On the Grass

Non sono mai stato una persona particolarmente felice. Ma sono una persona che cerca di godersi i momenti di serenità o di gioia quando capitano. Momenti brevi, momenti “minori” nell’arcipelago dell’esistenza, eppure ciascuno singolarmente perfetto nell’attimo in cui accade. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni di questi scampoli felici, di solito caratterizzati da una profonda intimità con le persone che più mi stanno a cuore, come i miei genitori, i miei famigliari, i miei amici più stretti… Attimi saltuari nel mezzo di una vita convulsa e piena di impicci e piccoli e grandi ansie.

Alcuni giorni fa mi è capitato uno di questi piccoli e dorati momenti quando ho rivissuto una esperienza che non mi accadeva dal luglio 1987. Caspita, luglio 1987! ne è passato di tempo… in Italia era in carica il Fanfani VI, a Washington c’era Ronald Reagan e nell’Impero del Male governava il bonario Gorbaciov, prima del Grande Casino che giungerà un paio di anni dopo… Non avevamo internet, i cellulari ma in compenso c’era la lira. Insomma era un altro mondo quello del luglio 1987, quando a Bournemouth giocai per l’ultima volta a tennis sull’erba…

Pensavo non mi sarebbe più capitato, che l’erba fosse solo una delle esperienze piacevoli dei miei 20 anni e invece ho scoperto che anche a Udine, nel cuore della città, esiste un campo tenuto con amorevole cura e aperto a chi lo chiede. E io ovviamente, ho chiesto…

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Il primo problema era “con chi giocarci”? L’avversario ideale avrebbe dovuto stimolarmi sportivamente ma anche essere una persona sufficientemente aperta e “irresponsabile” per cimentarsi su una superficie nuova, perché pure nelle piccole cose quotidiane bisogna avere il coraggio e la voglia di percorrere nuove strade e quindi l’ho chiesto ad Andrea, uno dei miei studenti più brillanti, dotato di personalità sufficientemente curiosa per percorrere strade non battute e adeguatamente introspettiva per capirne il significato. La scelta si è rivelata azzeccata e – tra l’altro – pure in grado di soddisfare il mio surreale bisogno di ordine e coerenza, dato che nelle precedenti esperienze erbivore – 1986 e 1987 – avevo giocato con l’altro Andrea, il mio cugino-rivale di 1000 partite.

Credo non mi sia facile descrivere il senso di gioia, anzi – meglio – di piena serenità che ho provato sul campo… La partita di per sé non è andata del tutto come speravo: Andrea con la baldanza dei suoi 24 anni ha prevalso 61 62 36 63 ma io, come il vecchio Connors che faceva ardere il fuoco della passione tennistica nella mia gioventù, ho cercato fino all’ultimo di far girare la partita, stanco ma non domo, cercando di prolungare il più possibile il piacere, l’assoluta perfezione del momento.

E tra uno scambio e l’altro, ho constatato che quanto ci aveva raccomandato il proprietario del campo prima che iniziassimo a giocare – “ricordate che l’erba è imprevedibile, un po’ come la vita” – è assolutamente vero. E questo è in linea con la mia idea del “tennis, metafora della vita” e che il tennis su erba sia particolarmente adatto a capire questa metafora…

Innanzitutto il gioco su erba richiede precisione. Certo, anche la terra e il cemento la richiedono, ma visti i rimbalzi incerti e gli scarti improvvisi, in questo caso è maggiormente necessaria, anche perché non c’è il tempo o la possibilità di recuperare se le cose non vanno come ci si attendeva… E quindi – secondariamente – sono richiesti anche riflessi e non da poco, per reagire all’imprevedibilità delle traiettorie della palla e – infine – non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo che ci si pone, perché non c’è tempo per rimediare, non c’è una seconda chance

E nella vita in fondo è un po’ così… la nostra esistenza convulsa e precaria è una continua partita a tennis su erba… dobbiamo sapere cosa vogliamo e come ottenerlo, non perdere mai di vista l’obiettivo, perseguirlo in modo rigoroso ma essere pronti a reagire con la necessaria velocità e lucidità “ai colpi e ai dardi dell’oltraggiosa fortuna” per dirla con Amleto. E quindi, mi è capitato di chiedermi “ma io sono capace di vivere giocando sull’erba?”. E la risposta è data dalla stessa partita e dal suo risultato. La vita non mi ha schiacciato, non ho perso 60 60… ho messo a segno colpi molto buoni, avuto dei momenti fortunati e felici ma – nel complesso – le cose non sono andate del tutto bene… troppe volte ho mancato il colpo decisivo, troppe volte potevo fare il break alla vita ma la palla è rimbalzata male e quindi la volée non è riuscita perfettamente… Però non ho ancora perso… diciamo che sono in svantaggio 2 set a 1 e sto giocando il quarto… e forse tutto potrebbe ancora succedere, anche se sono un po’ stanco, le gambe iniziano a dolere e la fiducia nei miei colpi non è più quella dell’inizio.

