La decadenza dell’Invettiva

Non mi ha offeso il “faccia da culo” di Roberto Giachetti a Roberto Speranza. Lo capisco, anche a me talvolta scappa la frizione e – magari su Facebook o su Twitter – scrivo cose delle quali 10 minuti dopo mi pento.

Però quando parlo in pubblico, guardando la gente negli occhi non mi accade. Alle volte ho dovuto fare la guerra con me stesso perché anche io ho una piccola lista di All Stars con la faccia a deretano e non sapete quanta voglia talvolta abbia di nominarli uno a uno. Ma quando incarni una funzione, quando non ti esprimi solo per te stesso ma rappresenti un gruppo, un’istituzione o – anche semplicemente – ti è consentito di parlare mentre altri non avranno il medesimo privilegio, allora le cose cambiano.

Io – grazie ai valori che mi sono stati insegnati da bambino e ho consolidato crescendo e invecchiando – so che chi parla in pubblico ha sempre, in qualsiasi contesto una funzione “didattica”. Deve cioè trasmettere informazioni, nozioni, punti di vista o chiavi di lettura ed è attraverso questo contributo intellettuale che porta un mattoncino alla crescita collettiva della comunità alla quale si sta rivolgendo. Sia essa un aula di studenti, un circolo di partito, il pubblico di un convegno o un gruppo di amici.

E se si vuole ferire lo si può fare ma con l’arma della critica dura e argomentata, del paradosso o dell’ironia, perché anche l’insulto deve essere – nella sua composizione stilistica e formale – un momento di “progresso” nella qualità del dibattito. Tempo fa in una riunione di partito avrei voluto dire che Matteo Renzi è insopportabilmente borioso, ma ho evitato e solamente suggerito – alla nostra vicesegretaria nazionale che tanto gli vuol bene – di donargli un’akakia da tenere sempre con sé. Si tratta del rullo di seta viola contenente polvere di tombe, che gli Imperatori Bizantini portavano nelle cerimonie pubbliche per ricordare a sé stessi che pure loro erano mortali e sarebbero finiti così, perciò vedessero di darsi una calmata… Il concetto è lo stesso, la forma cambia. Ma la forma è parte del contenuto quando ci si relaziona agli altri.

Il problema non è Giachetti – cosa vuoi aspettarti da uno che presiede la Camera dei Deputati con la barba sfatta e senza cravatta – ma lo scadimento complessivo del livello culturale e intellettuale anche dell’invettiva. Nel 1946 – ai tempi dorati della Costituente – durante uno scontro su non ricordo cosa Francesco Saverio Nitti diede del “Licurgo del confusionismo italico” a Meuccio Ruini, presidente della “Commissione dei 75”.

Non gli ha detto “sei un casinista” come certo direbbe Giachetti. Ha scelto di ferirlo non solo con il concetto, ma anche con la forma perfidamente colta e raffinata. Ed è anche per questa ragione che sono contento che la riforma costituzionale sia stata sonoramente bocciata. Perché la gente che pretendeva di riscrivere le norme fondative del nostro vivere civile non è neppure capace di insultare con un minimo di stile e fantasia. Proprio non ci arrivano.

hanno_la_faccia_come_il_culo_-_copertina_il_cuore_8_aprile_1991
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