La Parata delle Illusioni

Quello splendido canale che è Sky Arte ha trasmesso una serie della BBC del 2012 tratta dalla tetralogia “Parade’s End” di Ford Madox Ford, scrittore del quale – dotto come sono – ignoravo pure l’esistenza, ma che pare abbia scritto tanto e di tutto, tra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo. La serie è curatissima, con una recitazione di qualità e una sceneggiatura d’alto livello. Cioè le tre cose che mancano nelle fiction della Rai, una più ributtante dell’altra. Ma il tema non è quello… Il tema è la mente e il cuore del protagonista, Christopher Tietjens, interpretato dal neodivo Benedict Cumberbatch, con la sua faccia da quintessenza dell’Estate Edoardiana.

old-fashioned-man-900Christopher vive nella consapevolezza che il mondo che lui ama e nel quale si riconosce, la gentile Inghilterra del buon Re Edoardo VII, si sta lentamente ma inesorabilmente sgretolando sotto i suoi occhi… Il crollo dei valori di rettitudine, di decoro, di correttezza che per lui sono fondamentali e che lui vede ogni giorno meno presenti nella propria vita, sia in ambito famigliare, sia in ambito professionale o sociale. E lui stesso si trova diviso tra rispetto dei propri principi e tentazione di cedere, di rassegnarsi e – alla fine – ecco la I Guerra Mondiale, orribile lavacro e sigillo definitivo del tramonto di un Mondo. Come mirabilmente scritto da Barbara Tuchman nell’incipit de “I Cannoni di Agosto”, “Il sole del vecchio mondo stava calando con un ultimo sfarzo di colori: uno sfarzo che nessuno avrebbe più veduto“.

Certo, l’Età Edoardiana non era tutta passeggiate nel verde, lente sfilate ingioiellate verso la sala da pranzo, abiti di lino chiari e cappelli di Panama. Era anche colonialismo feroce, industrializzazione spietata, darwinismo sociale. Ma si sa, quando un mondo sta morendo, il declino suscita anche un senso di pietas e di nostalgia per il tuffo nell’ignoto che in Nuovo inevitabilmente comporta. Ma il punto non è questo, il punto è il disagio davanti al Passaggio.

In questo mi riconosco molto in Christopher. Anche io so che – poco prima della mia nascita – esisteva un mondo forse più ipocrita e provinciale, ma più elegante, più cortese, più lento e meno selvaggio. Il mondo degli anni ’60, spazzato via dal chiacchiericcio ideologico degli anni ’70, che altro non è servito che a preparare le basi per il riflusso edonistico e reazionario degli anni ’80 e poi al disastro globale nel quale tutt’ora viviamo. Certo, trovo beneficio nel progresso scientifico e tecnologico dei nostri anni, così come in una maggiore diffusione della democrazia formale, ma per il resto… i miei valori di sobrietà, di cultura non ostentata, di buona educazione, di tolleranza, quanto sono ignorati nel mondo attuale, che privilegia il chiacchiericcio, la twittocrazia, la vanità… Il mondo dei talent show (che pure io guardo) che fanno credere ad ogni coglione di poter diventare “un divo” senza saper far nulla o quasi. Il mondo dei soldi fatti senza accompagnarsi ad adeguata crescita culturale, anzi disprezzando chi perde tempo sui banchi di scuola. Il mondo in cui il desiderio di essere parte della massa, del gregge è ormai a livelli parossistici e solo nel mucchio del numero pare avere un senso vivere.

Non è il mio mondo, come non è mio un mondo che mortifica le relazioni umane svilendole in una intimità tanto facile quanto ipocrita e fragile. Mi tornava in mente leggendo queste righe: “Stava accadendo tutto troppo vicino a me. Desideravo ardentemente tornare a far parte della cerchia esterna che ruotava intorno alla famiglia. Gli americani capiscono davvero poco quando sviliscono le semplici conoscenze in favore delle amicizie vere e reali. E’ nella conoscenza superficiale, accompagnata da cene deliziose, tranquilli fine settimana, scambio di pettegolezzi in ambienti pittoreschi ma priva di una vera e propria intimità, di responsabilità, che sta il fascino maggiore delle relazioni sociali. Io sono un osservatore. Essere costretto a partecipare attivamente mi crea problemi“. (J. Fellowes, Snob, p. 202-203).

Anche in queste righe mi riconosco abbastanza. Infatti, dietro una cortesia formale penso ineccepibile, trascino con me una fama (non so quanto meritata) di scorbutico, di misantropo, di solitario, forse quasi di sociopatico. E lo riconosco: non sono facile alle passioni, non sono facile alle gite “tutti assieme”, non è facile trascinarmi fuori di casa. E quando esco, sto un attimo ad annoiarmi, a far vagare la mente e a sbirciare l’ora, sempre meno di nascosto… E soprattutto non sono fatto per le amicizie intense, sopra le righe, vissute a 1000 all’ora. Forse perché il termine “amico” o “amica” non amo svilirli concedendoli con facilità. Quante sono le persone che considero tali e che hanno avuto un ruolo nella mia vita? non più di 6-7, tra vivi e morti. E quanti numeri di telefono ho nel cellulare? 322. Il rapporto è assolutamente improponibile…

E il punto è  – tornando a Parade’s End – il profondo disagio che quotidianamente provo, sentendomi fuori luogo in un contesto nel quale non ho concorso a scrivere le regole del gioco e dal quale non posso neppure sottrarmi. Un conflitto tra Ragione e Sentimento che non si potrà sciogliere mai e che dovrò portarmi dentro per sempre. Fino all’ultimo giorno…

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