Anche a questo pensavo durante la partita, tra uno scambio e l’altro… Ma soprattutto pensavo a quanto ero felice in quel momento, con un Sole tiepido a riscaldarmi, intento a giocare al mio gioco preferito, circondato dalla bellezza della natura, commosso dalla coppia di lepri che in lontananza osservava le nostre mosse e pervaso dalla dolcezza e dalla tranquillità che il verde tenue concede agli animi agitati. E consideravo che forse la fine di Francois Furet – il grande storico della Rivoluzione Francese – non è stata poi così male: stroncato da un infarto mentre giocava a tennis. Anche a me piacerebbe che la mia via d’uscita da questo Mondo fosse così, indolore e inconsapevole, colto dalla falce in un momento di piena e perfetta serenità. Però non subito, non oggi… ci sono ancora delle cose che devo fare e – per dirla con il cavaliere Antonious Block – “mi serve ancora del tempo”.

Tempo per fare cose, per conoscere persone, per raggiungere risultati. Tempo per vincere il IV set e portare la vita al V, allo scontro decisivo… E tutti gli obiettivi sfiorati e non concretizzati… tutte le cose belle ottenute e perse… tutte le persone che sono entrate e uscite nella mia vita sono parte di questa imprevedibilità dell’esistenza, di questo continuo alternarsi tra volée riuscite e mancate, sperando che alla fine le prime superino le seconde… Ricordando che forse non è vero che “l’erba è imprevedibile come la vita”, ma che è la vita ad essere imprevedibile come l’erba”

E convinto del valore del tennis su erba, così poco violento e così altamente formativo ho deciso che il mio nipotino Dado, figlio primogenito di Nalisa, giocherà per la prima volta su un campo vero, con una racchetta vera e palline vere. Tutti mi dicono che avremmo dovuto cominciare sulla terra, perché più regolare, perché più facile. Ma perché il gioco non sia solo una cosa superficiale, ma anche una esperienza di crescita ho scelto l’erba… l’ho scelta proprio per i suoi difetti e poi perché – in fondo – nessun italiano ha mai vinto il torneo di Wimbledon ed è venuto il momento di provarci. E’ venuto il momento di “Imparare a volare” come insegna una canzone, anche questa datata estate 1987…

P.S. questo post è dedicato a Aerdna Oredians che mi ha assecondato nella mia “ricerca del verde” e a Davide Tosoni, che è stato straordinariamente cortese nei miei confronti.

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6 risposte a On the Grass

  1. Alberto ha detto:

    Che bello!!!!!!!

  2. Paola ha detto:

    Ed ecco Marckuck in tutto il suo splendore, quello che preferisco, che per una volta lascia da parte il cinismo e dice a se stesso che sì, la vita può ancora sorprenderci …. bellissimo post :-*

  3. simonedulio ha detto:

    “e forse tutto potrebbe ancora succedere, anche se sono un po’ stanco, le gambe iniziano a dolere e la fiducia nei miei colpi non è più quella dell’inizio”. Come non sottoscrivere…

  4. gionocio ha detto:

    Concordo con Paola, bellissimo post. Ma escludo che l’uscita di scena di “Francois Furet […] stroncato da un infarto mentre giocava a tennis” sia stata ” indolore e inconsapevole, colto dalla falce in un momento di piena e perfetta serenità.” . Per cui ti auguro di terminare sempre le tue partite in campo!

    Meglio un pitoneggio post prandiale per accogliere il passaggio dal Tristo Mietitore.

  5. Tancredi ha detto:

    Sto leggendo i tuoi post con il tag “tennis” e li trovo mirabili per passione e semplicità. Ma “Il primo colpo” e “On the grass” mi hanno emozionato più degli altri. Il primo essendo dedicato al colpo ad un tempo più elegante e “martoriante”, il secondo essendo riuscito a restituire completamente anche il senso metaforico del gioco su questa superficie. Mi ha riportato indietro di 16 anni, quando ebbi la fortuna di giocare, per la prima volta e per quindici giorni consecutivi, sull’erba, alla scuola ‘Jonathan Markson’ di Oxford. Ed uno dei ricordi più belli di una vita sarà sempre l’essermi trattenuto da solo su un campo, dopo ore di tennis, solo per provare gli ultimi servizi, avvolto nel silenzio, fino all’incombere della sera.
    Complimenti, Tancredi

  6. marckuck ha detto:

    Tancredi che gentile :)… hai perfettamente colto lo spirito di questi post, che servono a far amare il tennis per quello che il tennis rappresenta, cioè uno sport che come pochi altri ti mette a confronto con te stesso… ti aiuta a riflettere e conoscerti meglio…

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