Il colore dei libri

Handbury2

Ieri notte ho finito di leggere – penso per la terza volta – Mansfield Park, uno dei capolavori di Jane Austen. E’ un libro che prendo in mano ogni volta che sono in tensione, sono agitato e ho bisogno di rilassarmi… E le vite parallele della brillante Mary Crawford e della petulante e frignona Fanny Price riescono a distendermi e riconciliarmi con l’universo circostante.

Chiudendo il libro mi è venuto in mente che tutte le volte che mi capita di pensare a Mansfield Park la mia immaginazione assume due colori: il rosso e il verde, entrambi nella loro variante più tenue. E’ un’idea che mi sono fatto perché immagino la dimora di Sir Thomas Bertram in mattoni rossi, come nello stile architettonico del primo ‘700, durante gli anni della buona regina Anna. E non c’è una vera ragione perché la villa non è descritta in alcun modo e non sappiamo se il titolo di baronetto di Sir Thomas sia recente o antico… e il verde tenue? beh il verde dolce dei prati inglesi, anche se nessuno di noi sa se il parco di Mansfield avesse cineserie, macchie di roseti, cespugli di ginestre o intricati labirinti con al centro una meridiana elisabettiana… E così, prima di addormentarmi, mi sono messo a pensare agli altri colori che associo ai miei libri preferiti e ne viene fuori una gamma niente male.

Rimanendo in Inghilterra e pensando alle commedie d’ambiente di Oscar Wilde (ad esempio Un Marito Ideale, forse la mia preferita) mi vengono in mente il blu e l’avorio… Perché? non lo so. In fondo si svolgono a Londra e quindi – magari – sarebbe opportuno il mogano delle librerie o il grigio delle strade… Eppure blu e avorio sono i colori delle commedie wildiane, almeno per me, poi chi mai può sapere che cosa ne pensasse lui mentre le creava.

I colori di Mansfield Park ritornano quando penso a 100 Anni di Solitudine. Anche il capolavoro marqueziano lo immagino in rosso e verde, ma questa volta i colori sono molto più vividi. Il rosso è forte, intenso, caldissimo come il sangue e il verde è scuro, scurissimo come immagino sia la vegetazione delle foreste pluviali. Il romanzo di Garcia Marquez in realtà potrebbe prestarsi a tutt’altra gamma di colori, ma è l’accoppiata rosso cupo-verde scuro quella che sento predominare.

Tutt’altri colori li associo al Gattopardo. Quante volte l’ho letto e riletto? non ne ho idea, ma so solamente che ne ho più copie, perché ovunque vado devo poterlo avere a portata di mano. E il Gattopardo è giallo, in varie tonalità. Il giallo brillante e accecante del Sole, quello più polveroso delle strade sterrate e quello macchiato e scrostato dei palazzi nobiliari. E assieme al giallo il rosa antico dei pizzi e del taffetà ostentati durante il principesco ballo palermitano, quello delle illusioni, dei rimpianti e delle delusioni… Se però rimango nei classici italiani che ho amato, arrivo ai Promessi Sposi. Il capolavoro di Manzoni è bello, accidenti se è bello. Bello ma fatto odiare agli studenti italiani, costretti a sentire tutta una serie di chiacchiere sulla Provvidenza, sul Patriottismo sul blablabla, con il rischio di perdere interesse per la trama, per il sottile umorismo con il quale sono descritti i personaggi, per i colpi di scena che si susseguono. Le vicende di Renzo e Lucia hanno colori diversi, però uno su tutti: il grigioazzurro… E’ il colore delle albe nebbiose sul lago, quando l’acqua e il cielo si confondono, le figure appaiono appena tratteggiate e nulla è realmente come sembra.

