I Gesti Bianchi del nero Arthur, 40 anni fa…

Adesso che viaggiamo come una troupe di cani ammaestrati, venti volte il giro del mondo in un anno, è una cosa incredibile ritornare per 15 giorni in un luogo in cui tutto funziona con amore. Darei un anno di vita, magari una mano, pur di farcela. È un posto incredibile, un posto dove tutti dovremmo vestirci puliti, di bianco, se già non ci fosse quella regola.

(Arthur Ashe sul torneo di Wimbledon)

I campioni sono quelli che vogliono lasciare il loro sport in condizioni migliori rispetto a quando hanno iniziato a praticarlo

(Arthur Ashe)

ashe75C’è stato un tempo – neppure troppo remoto – durante il quale i tennisti si stimavano o si amavano non solo per come giocavano o per quanto vincevano, ma anche per quello che erano o rappresentavano. In campo e fuori.

Arthur Ashe è stato uno di questi. Ha vinto molto, ma non moltissimo: 3 slam su complessive 7 finali e altri 30 titoli, tra tornei grandi, medi e piccoli. Certo, avercene di questi risultati in Italia, ma si tratta di dati lontanissimi da quelli conseguiti da giocatori a lui contemporanei (Laver, Newcombe, Rosewall, Connors, McEnroe, Borg…) o successivi (Lendl, Agassi, Sampras, Federer, Nadal, Djokovic…). Ma, ciò nonostante, è stato un gigante. Un gigante come uomo e un delizioso giocatore.

Arthur Ashe nacque nel 1943 a Richmond, in Virginia. C’erano posti migliori dove nascere per un afroamericano. Richmond fu la capitale degli Stati Confederati d’America, il soggetto politico-istituzionale separatosi dagli Stati Uniti d’America nel 1861 e “controparte cattiva” nella Guerra di Secessione che ne seguì. E quando Arthur si affacciò al Mondo, la Virginia era ancora fieramente “segregazionista” e lo rimase per un bel po’, anche se il razzismo virginiano mantenne toni più pastello rispetto alle tinte fosche di Alabama e Mississippi, lande assai più barbariche la cui sanguinosa violenza contro i neri è stata raccontata in mille modi, il più commovente dei quali è forse la struggente Strange Fruit di Billie Holiday…

Gli antenati di Arthur erano stati schiavi nelle piantagioni di tabacco e lui – magrolino, orfano di madre e figlio di un semplice meccanico – si era intignito a giocare uno sport aristocratico, in un paese pieno di circoli “whites only” e la cui federazione nazionale fino al 1950 non ammetteva giocatori di colore. E ci riuscì… Così, mentre nelle strade del Sud il movimento dei Diritti Civili lottava per trascinare finalmente gli Stati Uniti nel XX secolo, Ashe combatteva la sua personale battaglia diventando il primo giocatore afroamericano selezionato per la squadra di Coppa Davis (1963) e venendo ammesso sia ai campionati USA (non ancora Open), sia a Wimbledon.

Nel 1968 – anno in cui vennero assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy – Arthur vinse la prima edizione “Open” dei campionati internazionali degli Stati Uniti e alla fine di quella stagione fu classificato n. 1 nell’informale ma prestigiosa classifica stilata da Harry Hopman, rispettato guru nel felice mondo precomputer. Ma con il successo ci furono anche le umiliazioni. Vincitore nell’Open USA, semifinalista a Wimbledon si vide negare il visto per partecipare agli Open del Sudafrica, ricco torneo di Johannesburg la cui prima edizione si tenne nel 1891 e nel cui albo d’oro compaiono i nomi di Monumenti quali Rod Laver, Manolo Santana, Roy Emerson o Ken Rosewall.

