Campionati del Salento: finale femminile

31 anni fa – 8 settembre 1984 – fu il “Super Saturday” un pomeriggio in cui si giocarono le due semifinali e la finale femminile nella 103° edizione degli US Open. Il meglio che il tennis di allora potesse offrire: 5 set di McEnroe-Connors, 5 set di Lendl-Cash e nel mezzo 3 tiratissimi set di Navratilova-Evert.

Certe meraviglie non si ripetono, ma la giornata di ieri ci si è avvicinata, almeno per noi scombinati abitanti della nostra scombinata Penisola. Avere due giocatrici italiane contemporaneamente in finale a Flushing Meadows non è neanche un’impresa, ma qualcosa che sfiora il miracolo, che fa crollare l’agnosticisimo dei senza Dio insinuando nelle menti e nel cuore che non sia la sola ragione a governare il destino del Mondo.

2015-09-12T020452Z_85025092_MT1ACI14003611_RTRMADP_3_SPO-TEN-TPX-004-keD-U43110961463738IJG-512x350@Corriere-Web-SezioniQualche giorno fa commentavo su Twitter – quasi per scherzo – che in astratto avremmo potuto avere due giocatrici italiane in semifinale. Ci credevo perché il tabellone di Roberta Vinci era oggettivamente semplice semplice (una sola testa di serie – la Bouchard – che però non è scesa in campo), mentre quello di Flavia Pennetta era assai più impestato: Samantha Stosur (vincitrice US Open 2011), Petre Kvitova (n. 5) e Simona Halep (n. 2), ma in cuor mio pensavo che potesse essere possibile per Flavia il sogno della finale. In fondo, la Halep vive sul “tagadà”, un giorno in alto e uno in basso, e gli US Open sono “il torneo” di Flavia: nelle ultime 7 partecipazioni solo una volta non ha raggiunto almeno i quarti di finale (2010, 3° turno) e il titolo più prestigioso da lei vinto fino ad ora – Indian Wells 2014 – non a caso si gioca sul cemento americano.

Ma onestamente la Vinci in finale, quello poi! Chi mai lo avrebbe pensato… E’ vero che Serenona – che come i lettori del mio blog sanno avrà sempre diritto a un angolino del mio cuore – è stata distratta, scontrosa e imprevedibile praticamente dal primo giorno: il suo grande cuore dolce e rissoso appariva più in subbuglio del solito e l’allucinante pressione per il possibile Grande Slam deve aver giocato non poco, dato che neppure le sue forti spalle da gladiatore potevano reggere con facilità il terribile peso delle aspettative di una intera nazione in ansia. E pertanto, se la finale raggiunta dalla Pennetta è il coronamento evolutivo della sua storia, quella della Vinci ha il connotato “dell’impresa” e – probabilmente – di questa ne avrà anche l’episodicità, pertanto – dovessi scommettere 1 euro – il mio pronostico è che stanotte il trofeo lo solleverà Flavia, ma sarà comunque un giorno felice per noi tutti.

Però la vittoria italiana negli US Open apre altre riflessioni: perché le ragazze sono – ormai da 15 anni – così brave e i maschi così scadenti? La mia risposta è che il tennis – sport individuale e altamente responsabilizzante per eccellenza – mal si coniuga con la mentalità machista e calciocentrica della società italiana, intrisa di vittimismo, melodramma e deresponsabilizzazione individuale… I maschietti italiani – tolti Andreas Seppi e Fabio Fognini – sono delle nullità prima nella mente che come qualità tennistica potenziale: vivacchiano nei sottoscala dei tornei “Challenger” di paese (Cordenons, Cortina, San Benedetto del Tronto…) per raggranellare punti ATP con i quali presentarsi al primo turno dei tornei slam – di solito perdendo malamente – ma lucrando il premio partita di 39.500 $ che spetta allo sconfitto al primo turno. Forse è un sistema lucrativo, ma comunque sportivamente insulso.