I colori del Gattopardo ricompaiono quando penso al Cacciatore di Aquiloni, lo splendido romanzo di Khaled Hosseini. Anche l’Afghanistan del romanzo mi fa pensare al giallo, anche se più virante verso l’ocra. Però il giallo ocra dei bambini lascia poi spazio al marrone scuro, al blu notte e al bordeaux. Tutti colori cupi, colori di violenza, colori di sofferenza. Colori che dovrebbero c’entrare poco con i bambini e invece…

Il blu piombo è il colore di Parigi. Certo, c’è il verde dei parchi, ci sono le policromie delle vetrate decò, c’è il bianco dei marmi e l’oro dei fregi nei palazzi e delle glorie imperiali. Ma il blu piombo dei tetti e quello – appena più chiaro – delle acque della Senna è il colore dell’Eleganza del Riccio. Quanto ho gustato quel libro, quanto mi sono sentito vicino alla portinaia innamorata di Anna Karenina e quante volte anche il mio animo assume una tonalità blu piombo. E che il blu piombo sia il colore giusto mi viene confermato anche da un particolare ulteriore: è il colore che associo ai romanzi di Simenon incentrati su figura e indagini del Commissario Maigret. Anche Maigret è blu piombo, ma non solo: c’è anche molto marrone nelle sue vicende, un po’ nella tonalità tabacco e un po’ in quella ruggine delle inferriate e dei lampioni. Il ruggine – un po’ marrone, un po’ rosso – del sangue rappreso, dopo un delitto senza nome. Un marrone diverso da quello che associo a Nero Wolfe. I romanzi di Rex Stout fanno anche loro parte del mio immaginario classico, ma questa volta il tono di marrone è più scuro, da libreria in mogano, come in mogano sono i mobili del suo studio e certo anche la poltrona in pelle sulla quale siede con il peso dei suoi 150 kg è marrone scuro. O forse color prugna, vallo a sapere! Però talvolta, pensando a Nero Wolfe, mi vengono in mente toni rosa chiaro, pervinca o bianco. Sono colori da orchidea, chissà mai perché.

E infine non ho dubbi su un altro dei miei libri “di sempre”. Ho letto Se Questo è un Uomo per la prima volta penso nel 1982 o 1983, non avevo ancora 16 anni. Poi l’ho riletto più volte, rimanendo sempre molto colpito per lo stile asciutto, per l’apparente distacco del protagonista intento a descrivere le proprie personali, enormi sofferenze e – con esse – quelle di altre anime infelici dentro l’orrore di Auschwitz. Ed è un libro in bianco e nero… un libro dove i colori sono il grigio antracite delle divise, del fumo dei forni e della morte. E con esso,  il bianco sporco del ghiaccio e della brina che immagino dovesse essere ovunque durante gli inverni gelidi della Polonia.

Perché era l’inferno e – in fondo – anche Dante immagina Lucifero immerso fino alla vita dentro un ghiaccio eterno e senza speranza.

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7 risposte a Il colore dei libri

  1. alexsandraclaudia ha detto:

    Mi vengono alla mente il rosso del cappottino della bimba di Schindler’ s List, in mezzo al grigio plumbeo del’ orrore nazista, il non-colore della nebbia che avvolge la scena finale di Casablanca, il bianco abbagliante della neve nel Dottor Zivago, ma in particolare i colori di Via col Vento, film che vidi per la prima volta al cinema, da ragazzina, insieme alla mia dolce amica Grace: il verde smeraldo degli occhi di Rossella O’ Hara, come l’abito che si fece con le tende del salotto buono, la terra rossa di Tara, il cielo nero avvolto dalle fiamme durante la rocambolesca fuga da Atlanta. Alla mia Grace sarebbe piaciuto tanto questo post.

  2. marckuck ha detto:

    questi sono film però… non libri. I film è più facile perchè si vede, non si immagina

  3. alexsandraclaudia ha detto:

    Forse l’ autore non ha capito che sia che si parli di film o di libri, chi legge ha la libertà di interpretare in maniera del tutto personale il post. E se chi scrive riesce ad evocare in chi legge riflessioni e ricordi, seppur diversi dal tema di fondo, è senz’altro un buon scrittore. E poi anche a scuola a me piaceva andare fuori tema.

  4. marckuck ha detto:

    Ah figurati, l’Autore è contento quando legge commenti ai post non letti e viene utilizzato per parlare d’altro… uno può scrivere quel che vuole, in fondo è “il salotto di Marckuck” non “la Questura di Marckuck”…

  5. alexsandraclaudia ha detto:

    Forse è perché fingo solo di leggere i tuoi post che credo tu sia un buon scrittore 😉

  6. gionocio ha detto:

    vorrei un caffè e un bicchiere d’acqua, Lete o Ferrarelle.

  7. Paola ha detto:

    …sieta la versione intellettuale di Sandra e Raimondo…che vita grama, che grama vita frrrrrrrr (rumore dei piedini sotto le lenzuola…… )

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