Barbarus hic ego sum, quia non intellegor illis

Io qui sono come straniero, poiché nessuno riesce a comprendermi.

E’ una citazione di Ovidio (almeno credo) e rispecchia molto bene il mio stato d’animo quando ripenso agli ultimi anni di militanza nel Partito Democratico, sfociati in una scissione tanto dolorosa quanto inevitabile.

Su quanto sta accadendo in seno al PD si sente e si legge di tutto, spesso ad opera di gente esterna che parla senza sapere, senza capire e senza riflettere. E maneggia con mani rozze il cuore e l’animo di centinaia di migliaia di persone che hanno dedicato tempo e passione per costruire un progetto politico che oggi – pur nella sua disastrosa condizione – resta il solo soggetto politico organizzato di questo nostro disgraziato Paese, in balia di populismi, estremismi, partiti-azienda e partiti-setta. Per questo la scelta tra Leave o Remain non può essere fatta in modo superficiale, va meditata razionalmente. E così mi sono sforzato di fare, facendo una lista, fedele alla mia convinzione che le scelte politiche debbano essere guidate dalla fredda logica, dall’analisi oggettiva della realtà, dalla valutazione dei pro e dei contro. Nella mia lista ho messo tutto: le prospettive future del partito, le logiche del sistema elettorale proporzionale, i rischi per il Paese, la convinzione che la leadership renziana sia alla frutta, le mie sorti personali… Insomma ho vagliato tutto e comunque la leggessi la risposta della “lista” era una sola: Remain. Restare nel PD, tenere duro, non andarsene e combattere dall’interno. Ho stracciato la lista e ho scelto di andarmene, ho scelto il Leave. D’istinto, di cuore, di getto.

Ho scelto di andarmene perché non penso che Matteo Renzi sia una persona perbene e non accetto di essere guidato da un leader che reputo – sul piano etico/morale – inferiore agli standard minimi che mi sono dato da quando, all’inizio degli anni ’90, presi la mia prima tessera del PDS. In Renzi rivedo Bettino Craxi, ma senza la stessa intelligenza politica e senza lo stesso raffinato disegno. Vedo un uomo rovinato dall’amore per sé stesso, roso da una ambizione probabilmente insaziabile, ammaliato dai benefit che il potere comporta e circondato da una masnada imbarazzante di trafficanti, di affaristi e di poltronari, il cui regista – Luca Lotti – mi pare a naso un tipo che presto o tardi finirà nei guai. Guai seri. E ci finirà con tutte le scarpe.

Vedo in Renzi un leader che non ha costruito una classe dirigente ma ha scelto di circondarsi essenzialmente di sciocchi o di leccapiedi. Un partito in mano a gente che in un mondo normale sarebbe tenuta ai margini, forse relegata a consiglieri comunali di qualche città sventurata. E invece, citando Riccardo III

il mondo è diventato così malvagio che gli scriccioli fanno manbassa dove le aquile non osano posarsi. Da quando ogni villano è diventato gentiluomo, molti gentiluomini sono svillaneggiati“. E #Ciaone a chi non gradisce, tanto per citare uno dei più raffinati maître à penser del Pantheon renziano…

Nella mia vita di piccolo, inutile militante politico altre volte non ho amato o condiviso le scelte della dirigenza del mio partito: ho molto criticato Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Piero Fassino, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini o Enrico Letta. Hanno fatto errori, talvolta bassezze. Ma non ho mai pensato che a guidarli fosse prevalentemente la ricerca dell’interesse personale su quello collettivo. Oggi non è più così: penso che in linea di massima la classe dirigente renziana non abbia né la cultura, né il rigore morale necessario per separare le sorti del partito e del Paese da quelle di un capo che ha smarrito sé stesso.

