La difficile arte della risata

Far ridere non è facile. Far ridere me, praticamente impossibile.

Eppure, qualcuno ogni tanto ci riesce… Ci riusciva Grillo prima di diventare un Ceaucescu 2.0, ci riusciva Benigni prima di imprigionare se stesso in un immaginario fatto solo di poeti medievali, santi e madonne. E ricordo con spasso le “ospitate” sanremesi o domenicali di Alberto Sordi, per non parlare del genio assoluto di Franca Valeri, charmant e crudelissima, anche perché l’intelligenza comica femminile – quando c’è – tocca vette ineguagliabili, come i giorni migliori della Littizzetto, della Cortellesi o della Marchesini possono confermare…

Quali sono le regole della comicità? beh, innanzitutto si parte dalla cattiveria. Nessuna buona battuta, nessuna situazione comica funziona se immersa nel buonismo melassoso. Per questo non credo che possa esistere l’umorismo “politicamente corretto”, perché si ride sempre di qualcosa o di qualcuno, dei suoi difetti, di quello che gli è accaduto o potrebbe accadergli. L’umorismo ha sempre bisogno di una vittima, al limite se stessi. Ma ci vuole sempre qualcuno che “paghi il prezzo”.

Poi ci vuole l’intelligenza. Perché se la cattiveria non è accompagnata dall’intelligenza – che significa equilibrio, senso del limite, consapevolezza – diventa invariabilmente volgarità. Non si può ridere dell’Olocausto, a meno che tu non sia Ernst Lubitsch o – al limite – Roberto Benigni. Per questo la battuta di Alessandro Siani nei confronti del bambino obeso seduto tra il pubblico di Sanremo non funziona: perché Siani ha dimostrato poca intelligenza. Perché ha sbagliato il contesto, il modo e le tempistiche, costruendo una frasetta assolutamente banale (il rapporto tra capienza della poltrona e massa fisica del malcapitato), indirizzata a qualcuno che non può difendersi.

Se Alessandro Siani è stato noioso, lo spazio comico concesso a un certo Pintus è stato pure peggiore. Una sequela di banalità e luoghi comuni sulla scuola “che non serve” (e invece serve, perché se uno studia evita di fare la figura del coglione come quel tizio lì!), sui francesi antipatici (e perché non sui tedeschi ordinati? o sugli svizzeri noiosi? o sugli italiani straccioni di talento?) e altre idiozie che non funzionerebbero in una festa di laurea. Tutto questo perché? risposta ovvia, perché manca il terzo requisito del buon umorismo: la cultura.

Con “cultura” non intendo dire che non si può far ridere se prima non si è studiata la tecnica di Caravaggio, il greco antico, la teoria della relatività o il neorealismo. Intendo che – per fare bene il proprio lavoro – bisogna sapere da dove si parte… Conoscere la strada percorsa da chi è venuto prima e su questa innovare e costruire. Alcuni anni fa, ad esempio, ricordo di essere andato ad ascoltare Franca Valeri a “Pordenonelegge”. Piazza gremita, intervista scoppiettante e poi breve monologo sulla mamma altoborghese intenta a “recensire” la fidanzata del figlio. Pubblico in lacrime dalle risate e in prima fila Luciana Littizzetto, china, intenta a prendere appunti. Stava studiando. Studiava Franca Valeri, lei così diversa, così volutamente greve e “spontanea”, solo apparentemente lontana dalla comicità cerebrale e studiata della Valeri. E forse – sempre parlando di cultura – aver letto qualche libro magari aiuta. Sono convinto infatti che il Corrado Guzzanti di “Fascisti su Marte” qualcosina sul Regime, sulle sue paranoie e sulle sue roboanti retoriche deve averla letta, altrimenti non veniva certo così bene…

A parer mio, quello che ha contribuito a uccidere la comicità come “forma d’arte” è stato il proliferare tossico di “cabarettisti” e dalle trasmissioni televisive che li sostengono. Progetti come Zelig, Colorado o il canale SkyComedy Central” hanno compiuto autentici crimini ai danni dell’arte umoristica, perché – per un comico intelligente che lanciano – ve ne sono 20 di livello infimo, che ammorbano l’etere con battute sceme, situazioni volgari, monologhi interminabili ad uso di un pubblico che – solo la mia inguaribile buona educazione – si limita a definire “poco esigente”.

