Ucronia belga

Perché siamo quello che siamo? Cos’è che struttura i nostri valori, i nostri gusti, le nostre speranze o i nostri pregiudizi? Forse lo stato di salute, o le condizioni socio-economiche o magari l’educazione ricevuta e il contesto familiare.

Oppure le cose accadono semplicemente perché accadono. Ad esempio, non c’è una ragione logica per la quale io sia stato fin da piccolo affascinato dalla Storia e – tra tante epoche diverse – abbia quasi a colpo sicuro scelto subito l’epopea napoleonica come “periodo storico prediletto” tanto da chiedere a Santa Lucia in regalo non “indiani e cowboys” come i miei compagni di classe, quanto i granatieri della Guardia, quelli dell’Airfix, che andavo ogni giorno a guardare nel reparto “modellismo” della giocattoleria “Feruglio” in piazzale Chiavris, la mia Mecca dei sogni di bambino.

I granatieri arrivarono e con loro i Royal Inniskillings, la fanteria d’élite irlandese del duca di Wellington, che tanto tennero duro nei quadrati di Waterloo. Ed ero indifferente ai lazzi dei miei compagni di classe che, da piccoli barbari illetterati quali erano, deridevano i colbacchi della Guardia e gli alamari degli irlandesi. Impermeabile a tutto, nella solitudine della mia cameretta, potevo finalmente dare vita alla Battaglia, la mia preferita: quella di Waterloo. E farla andare una volta per tutte come avrebbe dovuto andare fin dall’inizio: con la Guardia trionfante e gli Inniskillings in fuga verso la Manica…

Penso fosse il 1976 o 1977. E mentre in Italia il governo Andreotti III si reggeva sulla non belligeranza del PCI di Enrico Berlinguer; mentre Aldo Moro tesseva la tela politica delle alleanze spericolate che da lì a poco lo avrebbe portato alla sua tragica fine e a Ginevra gli emissari di Leonid Breznev e Jimmy Carter cercavano di trovare il modo per evitare che il Pianeta saltasse in aria come un mortaretto di San Silvestro io conquistavo la mia Haye Sainte di Lego pensando “un giorno ci andrò davvero…”

E il giorno è giunto, anche se con circa 40 anni di ritardo. Non so perché, in questi anni sono andato in tanti posti (compresi alcuni che non valevano la pena) ma mai sulle ondulate distese di grano così vicino a Bruxelles, ma tant’è.dsc00438

Persone prosaiche potrebbero dire che in fondo non è nulla di che. Solo una vasta distesa di campi anonimi, come se ne trovano in mille altri posti, con qualche fattoria isolata e nel mezzo un’orrida rotonda neoclassica ai piedi di una collinona finta con in cima un leone trionfante, eretta sul punto in cui l’erede al trono dei Paesi Bassi fu leggermente ferito a una spalla e pianse per la bua, mentre tutt’attorno i soldati del suo corpo d’armata cadevano come mosche. Piccolo piagnone viziato e capriccioso.

hougomountInvece quei campi mi hanno colpito moltissimo. Varie ore e 15045 passi andando su e giù, dal villaggio di Waterloo al collinone tamarro (266 gradini), dai campi di grano di non si sa dove fino al castelletto di Hougoumont, spiando dalle feritoie e immaginando di vedere spuntare la fanteria di Reille che – per l’ennesima volta – cerca di conquistare frutteto e fattoria oppure – volgendo lo sguardo verso il collinone tamarro – ricordare che era da lì che passarono le sventate cariche di cavalleria di Ney e l’ultimo attacco degli Immortali che attraversarono i campi di grano in quadrati perfetti e pagarono con la distruzione pochi attimi di smarrimento, quando da non si sa dove, giunsero raffiche sparate non si sa da chi.

Certo, il sito offre vari svaghi. Il museo sotto la collina – ad esempio – con la sua interattività è molto piacevole e si può godere di un film sulle diverse fasi della battaglia assai coinvolgente e divertente. In omaggio ai tempi moderni il film è in 4D cioè alla profondità del tridimensionale aggiunge anche elementi sensoriali (ad esempio odor di bruciato quando gli incendi fanno crepitare la Haye Sainte) e sono certo che la prossima volta che ci tornerò sarà in 5D, con pallottole vere che colpiscono gli spettatori, per far si che si immedesimino ancora di più nella tonnara. Però al di la degli svaghi del XXI secolo è la forza evocativa dei campi e delle fattorie quella che veramente colpisce, lasciando più domande che risposte. Ad esempio, come fu possibile che Napoleone quasi riuscisse a vincere? le posizioni di Wellington sembravano inattaccabili: trincerato in collina, nascosto dentro fattorie circondate da solide mura in pietra, protetto dal fango che aveva reso quasi impossibile il tiro a rimbalzo dell’artiglieria francese e rallentato sensibilmente le cariche di cavalleria. Eppure…

Eppure malgrado la formazione sbagliata, le quattro divisioni del generale d’Erlon quasi spezzarono il centro dei coalizzati. Malgrado i nervi saldi dei fucilieri inglesi, le cariche di cavalleria quasi riuscirono a sfondare i quadrati perfetti. Malgrado ore di eroismo alla fine la Haye Sainte – la fattoria collocata nel cuore del campo di battaglia – venne quasi conquistata dai francesi e il dispaccio della vittoria quasi inviato a Parigi.