All’origine fu il “disastro” delle Europee. Dico disastro perché quel 40.8% ci ha rovinati, come capita a volte alla gente semplice che perde la brocca dopo aver vinto alla lotteria e in capo a qualche anno si trova più povera e sola di prima. A quel punto è iniziato un vero delirio di onnipotenza che non si è fermato davanti a nulla. Un delirio che ha prodotto la folle campagna elettorale referendaria, con la Costituzione in secondo piano e Lui sul Balcone con le mani sui fianchi. Ci siamo schiantati e questo, lungi di indurlo alla riflessione, lungi dall’indurlo a “lasciare la Politica” come da solenne e libero impegno preso con 60 milioni di italiani lo ha fatto precipitare in un loop di rancore e smania di rivincita da pokerista fallito. La volontà narcisistica di imporre se stesso, le sue sorti, il suo volto sopra ogni altra cosa. Ancora Shakespeare, ma questa volta Macbeth:

Dicon taluni ch’è stato colto da pazzia. Altri, che l’odiano un po’ meno, dicon soltanto ch’è posseduto da una coraggiosa furia. Una cosa soltanto è certa, e cioè ch’egli non riesce ad allacciare la sua causa disperata alla cintura della giustizia

Mi si potrebbe dire “Ma tu sei ossessionato da Renzi, la Politica è anche altro“. Vero, la politica è anche altro. Ma cosa? E’ sentirsi parte, è pensare di condividere idee, valori e un percorso con altri. Ma come? ma con chi?

In questi anni ho fatto “la mia parte”. Da eletto nella Direzione Regionale del PD. Non ho mai mancato una convocazione: ho partecipato a tutte le riunioni, arrivando puntuale e non andandomene mai prima della conclusione. Neppure quando il tema era troppo noioso o quando si toccavano argomenti sui quali non sono in grado di intervenire. Neppure quando siamo stati convocati di sabato, in luglio, con il caldo, durante Wimbledon. E non ho mai avuto la sensazione che servisse a qualcosa.

In questi anni di politica regionale ho presieduto un forum tematico, scritto (e visto approvare all’unanimità) ordini del giorno su riforma del Partito, conferenza programmatica, legge elettorale regionale. Preso parte a riunioni dedicate all’acqua pubblica, alla riforma sanitaria, al welfare regionale, alla riforma degli enti locali, ai fondi per cultura e teatri, all’agricoltura regionale… E mai una volta, dico una volta, si è inciso in qualcosa. O non siamo stati messi nella condizione di deliberare modifiche o proposte integrative “perché Debora ha deciso così, perché bisogna fare subito, perché altrimenti viene giù tutto” oppure – molto semplicemente – il deliberato è stato ignorato.

Ci siamo sentiti raccontare, mese dopo mese, che a Roma il governo era bravissimo, che le riforme stavano cambiano in meglio il Paese, che l’Europa era fiera di noi, che il clima era positivo e anche nella nostra Regione la giunta era splendida, il consiglio lavorava bene, le città amministrate in modo ottimo, le scelte legislative tutte nella giusta direzione, senza neppure una macchia nel nostro vestito bianco… Eppure perdevamo sempre. Perdevamo credibilità. Perdevamo iscritti. Perdevamo elezioni. E mai una riflessione, mai una analisi, mai una chiave di lettura che non fosse “abbiamo ragione, ma abbiamo comunicato male” perchè – per citare una delle frasi preferite di Debora Serracchiani – “siamo quello che comunichiamo”.

No cara Debora, forse nel breve periodo siamo “quello che comunichiamo”, ma nel medio-lungo siamo anche quello che facciamo. Siamo anche quello che siamo.

Non ti piace il tuo leader nazionale, non ti senti valorizzato nella dimensione locale, ma resta, resta per la tua comunità“. Quale? All’atto della fondazione del Partito Democratico gli iscritti erano circa 800.000, quando fu eletto Pierluigi Bersani erano ancora più di 500.000 oggi siamo – forse – a 180.000. Dove è finita quella “comunità”? in una scissione lenta, silenziosa, ignorata e dolorosa. Il cupo spegnersi di un partito che ha smesso di offrire senso di appartenenza ed è diventato un po’ come il PSDI degli anni ’80: un partito di assessori, di nominati nelle partecipate, di portaborse o di gente che aspira a diventare assessore, nominato o portaborse. Sono loro che hanno in mano il partito. Che ne presidiano ogni anfratto. E si muovono solo sulla base della convenienza di breve periodo.