Ashe – il numero 1 al Mondo – non ammesso perché nero. E lo stesso diniego venne reiterato, anno dopo anno, fino al 1973, quando sotto il peso dell’ostracismo internazionale, la Federazione Sudafricana dovette chinare la testa e accettare che “il negro” giocasse su quei campi razzialmente “puri”. A questo punto, fu Ashe a poter dettare le proprie condizioni: “mi volete? okey, allora però alle mie condizioni: niente segregazione tra il pubblico, devo poter andare dove voglio e quando voglio e – soprattutto – non accetto di essere ammesso in qualità di ‘bianco-onorario’ perché essere bianchi non è necessariamente un onore e certo non lo è in Sudafrica“. Questo il succo delle condizioni poste dal campione di Richmond ai razzisti sudafricani, che dovettero accettare il pacchetto in toto, onde evitare altre rogne…

E così – il 20 novembre 1973 – un dritto vincente contro il modesto Sherwood Stewart fu il primo punto giocato e vinto da un giocatore di colore in un campo da tennis del Sudafrica. Ashe vinse la sua partita e ne vinse poi un’altra e un’altra ancora fino a raggiungere la finale contro il giovane Jimmy Connors. Vinse Connors in 4 combattuti set ma Ashe riuscì a conquistare il doppio in coppia con l’olandese Tom Okker, biondo e dall’aria ariana come si conveniva per i severi parametri sudafricani. E così il suo nome compare nell’albo d’oro di Johannesburg, unico giocatore nero nei 104 anni di storia del torneo.

Arthur Ashe fu un coerente e continuo combattente per i diritti civili, ma non fu un iconoclasta. Voleva cambiare la società in cui era nato – e in parte vi riuscì – ma non smontare quanto di dolce, elegante, garbato ed elitario vi era nel tennis, il cui simbolo è indubbiamente il torneo di Wimbledon. Wimbledon era il sogno di una vita per Ashe: iniziò a provarci nel 1963 ma ci furono solo delusioni inframmezzate da qualche illusione, come le due semifinali perse contro Rod Laver nel 1968 e nel 1969. E intanto gli anni passavano e giunto alla soglia dei 30 si poteva ormai intuire che il meglio fosse passato. Nel 1972 non partecipò a 3 tornei di slam su 4 e nel 1973-1974 pur giocando di più, non raggiunse alcun risultato di qualche rilevanza in nessuno dei 6 slam cui prese parte. Insomma, Arthur Ashe sembrava ormai un giocatore capace di battere chiunque in giornata positiva, ma incamminato sul viale di un dorato tramonto…

E arriviamo al Wimbledon 1975. Non ci sono alternative per i bookmakers, il favorito è uno e uno soltanto: il campione uscente Jimmy Connors. Connors era il n. 1 e l’anno precedente era stato un capolavoro. Aveva giocato 3 tornei slam vincendoli tutti e portando a casa altri 12 titoli e 93 delle 97 partite giocate. Se vi sembra poco…

Il gioco di Connors era molto diverso da quello di Ashe. Connors fu un precursore del tennis di oggi, ben più di Borg. Un attaccante da fondo campo (anche se capace di incursioni a rete) con un meraviglioso rovescio mancino bimane e un killer instinct mai visto prima. Connors si piazzava con i piedi sulle righe di fondo e colpendo la palla “in levare” con piatta velocità, guadagnava metro su metro, buttando l’avversario fuori dal campo e finendo il punto il più delle volte con una rasoiata di rovescio o una facile volée. Oggi diremmo una via di mezzo tra Nadal e Djokovic.

Jimmy Connors arrivò in finale senza perdere un set. Anzi, strapazzando senza pietà tutti gli avversari incontrati lungo il suo cammino. E all’ultimo ostacolo trovò il “vecchio” Arthur Ashe, da lui sempre battuto nei precedenti incontri. La via per la finale di Arthur fu invece molto più impervia. Dovette sudare le proverbiali 7 camicie, perdendo grappoli di set lungo la strada e sfiorando la sconfitta in semifinale contro Tony Roche. Insomma, per la finale la convinzione era unanime: vincerà Connors e speriamo solo che Ashe faccia un po’ meglio di Ken Rosewall, asfaltato da “Jimbo” con un umiliante 61 61 64 l’anno precedente.

