono arrivato alle superiori più preparato di tanti miei amici, grazie”. Ora come ora ai ragazzi non interessa più niente e come detto nel commento precedente si è perso quel senso di andare a scuola per imparare, ora si va a scuola per vedere gli amici e divertirsi (anche se è giusto che quest’aspetto esista). Io ho 22 anni ma noto un abisso con ragazzi delle nuove generazioni, le politiche di perbenismo e del “Genitore Amico”, oltre alla tendenza al disinteresse (causata anche dall’aumento della mole di lavoro dei genitori e del lavoro che arriva anche a casa tramite il PC in alcuni casi), hanno causato uno shock enorme nel rapporto Genitore-Figlio. Ad esempio fanno ridere, ma al tempo stesso piangere, alcune vignette dove si riporta un immagine targata 1990 o 2000 dove i genitori si arrabbiavano col figlio per la nota, con a fianco un immagine dei giorni nostri con i genitori che si arrabbiano con i professori per la nota. Tutta questa protezione data alla gioventù ha finito per rovinarla, non sto dicendo che il telefono azzurro o simili siano sbagliati, ma un sano schiaffone ogni tanto non farebbe male. I genitori, a mio avviso, devono avere un minimo di autorità per insegnare al figlio ed è sbagliatissimo quando i genitori si mettono in contrasto ed uno rimprovera il figlio/a e l’altro genitore lo consola.
    L’esempio da lei citato sul ragazzo che dormiva è molto preoccupante ma purtroppo le reazioni dei genitori si stanno sempre più omologando a quella del genitore citato. Io mi ricordo genitori di miei compagni di classe alle superiori che protestarono per 3 libri da leggere durante le vacanze estive, tra l’altro tutti facilmente reperibili in biblioteca. Ora come ora i genitori protestano sempre più per i compiti a casa, che secondo loro sono eccessivi ma il tempo che occupano non viene integrato da attività complementari o culturali dei genitori, lo integra la TV che è diventata ormai un mostro. (Per i videogiochi io sono un pò più cauto poichè ho sempre giocato parecchio al PC e spesso alcuni giochi mi hanno insegnato cose di storia prima di impararle a lezione, ma ciò nonostante non sono venuto meno ai miei obblighi di studio).
    Non è certamente solo colpa dei genitori, la scuola è sempre stata uno strumento elettorale, spesso è stata utilizzata come parcheggio per quei laureati che non riuscivano a sfondare nelle loro materie di studio (tipo architetti / dams che insegnano arte o disegno tecnico) e negli ultimi anni il morale della classe insegnante è calato sempre più a causa dei tagli ai fondi e al personale, ma questo è un altro tema molto complesso nel quale preferisco non addentrarmi.

  6. marckuck ha detto:

    Alessandro, condivido molto di quello che hai scritto. Il principio di autorità è la base – piaccia o no – di qualsiasi forma di convivenza collettiva perché strettamente connesso con il tema del rispetto delle regole. “Noi rispettiamo la legge perché siamo liberi” diceva Cicerone e questo significa che solo dentro dei confini esiste libertà, altrimenti è anarchia e legge del più forte.
    Mi fa piacere che anche un “nativo digitale” dell’epoca del “spendi e divertiti” sia sensibile a queste cose…

  7. La ringrazio del complimento, ciò nonostante non è sempre facile essere sensibili a queste cose, infatti ho sempre avuto dei rapporti contrastanti con i compagni di classe, tendendo a difendere alcuni punti di vista di alcuni professori. Anche perchè ho sempre notato la totale mancanza di cultura generale che si sta diffondendo, già tra le persone della mia generazione. Alle superiori leggevo i giornali e mi interessavo di politica, ho fatto il rappresentante di istituto e ho lottato con il sindacato studentesco per offrire nuove opportunità alla scuola, ma molte volte sono rimasto deluso vedendo la scarsa partecipazione ad assemblee dove si discuteva delle riforme della scuola con esperti o ad assemblee su temi culturali importanti che spesso non vengono trattati a scuola per mancanza strutturale di fondi e tempo. Sono rimasto anche deluso dalla partecipazione alle manifestazioni vista come via per saltare scuola, evidentemente ho una visione troppo sessantottina, ma si è persa la voglia di combattere per i propri diritti, oramai si vede tutto come acquisito.

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