Spesso seguono uno schema fisso: si alternano frasi insulse a canticchiamenti. Si mette al centro la politica credendo che questo basti per sembrare “comici impegnati”, ma senza una capacità di lettura critica della realtà, una satira profonda e meditata del sistema. No, molto più facile (e rassicurante) dare del nanerottolo a Brunetta, del ciccione a Giuliano Ferrara o scherzare sui nei di Matteo Renzi… Non è satira sul potere, sono buffetti cortigiani. Simbolo di questo degrado comico è – ad esempio – un certo Dado, che ora va per la maggiore in quanto cabarettista di riferimento di Michele Santoro (il cui senso dell’umorismo è solo di un paio di gradini superiore a quello dell’ayatollah Khamenei) e del Fatto Quotidiano. E mentre descrivevo Dado pensavo a Dario Fo. Anche lui alterna canti, lazzi, smorfie, sguaiatezze e riferimenti politici. Ma guardando l’uno e guardando l’altro non solo non si direbbe facciano lo stesso mestiere, ma non sembrano neppure appartenere alla stessa specie animale, tale è l’abisso evolutivo tra il primordiale Dado e il sommo Dario Fo.

Perché il mestiere del comico richiede una quarta dote: devi saper recitare. Infatti, non basta avere una buona battuta ogni tanto. non basta saper far ridere una tavolata di amici alticci imitando il prof. di turno. Non basta voler trasformare la disgrazia di una faccia ridicola in un mestiere. Ci vuole talento recitativo… Perché il talento comico, da solo, potrebbe non bastare e l’arte della recitazione consente di ricondurre a sistema l’innata propensione all’umorismo, portando ordine nei tempi, nel ritmo, nel linguaggio del corpo. E questo rende, all’occasione, l’attore comico capace di straordinarie parti drammatiche… Come Alberto Sordi: chi mai direbbe che l’indimenticato imitatore della gallina sia lo stesso artista capace di incarnare la maschera tragica del “Borghese Piccolo Piccolo“?

Insomma, ci vuole lavoro, molto lavoro. Però lavorare stanca (e non serve Pavese per ricordarselo). E noi viviamo in una fase storica che disprezza l’umiltà, la fatica, i tempi lunghi. Oggi qualunque casalinga capace di tirar su un risotto pensa di meritare Masterchef. Qualsiasi gorgheggiatore un po’ fighetto mira a X Factor, qualsiasi cretino capace di far ridere la zia e la nonna alla cena di Natale pensa di essere degno del palco dell’Ariston. E il sistema lo fa credere, perché ormai tutto è mercificato, schiavo dei fatturati e dell’immagine e nulla è veramente originale, creativo, capace di rompere gli schemi.

Perché intraprendere una strada nuova è sempre difficile. Serve tempo, fatica, fiducia in se stessi, fiducia dagli altri, capacità di reggere a qualche ruzzolone. Mentre chi investe vuole guadagni subito, chi ci prova vuole fama e successo subito, anche se effimero… E il volgo è troppo imbarbarito per pretendere di meglio. Siamo lontani dal pubblico crudele del “Roma” di Fellini, che lanciava al povero cabarettista-guitto Alvaro Vitali un gatto morto sul palcoscenico. Ecco, non si pretende tanto, però il fatto che il ciarlatano che si è esibito ieri sera sia stato ignorato dal pubblico dell’Ariston è già un timido segnale di risveglio.

In questo post, scritto nel 2015, si sono citati Alberto Sordi, Ernst Lubitsch, Dario Fo, Franca Valeri… Penso di poter dubitare che un qualche blogger del 2070 si ricordi del passaggio su questi schermi di Dado o di Checco Zalone, di Pintus o di Biagio Izzo. E’ gente che se scompare dagli schermi per qualche mese viene dimenticata e che quando lascia il palcoscenico seguita da un applauso, quell’applauso breve e intenso ricorda invariabilmente, chissà perché, il rumore dello sciacquone.

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