L’autunno, dopo la lunga Estate Edoardiana

E così, Downton Abbey ha chiuso i battenti, per sempre. Hanno fatto bene a interrompere la serie, quello che andava detto è stato detto e l’ultima puntata – sulla quale non scriverò una sola parola – ha ricongiunto tutti i fili del destino dei singoli protagonisti e – pertanto – non rimangono zone d’ombra o ambiguità tali da giudicare un improbabile ripensamento degli autori, evidentemente meno cinici e venali di quelli – ad esempio – di Grey’s Anatomy, le cui noiose e stiracchiate vicende della 12° stagione sono ormai la versione televisiva dell’accanimento terapeutico…

Downton Abbey è stata un successo mondiale soprattutto perché più che una fiction si è rivelata una specie di “millefoglie”, ogni strato caratterizzato da una chiave di lettura diversa, capace di parlare a un pubblico diverso. Per le persone dall’animo svenevole, con l’occhio umido e il fazzoletti in organza a portata di mano, le 6 serie forniscono sufficiente materiale per piangiucchiare e stringersi forte ai braccioli della poltrona dato che la linea “feuilleton” è bella vivida dalla prima puntata all’ultima, con il giusto alternarsi di lutti, matrimoni e culle da dondolare.

Poi c’è il secondo strato, la ricostruzione d’ambiente. Quella è mirabile, assolutamente e quasi ogni puntata porta la voglia di sfogliare un libro per controllare qualche dettaglio. Come – ad esempio – il Christmas Special che chiude la 4° stagione con la ricostruzione della Stagione Londinese con tanto di presentazione a corte… Ci sono almeno 3 diversi abiti di corte per gli uomini e sono tutti impeccabilmente riprodotti, così come lo sono le onorificenze sul petto di re Giorgio V. E la ritualità della vita in una grande casa nobiliare al tramonto dell’Estate Edoardiana, con le colazioni servite a letto per le donne sposate o a self-service per i maschi e le nubili, il rigore delle precedenze negli ingressi (le due sorelle di casa Crawley – Mary e Edith – si odiano, ma mai una volta la minore si è permessa di entrare in una stanza senza prima cedere il passo alla maggiore…), le bizzarrie sugli appellativi ai domestici (qualcuno è chiamato “signore” e qualcuno no, qualcuno per cognome e qualcun altro per nome…) e il fatto che su questo genere di questioni lo snobismo “downstairs” sia spesso più pronunciato di quello “upstairs“. Ovviamente, non stiamo parlando di un documentario ma di un prodotto di intrattenimento quindi, quando la Regina (nota fan della serie) si diverte a individuare qualche imperfezione qua e là non ha certo torto, ma in queste cose conta soprattutto la credibilità complessiva, la capacità di tratteggiare un epoca e questa – a parer mio – in Downton Abbey c’è tutta. Ed è cosa talmente seria che pure Foreign Affairs se ne è occupato…

Infine, forse il mio strato preferito, il legame con la grande Storia. Ci vuole attenzione, lo si coglie a una seconda visione, ma quasi ogni episodio – e certo ogni stagione – illustra gli effetti socio-economici e culturali di un preciso evento storico. Downton Abbey si apre con l’affondamento dell’inaffondabile Titanic nel 1912, inizio della fine per l’epoca della Belle Epoque con la sua granitica fiducia nelle possibilità dell’Uomo di governare la natura e le sue regole. L’episodio del dignitario turco trovato morto nel letto di Lady Mary rimanda ai giorni del Trattato di Londra del 1913 che suggellò la (momentanea) interruzione delle guerre balcaniche causate dal rapido disfacimento dell’Impero Ottomano. Quindi la lotta delle suffragette nel 1914 (con Lady Sybil ferita a un comizio) e la I Guerra Mondiale, epico turning point della storia europea, con la residenza trasformata in convalescenziario, il dramma della Somme del 1916, quando gli inglesi persero nel primo giorno di offensiva quasi 60.000 soldati – tra i quali un cameriere di Downton Abbey – la febbre spagnola che uccise nel 1919 circa 100.000.000 di persone, compresa la fidanzata dell’erede al titolo. E poi nel 1921 la Guerra Civile in Irlanda, con tanto di incendi delle tenute nobiliari e fuga a Downton del genero ribelle presto normalizzato. La fine della guerra porta anche all’impossibilità per molte case di rimanere aperte: il personale di servizio scarseggia, la gente desidera una vita migliore, come la sguattera Daisy che si sforza di accrescere la propria cultura e acquista una certa coscienza di classe durante i mesi del governo McDonald, primo a guida laburista (1924). E sullo sfondo, nuovi pericoli per il futuro: il fidanzato di Lady Edith viene ucciso in un tafferuglio in Germania con dei fanatici vestiti di marrone, guidati da un capo esagitato “dal quale non c’è da aspettarsi nulla di buono”. E’ il 1923.

La moltitudine di personaggi così diversi, permette inoltre a noi tutti di identificarsi con uno di loro. Io ad esempio sento vicinissimo a Robert, il capofamiglia. Come me vive a cavallo tra due mondi e si trova a disagio in entrambi, fa sempre la cosa giusta ma con qualche istante di ritardo – il che spesso ne vanifica gli effetti positivi – è perennemente sorpreso dagli eventi che accadono attorno a lui e compensa il suo snobismo e il suo conservatorismo con una natura profondamente onesta e perbene. Aspira a una vita semplice, stabile e quieta ed è continuamente scioccato dagli sconvolgimenti famigliari e sociali nei quali il destino lo tiene immerso. Povero onesto, rispettabile e un po’ ottuso lord Robert…

Ma tutti, noi tutti amanti della serie abbiamo provato un sottile piacere ogni volta che sulla scena è comparsa la Contessa Madre, lady Violet. Il suo snobismo, il suo cinismo, il suo sense of humor, il suo imperturbabile aplomb, la sua fiducia nella funzione eterna e immutabile nell’ordine gerarchico costituito, il suo autoritarismo paternalistico tutto ha contribuito a farcela apprezzare e sperare che – di fronte a ogni difficoltà – comparisse lei e prendesse il timone per portarci tutti – attori e spettatori – fuori dai guai.

Certo, la contessa madre difende un mondo nel quale l’ingiustizia sociale dominava. Dove contavano apparenza, legami familiari e sociali, denaro e potere e nel quale era assai difficile farsi largo nella vita senza essere nati nella famiglia giusta o senza poter contare sulla giusta rete di rapporti e alleanze. Ma siamo davvero tanto sicuri che oggi sia meglio, sia così diverso? Io penso che la nostra società sia parimenti spietata e diseguale, molti dei diritti conquistati nel corso del 20º secolo sono fragili e apparenti e la società edoardiana rimpianta da lady Violet non era poi così più ingiusta della nostra, ma solo più consapevole, E molto meglio educata.

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2 risposte a L’autunno, dopo la lunga Estate Edoardiana

  1. wwayne ha detto:

    Rieccomi! A proposito di serie tv, a me fa impazzire questa: https://wwayne.wordpress.com/2014/04/27/nuove-frontiere/. L’hai vista?

  2. Nodders ha detto:

    Ma, per me rimane nettamente inferiore a Brideshead Revisited. Qualcuno ha detto ‘Downton è intrattenimento, Brideshead è arte’. Sarò snob, ma concordo. E Lord Marchmans, fra l’altro interpretato dall”ineguagliabile Laurence Olivier, da dieci a zero alla Contessa madre.

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