Poi ci sono i giovani falchetti. Quelli che credono – come gli ha insegnato “Matteo” – che tra Marchionne e la Cgil dobbiamo stare con Marchionne. Quelli che pensano di aver diritto a tutto e subito perché in base alla retorica del “merito” basta aver preso 30 e lode in Comunicazione d’Impresa (che poi sarebbe un 23 con il vecchio ordinamento…) per meritare di “essere leader”. E chi è rimasto sotto nella scala sociale, cazzi suoi. Dimenticando che la “meritocrazia” se disgiunta da empatia e solidarietà è solo egoismo di classe. Frigna di privilegiati. E’ gente di destra, ma fingono di non esserlo.

Non è tutta colpa loro però, sono vittime della brutta politica degli ultimi 20 anni: quella che per nascondere la vittoria del peggior capitalismo e l’asservimento alle sue logiche delle classi dirigenti di ogni nazione si è inventate chiavi di letture volte a mettere i vecchi contro i giovani; gli italiani contro “gli altri”; chi ha studiato contro chi non ha potuto farlo; un pezzo d’Europa contro un altro… il tutto tenuto assieme con pensierini positivi su un mondo migliore che la Globalizzazione e le nuove tecnologie ci riserveranno. Sulle straordinarie opportunità di un futuro che non arriva mai… Io invece sono troppo vecchio per bermi le fesserie jovanottiane, non ho mai creduto che

a questo mondo esista solo una grande chiesa 
che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa
passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano

Queste imbecillità le lascio dire ad Andrea Romano per la gioia del pubblico plaudente della Leopolda 2014. Io penso invece che la realtà sia molto più complessa di così e che la Politica se non è sforzo intellettuale, se non è ricerca, se non è dubbio non sia nulla.

Ma ci sono anche tante persone perbene. Persone che soffrono per i deboli, persone che al referendum votano SI anche se il cuore dice NO perché “dobbiamo stare uniti”. Persone che fanno i banchetti, distribuiscono i volantini, trascorrono ore al freddo sotto i gazebi perché pensano che in fondo noi siamo meglio degli altri. Perché dobbiamo fare quanto possibile per impedire alla destraccia di Grillo o Salvini di prendere il potere. Gente che ha un disperato bisogno di cose positive da rivendicare, che crede alla buonafede dei suoi dirigenti. Gente disperatamente onesta e perbene, che non riesce a credere che non lo siano anche tutti gli altri iscritti al proprio partito.

Gente che non chiede mai nulla per sé stessa. Gente che crede nei miei stessi valori: solidarietà, uguaglianza, lavoro, ambiente, giustizia, democrazia e onestà. Valori antichi. Valori berlingueriani. Sono gli uomini e le donne che mi mancheranno quando sarò fuori. Che sono sicuro rincontrerò un giorno e mi vorranno bene come me ne hanno sempre voluto. Persone che oggi sto deludendo andandomene perché credono realmente che sia giusto “discutere tra noi” e non si accorgono di quanto sia diventato inutile. Sono le facce e i volti onesti che mi commuovono quando mi tornano in mente e ai quali non devo pensare troppo, altrimenti non avrò il coraggio di prendere la mia barca e andare in mare aperto.

Dove non lo so. Dal PD mi aspettavo molto, dal nuovo partito non mi aspetto nulla. Lo seguo per senso di lealtà verso i pochi compagni che in questi mesi hanno condiviso con me la battaglia per la difesa della nostra Costituzione. Ma non sarà un punto di arrivo, perché so che continuerò a cercare.

Non smetterò di cercare un modo e un’idea per tenere in vita le cose nelle quali credo, non solo per me ma anche per quei compagni e quelle compagne che oggi non mi seguono o non mi capiscono. Continuerò a cercare, anche per loro.

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4 risposte a Barbarus hic ego sum, quia non intellegor illis

  1. Mauro Case ha detto:

    Tuttavia la domanda sorge spontanea: Che ci redti a fare?

  2. marckuck ha detto:

    Non ci resto infatti. Come ho scritto me ne vado

  3. Antonio ha detto:

    ciao, quando hai trovato scrivilo qua, così arrivo anche io.

    Antonio

  4. marckuck ha detto:

    cercherò di ricordarmelo 🙂

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