Macondo alla pompa di benzina

Non c’è nulla di intelligente o sufficientemente profondo che possa dire per fa comprendere perché la morte di Gabriel Garcia Marquez mi lascia attonito. Ho letto molti dei suoi libri, ma non sono un critico letterario. Vorrei riuscire a spiegare perché mi piacciono, ma non scrivo abbastanza bene per essere all’altezza anche solo di parlare della sua opera… Vorrei dire che le emozioni che ho provato leggendolo hanno trovato uguali solo in certe canzoni dei Beatles, in certe demivolée di McEnroe, in certe scene di Amarcord e in certi piatti della nonna, ma sarebbe pure questa una constatazione alquanto riduttiva. E poi – in fondo – sarebbe un parlare di me, non di lui…

E allora mi limito a riscrivere un post che avevo pubblicato l’1 ottobre 2007 limitandomi a invidiare con tutto il cuore chi in queste ore – per curiosità, per pigrizia vinta, per senso del dovere, per non essere “tagliato fuori” dall’evento – si siede e apre per la prima volta nella sua vita “Cent’anni di Solitudine“, legge che “Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche“.

Si, invidio proprio te, giovane lettore. Tu che non sai ancora nulla, che ti chiedi “vediamo cosa succede in questa Macondo e chi cacchio è questo Buendia” e non sai che non sei in procinto di entrare in un libro per scoprire “come va a finire” ma sei sulla soglia di un Mondo diverso e parallelo che alla fine speri possa non finire mai…

Beato te!

Avevo sempre considerato quella benzinaia scorbutica e villana: una donna massiccia, ostile e indisponente. Non dice buongiorno, non dice grazie. E io mi fermo da lei solo quando non ci sono alternative.

amazzonia1w.jpgSabato non c’erano alternative. Faccio mettere 20 euri nel serbatoio (non merita il pieno!) e comunico che intendo pagare con il bancomat…la tizia grufola che devo recarmi nella sua tana, perché per il bancomat si deve fare così…entro e noto che vicino alla cassa c’è una copia vecchiotta di “Cent’anni di Solitudine”, di Gabriel Garcia Marquez, uno dei miei 3-4 libri preferiti. E’ una copia in brossura di Mondadori, quella con la copertina color avorio e un disegno amazzonico nel mezzo.

Non resisto e mi impiccio:

  • – “Chi legge questo libro?”
  • – “Io!” risponde circospetta la madame, “perchè?”
  • – “Così per sapere…Le piace?”
  • – “E’ bellissimo”…e sorride felice…

Forse ho sempre sbagliato io, forse ho sempre frainteso il suo modo di rapportarsi, non può essere realmente antipatica e villana se si lascia incantare da Macondo. Forse il vero scorbutico sono io, che non mi fermo a leggere nelle persone, prima di costruirmi giudizi inappellabili.

O forse, “Cent’anni” è così ricco, pieno e saporito che va bene per tutti, ma proprio per tutti.

Marckuck | 1 ottobre 2007

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Una risposta a Macondo alla pompa di benzina

  1. gionocio ha detto:

    L’ho letto anche per “colpa” tua, e me ne sono innamorato, consigliandolo a chi non lo aveva letto, o invitando a riprenderlo in mano a chi, per l’andamento delle prime pagine, non era riuscito proprio ad entrare nella magia del racconto e lo aveva abbandonato.

    Chi arriva all’ultima pagina di Cent’anni di solitudine si sente improvvisamente solo a abbandonato. Certo puoi anche leggerlo ancora e rileggerlo ancora, e ancora. Ma è vero: fortunato quel giovane lettore che procede per la prima volta in quelle pagine.

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