L’insondabile rebus dell’Impero

Leggevo che nel 193 – dopo la morte di Pertinace, vittima di un golpe pretoriano – scoppiò una guerra civile tra i tre più potenti generali di allora: Clodio Albino, Pescennio Nigro e Settimio Severo. Il primo comandava le legioni in Britannia, il secondo in Siria, il terzo in Pannonia.

Vinse Settimio Severo, ma la rivolta del 193 non fu la prima e neppure l’ultima. Capitò spesso che generali particolarmente potenti e popolari venissero innalzati sullo scudo dai propri soldati e convinti a rivendicare il trono e questo per tante ragioni, non ultima il fatto che mancasse una regola codificata e accettata da tutti per l’accesso alla porpora imperiale.

IMG_7547Diocleziano – che forse credeva nel potere taumaturgico del diritto costituzionale – ci provò a
regolare la successione: “l’impero lo dividiamo in due – metà a me, metà a te – e nominiamo già un successore, così poi tutto sarà più semplice. Teniamo la porpora per 20 anni e poi abdichiamo, i nostri successori in pectore diventeranno imperatori e quindi nomineranno dei successori che a loro volta saliranno al trono quando, tra 20 anni, gli imperatori da noi nominati abdicheranno. E così via, di ventennio in ventennio, fino alla fine del Mondo. La chiameremo “Tetrarchia”… ”

Anche la Tetrarchia fu un flop pauroso. Diocleziano dopo 20 anni si dimise e costrinse il suo collega di porpora – Massimiano – a fare lo stesso. Per qualche mese tutto funzionò, poi qualcosa andò storto e in un attimo tutto si trasfigurò in un incomprensibile fritto misto di Augusti, di Cesari, di usurpatori, di figli legittimi e figli bastardi che andò avanti per 18 anni e che riassumere è praticamente impossibile, se si pensa che attorno al 310 vagavano per l’Impero non meno di 6 augusti (o presunti tali) e 3 cesari. Tutti armati fino ai denti.

Nell’insonnia della scorsa notte cercavo una soluzione “costituzionale”. La forza del disegno augusteo era stata creare una monarchia senza dirlo a nessuno: Augusto aveva riunito nella sua persona 3 cariche fondamentali: il tribunato della plebe (che dava inviolabilità e diritto d’impicciarsi in tutte le aree della pubblica amministrazione); la censura (che consentiva di compilare la lista dei membri del Senato) e l’impero (cioè il supremo potere militare), il tutto reso accettabile dal suo enorme prestigio personale e dalla sua capacità di autolimitare la tendenziale propensione all’abuso tipica di chi esercita un potere senza limiti…

Ma il miracolo non si poteva ripetere in modo seriale, perché le cariche si possono anche trasmettere, ma il prestigio personale no. E così – con la sola eccezione del “secolo breve” degli Imperatori d’Adozione (l’Età più felice dell’Umanità, secondo la sobria definizione di Gibbon), quasi ogni cambio di sovrano è stato accompagnato da conflitti, rivolte, congiure, mentre il principio della successione dinastica non si è mai realmente affermato. Dunque, come rendere sicura la successione senza indebolire l’insieme?

La via più ovvia sarebbe stata evitare che un generale diventasse troppo potente da poter – da solo – usurpare il trono e diventare imperatore. E per far questo sarebbe stato necessario favorire una rotazione nelle cariche e/o costituire unità militari più piccole. Però entrambe queste soluzioni avrebbero probabilmente indebolito la capacità di reazione dell’impero contro i nemici che sempre premevano ai confini in attesa di un cenno di debolezza, perché troppi generali con troppe poche truppe non sarebbero stati in grado di reagire con la stessa efficacia di un solo comando centralizzato. E quindi, costruire grandi reparti militari da ammassare ai confini, metterli in mano a generali esperti e farli guerreggiare costantemente fu praticamente inevitabile per la sicurezza collettiva. Però il prezzo fu l’instabilità interna, perché a ogni morte di imperatore (e talvolta anche a imperatore vivo) qualcuno alzava la cresta e andava in cerca di rogne.

E’ questo il grande rebus che ogni principe dovette affrontare: quale rischio correre? qual era il male minore? Generali con eserciti più piccoli e confini più deboli o eserciti più grossi ma rischio di sommossa? Il paradosso è che la cultura giuridica romana – dalla quale quella occidentale deriva in linea retta – non è mai stata capace di trovare una vera soluzione.

A ben vedere, il solito, eterno dilemma del design costituzionale: costruire istituzioni immaginando che siano i peggiori a governare, quasi mai i migliori…

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2 risposte a L’insondabile rebus dell’Impero

  1. ArteFatto ha detto:

    tremendamente interessante, complimenti!

  2. marckuck ha detto:

    Grazie ArteFatto… lieto di averti fatto compagnia per qualche minuto…

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