Che sarebbe successo se Napoleone avesse vinto? Facendo un po’ di ucronia possiamo dire che forse sarebbe cambiato poco. La sconfitta per gli inglesi sarebbe stata cocente e questo avrebbe ucciso sul nascere la carriera politica di Wellington, ma i fatti dimostrarono che – ad esempio – la forza offensiva dei prussiani era intatta, malgrado la botta di Ligny, due giorni prima della grande battaglia. Certo, forse si sarebbero ritirati verso il Reno perché comunque la forza dell’Armata del Nord galvanizzata da due trionfi (Ligny e Waterloo) sarebbe stata una brutta gatta da pelare. E gli austriaci? avanzavano tremebondi in 200.000, ma sarebbero stati capaci di reggere l’urto di una nuova Grande Armata di pari numero (o quasi)? O avrebbero preferito attendere – Dio solo sa per quanto – l’arrivo dei russi, così da fare una rimpatriata di Austerlitz?

Resto convinto che il tempo fosse tutto dalla parte degli Alleati e che – presto o tardi – Napoleone in un qualche posto d’Europa la sua Waterloo l’avrebbe trovata, perché da tempo ormai la guerra aveva cessato di essere un affare per la Francia e i costi economici e umani erano diventati insostenibili. Ma, anche se i membri della VII Coalizione (smentendo sé stessi) gli avessero offerto la pace, lui l’avrebbe accettata? Se guardiamo ai precedenti, notiamo infatti che di regola la pace preferiva imporla che farsela imporre, anche quando la ragione avrebbe dovuto suggerirgli il contrario.

Nel 1813 – cioè dopo il disastro in Russia – rifiutò la proposta avanzata da Metternich quale mediatore per conto dei coalizzati. Una proposta generosa, che avrebbe lasciato a Napoleone il trono e riportato la situazione all’incirca al 1805, togliendogli il predominio in Germania ma lasciando un po’ d’Italia. Ma Napoleone rifiutò, perché voleva “ancora una vittoria”. I negoziati di Praga andarono a rotoli e fu il disastro di Lipsia.

Eppure anche dopo Lipsia – quando tutto era evidentemente perduto – Napoleone rifiutò un buon accordo, quello proposto alla Conferenza di Francoforte a fine 1813: riconoscimento delle “frontiere naturali” e ritorno alla Pace di Amiens, del 1802. Non era poco per un uomo a terra, ma Napoleone voleva “ancora una vittoria” per rilanciare richiedendo un paio di villaggi in più lungo il Reno, così, per feticismo dell’ultima parola. E la guerra raggiunse il suolo francese, per la prima volta dai tempi del Direttorio.

Napoleone vinceva una battaglia dopo l’altra, ma erano vittorie inutili. Non poteva rimpolpare le proprie fila esauste e – di sconfitta in sconfitta – gli Alleati si trascinavano verso una vittoria tanto immeritata quanto inevitabile. Eppure ancora venne offerta una chance a Napoleone, durante il Congresso di Châtillon: ritorno alle frontiere del 1792. Ma ancora Napoleone rifiutò, trovava inconcepibile lasciare la Francia più piccola di come l’avesse trovata, accettò la proposta di Francoforte, solo due mesi prima giudicata irricevibile, ma ormai era tardi. Prendere o lasciare. E lasciò, convinto che “ancora una vittoria” gli avrebbe ridato la possibilità di riportare il calendario indietro di poche settimane. Non fu così e giunse l’abdicazione.

Ma anche ammettendo le due opzioni improbabili – vale a dire la disponibilità dei coalizzati di dare fiducia a Napoleone e quella dell’imperatore di rinunciare all’ultima parola – che cosa sarebbe cambiato nella storia d’Europa? Molto nel breve periodo, non molto sul medio-lungo. In Francia non ci sarebbe stata la Restaurazione, Napoleone avrebbe regnato ma per quanto? la salute era quella che era e infatti morì meno di 6 anni dopo la grande battaglia. Mettiamo pure che fosse riuscito a vivere un po’ più a lungo e abbandonare questa valle di lacrime non nel 1821 ma – ad esempio – nel 1830, forse sarebbe salito al trono il figlio, Napoleone II. Che morì di tisi nel 1832, a 21 anni. Che sarebbe accaduto allora? Gli Orleans? la Repubblica o Napoleone III (solo 24enne?). Quale sia la risposta, possiamo azzardare che – dalla metà degli anni ’30 del XIX secolo – la storia di Francia non si sarebbe discostata molto da quanto accadde in seguito e forse l’Impero sopravvissuto a Waterloo sarebbe comunque caduto a Sedan.

E in Europa? Sarebbe forse cambiato ancora meno. La sconfitta dell’Assolutismo avrebbe accelerato il trionfo del Liberalismo ma non avrebbe influito – ad esempio – sull’affermazione del Nazionalismo, creatura della Rivoluzione Francese e del revanscismo tedesco. Quindi i moti di unificazione italiana e tedesca ci sarebbero stati comunque, forse solo un po’ prima.

E quindi? non è che in fondo la mattanza di Waterloo è stata inutile? non avranno sofferto invano decine di migliaia di uomini costretti a dormire sotto la pioggia per poi ammazzarsi in scontri corpo a corpo senza fine? Anche questo pensavo mentre camminavo a fianco del pazientissimo Andrea che gentilmente mi aveva accompagnato, rinunciando a un giorno di lavoro nel prestigiosissimo Parlamento Europeo.

Ma non ho detto nulla, ho preferito sciorinare noiosissimi dettagli stile “Guida Touring” mentre in testa mi ronzavano le immagini dell’attacco della Vecchia Guardia, guidata da Boney in persona al suono della “Victorie est à nous“, uno degli inni più popolari tra i colbacchi d’orso del I Impero. Ma il 18 giugno 1815 la vittoria fu degli altri.

 

 

 

 

 

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