Inoltre, la doppia finale newyorkese apre un’altra riflessione. Fino ad ora, infatti, i soli successi italiani erano giunti nello Slam “di casa”: il Roland Garros, così simile per superficie, clima e fuso orario agli Internazionali del Foro Italico. E infatti solo da Parigi sono giunte le vittorie: le due di Nicola Pietrangeli, quella di Adrianone Panatta e quella – recente – della magnifica Francesca Schiavone.

Ma un simile risultato, fuori dalla terra rossa conferma la natura cosmopolita del tennis femminile italiano. Le nostre ragazze, lungi dal perdere tempo sui campetti di Arzachena o a Portorose, sono abituate ad attraversare il globo, allenandosi fuori casa, conoscendo tutte le superfici ed essendo interamente parte del dibattito tennistico internazionale. Ed è per questo che in 5 anni ci sono state 2 vittorie di Slam, 3 finali, 3 semifinali, 3 giocatrici nella top-ten, 3 giocatrici al n. 1 in doppio e una coppia che ha centrato il “Career Slam” (Errani-Vinci). Perché i risultati non si improvvisano, ma si programmano e costruiscono e la mentalità provincialotta e frignona dei maschi non porta a nulla… Basti pensare a Simone Bolelli, che qualcuno osò definire “il Federer italiano” – così come io sono il Licurgo di via D’Aronco – che ha disertato i tornei di preparazione agli US Open per andare a perdere ai quarti di finale di un inutile Challenger in Repubblica Ceca. E poi a New York ha fatto flop: chissà come mai…

Insomma, la doppia finale è “una sorpresa” (e che sorpresa!) ma i risultati consolidati non lo sono: è lavoro, duro lavoro, non colpi di culo! Ma – soprattutto – è solo merito loro. Non di una Federazione scassata, di un sistema informativo costruito attorno al marciume del calcio, di una politica che non crede nello sport come strumento di integrazione e di crescita culturale e sociale (soprattutto per i più giovani), come lo sfascio della nostra atletica leggera testimonia. Insomma, che non si parli di “sistema Italia” o di altre idiozie. Roberta Vinci e Flavia Pennetta devono ringraziare innanzitutto Roberta Vinci e Flavia Pennetta. E ora completare quello che – con indubbia brillantezza – Sara Errani ha definito “the Italian Job

E’ per questo che trovo stucchevole la polemica su Matteo Renzi che va in gita a New York per assistere allo storico match. Non mi meraviglia e non mi scandalizza… Ci sta che le massime istituzioni manifestino la loro presenza in eventi che hanno ricadute positive sul Paese che rappresentano, lo fanno tutti, ovunque… Ma è ridicolo il manipolo di parlamentari scodinzolanti che hanno passato la giornata ad elogiare il premier per la sua trasferta newyorkese (neppure fosse andato a Kobane), con commentini talmente adulatori da sembrare satirici e spesso omettendo (e talvolta sbagliando) pure il riferimento alle tenniste protagoniste dell’evento.

Ma loro sono due splendide leonesse… e si incamminano a la testa alta verso il centrale di Flushing Meadows incuranti del miserabile chiacchiericcio che la classe politica sa scatenare come sempre su tutto… Sono moschini fastidiosi, ma basterà un colpo di coda a scacciarli. E poi ci saranno solo loro due. Con gli occhi del Mondo addosso.

Quando il giudice di sedia lascerà finire il riscaldamento e poi – con voce chiara e udibile – si limiterà a dire “Time“, allora sapremo.

P.S. questo post è dedicato a Serena Williams che in queste ore è infelice ma che avrà la forza e il coraggio per riprovarci. E’ dedicato a Martina Navratilova che vinse 6 tornei del Grande Slam consecutivi ma non sullo stesso anno e quindi non ha centrato un obiettivo che meritava. E’ dedicato a Francesca Schiavone che ruppe l’incantesimo e a tutte le bambine che domani compreranno la prima racchetta da tennis della loro vita. E scopriranno così un mondo nuovo.

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