La firma

Si racconta che Sua Altezza Reale il Principe di Napoli avesse quasi convinto re Umberto a lasciar perdere. Si sentiva inadeguato al trono, era timido, fisicamente poco prestante, riservato e amante della vita domestica e quindi perché non passare la mano a un principe con un più smaccato senso del ruolo e maggior fascino personale? Però Umberto morì all’improvviso, assassinato mentre faceva un giretto in carrozza e il Principe di Napoli temendo l’accusa di “fellonia” accettò il trono, con il nome di Vittorio Emanuele, III di questo nome.

Non so se tutto questo sia vero o se – all’opposto – siamo nel campo dell’agiografia monarchica. Ma una cosa è certa: fino a quando non ci furono rogne, Vittorio Emanuele III fu uno straordinario re costituzionale. Rispettoso dello Statuto, sobrio nelle abitudini, discreto nello stile di vita, non invadente nella politica quotidiana. Insomma, un passo avanti evidente rispetto ai tempi impiccioni di Umberto I o agli scandali di Vittorio Emanuele II. E questo veniva notato non solo in Italia (dove esisteva un culto un po’ grottesco delle virtù civiche e militari di Casa Savoia) ma anche da osservatori stranieri, considerato che pure Ernest Hemingway definì Vittorio Emanuele III “il Re più democratico d’Europa” in uno dei suoi reportage dal vecchio continente scritto per il Toronto Star.

Poi tutto andò a rotoli. Nel 1922 il Re consegnò l’Italia a Mussolini (non sapremo mai nulla della notte tra il 27 e il 28 ottobre 1922 quando Vittorio Emanuele e il presidente del Consiglio Facta litigarono sullo stato d’assedio). Nel 1924 non rimosse il presidente non ancora “duce” dalla sua carica, pur essendocene i presupposti costituzionali e politici. E poi, una resa continua al fascismo, su tutto: dall’annientamento delle garanzie statutarie alle leggi razziali, dalla politica di aggressione verso altri Paesi all’alleanza con il nazismo… sempre trincerandosi dietro un formalistico rispetto dei ruoli: “il presidente ha la maggioranza in Parlamento, secondo lo Statuto io non posso fare nulla”. E – malcelata – una ammirazione/subordinazione psicologica e fisica verso il duce, così volitivo, così sicuro di sé.

Neppure con il disastro sotto il naso il Re fece nulla. Coperti di ridicolo in Francia e in Grecia, perso l’impero coloniale in Africa Orientale, battuti nel deserto libico, annientati nell’immane tragedia russa e da Villa Savoia nulla, neanche una parola. Tra il 1942 e il 1943, Roma era tutta una congiura: nello studio privato del sovrano entravano e uscivano generali complottisti, gerarchi che tenevano famiglia, vecchi politici del paleozoico liberale (i “revenants” come li chiamava causticamente il Re. Oggi diremmo i “walking deads“) che predicavano un acronotopico “ritorno allo Statuto” e quindi il rovesciamento della dittatura e l’uscita dal conflitto. Una sorta di “scusate, abbiamo scherzato, ora ritorniamo a casa”.

Il Re vedeva le difficoltà e i problemi. Capiva perfettamente, ma non agiva. Aspettava “un segno”, la chance per poter intervenire “nel rispetto delle regole” (quali? quelle dell’Italia felice dei tempi di Cavour o Giolitti…). E poi la brusca accelerata: il golpe dei gerarchi del 25 luglio 1943 e il golpe del golpe delle forze armate del 26. E in questa matrioska di colpi di stato il Re appare più oggetto che soggetto… sballottato a destra e sinistra, posto davanti al fatto compiuto, costretto ad arrestare Mussolini nel cortile della propria residenza privata dalla “forza degli eventi” (e con grande scandalo della regina Elena, che si sentiva violata nelle sue prerogative di corretta ed educata padrona di casa, che mai aveva fatto arrestare uno dei propri ospiti giunti per il tè).

Il Re Vittorio Emanuele terzo accanto al maresciallo d’ItaliaIl re nomina successore di Mussolini quel Maresciallo Badoglio tra i responsabili della disfatta di Caporetto e uno dei principali beneficiari del regime e per 45 giorni è padrone assoluto del proprio Regno (o quanto ne resta), fino a quando – con l’8 settembre 1943 – la situazione disastrosa peggiora ancora. L’armistizio, l’invasione tedesca, la fuga da Roma, il discredito, la richiesta di “farsi da parte”.

E il Re a fatica accetta di farsi da parte, tra mille lamentele, mille sotterfugi e pone una serie di condizioni: nessuna abdicazione e ritiro a vita privata “alla liberazione di Roma”. Quando però Roma venne liberata il sovrano cercò ancora di impuntarsi. Lo fece per questioni “di forma”. Offeso a morte perché il rappresentante degli Alleati, gen. McFarlane, si presentò in udienza “in braghe corte e maniche di camicia” si incaponì a pretendere di firmare la rinuncia al trono dal Quirinale, il palazzo che non aveva mai amato.

Non si vollero sentir santi, bisognava firmare subito, senza indugio. Il Re insisteva, voleva firmare “nella Capitale, al limite a Ciampino”. Ma niente. E allora pretese che il maresciallo Badoglio firmasse un documento che attestava la volontà del Re di rientrare nella capitale, così. A futura memoria. Per la forma.

E poi il re firmò. Era il 5 giugno di 70 anni fa… Sarebbe stato un ottimo sovrano nella Svezia degli anni ’60, ma dovette regnare nell’Italia tra le due guerre. L’Italia non è la Svezia e non lo sarà mai…

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cose di giornata, Popoli e politiche, Saccenterie e trombonerie e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a La firma

  1. Bianca 2007 ha detto:

    Ah quei tempi storici non coincidenti coi tempi soggettivi! Ecco come prende il via al nuovo fatto su le irrealizzazioni del vecchio.
    Come sempre un gran bel post. Ciao,Mirka

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...