Le Quattro Moschettiere

E così Roberta Vinci ci è riuscita. Dopo essere stata n. 1 al Mondo di Doppio (Career Slam nel 2014) ha realizzato il sogno di entrare nella top-ten, 4° italiana (in 7 anni) a raggiungere questo risultato.

E così Francesca Schiavone ci è riuscita. Vinse il Roland Garros nel 2010, ci arrivò in finale nel 2011, ma ormai – a 35 anni suonati – sembrava una giocatrice finita. Eppure ha vinto un altro titolo, il primo dal 2013.

E così Sara Errani ci è riuscita. Finalista a Parigi (2011) e Roma (2014) ha vinto il primo titolo “Premier” della sua carriera, scrivendo il proprio nome a fianco di quelli di Martina Hingis, Amelie Mauresmo, Justine Henin e Venus Williams, solo per citare le tenniste che mi piacciono.

Che hanno combinato nel nuovo millennio le nostre “ragazze” (uso questa espressione banale e paternalistica perché non me ne viene una migliore)? Complessivamente nell’arco di 10 anni hanno portato a casa 2 titoli dello Slam e 3 finali in singolare;  6 titoli e 6 finali Slam in doppio, oltre a 4 vittorie in Fed Cup (la Coppa Davis femminile)… In 4 hanno raggiunto la top-ten in singolare (Francesca Schiavone n.4, Sara Errani n. 5, Flavia Pennetta n. 6 e Roberta Vinci n. 10) ma anche in doppio (Sara Errani, Roberta Vinci e Flavia Pennetta n. 1, Francesca Schiavone n. 8). Complessivamente – tra singolo e doppio – le “Quattro Moschettiere” (ecco, mi è arrivata l’espressione giusta!) hanno vinto oltre un centinaio di tornei (122, se ho fatto bene la somma…).

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Nel frattempo i maschi italiani hanno fatto i maschi italiani. Hanno frignato. Si sono lamentati. Hanno fatto gli sbruffoni. Si sono fatti venire la bua. Hanno piantato grane. Hanno inventato scuse. Hanno ciurlato nel manico. E non hanno concluso nulla… Sono 153 tornei di singolare del Grande Slam consecutivi che un giocatore italiano non solo non arriva almeno in semifinale (Roland Garros 1978, Corrado Barazzutti) e 38 anni che un giocatore non raggiunge la top-ten (peraltro risultato conseguito nell’era Open solo da 2 giocatori: Adriano Panatta nel 1976 e ancora Barazzutti nel 1977).

I talenti ci sono sempre stati… Ma per una ragione o per l’altra non giungono mai a maturazione… Quanti nomi gettati nella fornace delle speranze? Diego Nargiso, Andrea Gaudenzi, Davide Sanguinetti… E recentemente, Simone Bolelli (che qualche giornalista definì “il Roger Federer italiano”, più o meno come io sono l’Hans Kelsen di via D’Aronco) o Gianluigi Quinzi, ventenne capriccioso che perde al secondo turno di tutti i Challenger che frequenta e cambia allenatori con il ritmo con cui Belen Rodriguez cambia fidanzati.

Solo Fabio Fognini ha raggiunto una posizione decorosa nella classifica: n. 13 per qualche giorno, un paio d’anni fa… Poi subito il mesto ritorno nelle retrovie, ad arrancare attorno alla trentesima posizione, che ti fa vivere in modo dignitoso ma non ti lancia certo nel mito. Pochino per uno che qualche giornalista (gli stessi che vedevano in Roger Federer il Bolelli svizzero? vallo a sapere…) definì “tra i primi 5 al mondo sulla terra battuta”. E perché mai? su quali basi? per aver raggiunto i quarti al Roland Garros una volta in carriera (2011) e non aver mai superato il terzo turno in nessun Master 1000 sul rosso (un capolavoro a Roma: 4 sconfitte al primo turno in 8 partecipazioni)? Unica eccezione – anche quì rondine che non fa primavera – una semifinale raggiunta, solo Dio sa come, a Montecarlo nel 2013.

Insomma, le donne tengono su la baracca del tennis italiano, mentre i maschi bamboccioni non combinano nulla e all’orizzonte non solo non si vede “il fenomeno”, ma neppure il Tomáš Berdych di turno, cioè un giocatore che senza essere un genio, senza aver mai vinto uno Slam e vincendo solo un Master 1000 sono 6 anni che non esce dalla top-ten.

E poiché io non credo alla casualità, penso che vi sia una ragione. Penso che se in Italia le donne riescono e i maschi no questo abbia una spiegazione antropologica: le nostre donne hanno più spirito di sacrificio, più coraggio e più intraprendenza. I maschi sono mammoni, bamboccioni, pigri e vittimisti, riescono nel calcio dove c’è il gruppo, il branco. Ma quando si tratta di responsabilità individuale si dileguano… Sono lo specchio di un paese con una classe dirigente ignava e chiacchierona, senza qualità e senza talenti: l’immagine plastica è il 12 settembre 2015, quando si è giocata la finale degli US OPEN ai Flushing Meadows di New York. In quello che fu il feudo di Chris Evert, Martina Navratilova e recentemente Serenona Williams una finale tutta italiana e una vicenda molto italiana: le donne a sudare e faticare e il maschio inutile e narciso (Matteo Renzi) che cerca di rubare la scena, di metterci sopra il cappello…

Certo, qualche ragazzo perbene, qualche onesto artigiano della racchetta c’è: Andreas Seppi, ad esempio o Paolo Lorenzi. Che suppliscono l’assenza di puro talento con la disciplina e con la fatica. Dove sarebbero giunti Fognini o Bolelli se solo avessero l’etica del lavoro di Seppi o Lorenzi?

Complimenti alle nostre ragazze moschettiere, dunque. E con loro a tutte le donne che con il loro sforzo quotidiano suppliscono in tanti settori e in tanti modi alle mancanze degli eterni bambini/bamboccioni che sono i maschi italiani…

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