E invece Ashe riuscì a stupire tutti. Disturbando il gioco di ritmo crescente di Connors con colpetti felpati, rovesci in back, smorzate, pallonetti e altri trucchi riuscì a portare a casa i primi due set per 61 e andare in vantaggio di un break. Ma Jimbo non è mai stato un tipo remissivo, uno che getta la spugna. E certo non con il titolo di Wimbledon in ballo. E quindi, con intelligenza, costanza e coraggio riusce quasi a girare la partita, recupera il break, vince il 3° e tiene fino al 4-4 del 4°. Poi però break e vittoria di Ashe, che chiude 61 61 57 64.

E così Arthur Ashe realizza il sogno sportivo di tutta una vita: alzare la coppa di Wimbledon ricevuta dal Duca di Kent, vestito di bianco, in mezzo al verde. Primo e unico giocatore di colore fino alla dittatura delle Williams Sisters.

Questo grande giocatore, moralmente integro, sportivo nel cuore e nella mente, onesto e pulito non era però destinato ad essere premiato dal destino. Il cuore malandrino pose fine alla sua carriera nel 1979. Venne operato e subì molte trasfusioni, una delle quali sbagliata. Il sangue trasfuso conteneva il virus dell’HIV, una malattia allora sconosciuta e che – diagnosticata pochi anni dopo – venne inizialmente indicata con l’acronimo GRID (Gay Related Immune Deficiency) per sottolinearne la sua improvvisa diffusione negli ambienti omosessuali, dai quali Ashe era totalmente estraneo. Per citare Ashe stesso: “Non ho mai usato droghe, non ho mai tradito mia moglie, non ho mai avuto rapporti omosessuali… ma non sono amaro, il mio destino non mi fa paura“.

Visse con dignità e spiritualità la sua malattia. Dopo che il suo stato di salute venne spiattellato sulla stampa, dedicò l’ultima parte della sua vita a promuovere iniziative volte alla conoscenza e alla prevenzione della malattia, così come a finanziare iniziative in favore dell’assistenza sanitaria agli indigenti. Insomma, impegnato in prima linea non solo per se, ma per i diritti di tutti, fino alla fine…

Ashe nacque “negro” quando ciò era ancora un handicap non da poco e morì – neppure cinquantenne – di AIDS quando questa malattia era ancora stigmatizzata socialmente e culturalmente. Potremmo dire che iniziò con un ghetto e finì con un altro ma – come lui stesso disse – “L’Aids non è stato il peso più assillante della mia esistenza, lo è stato la mia negritudine“.

Nel 1993 si spegneva una vita di grande coraggio, grandi successi, grandi battaglie e grandi sfortune. La grandezza di Arthur Ashe, riconosciuta in vita, venne amplificata dalla tragica morte. Oggi il centrale di Flushing Meadows è dedicato a lui e una sua statua è ammirabile nel cuore di Richmond, la sua città natale. Ma oggi non voglio ricordarne la morte, non voglio chiudere il post con una nota malinconica.

Oggi ho voluto ricordare il giorno più felice di un grande uomo e di un magnifico giocatore e – con questo – anche l’inizio delle due settimane più bianche e verdi dell’anno, nel posto dove tutti i sogni possono diventare possibili. E nella certezza che se il mondo fosse governato dai giardinieri di Wimbledon, vivremmo tutti nella pulizia, nel decoro, nell’ordine e nella cura amorosa per i particolari.

Perché Wimbledon, per 14 giorni, rende il mondo un posto migliore.

Marckuck

P.S. Questo post è rispettosamente dedicato a Martina Navratilova, altra grande Regina del verde e del bianco, altra grande donna e grandissima giocatrice. Una donna che ha lottato per la libertà sua e per la libertà degli altri e che in queste ore sta festeggiando felice…

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